02/08/2004
OTTANTANNI
ore 6,47. Il primo bagliore del giorno riesce a passare tra le barre della persiana. Una flebile luce che riesce a farmi illanguidire l’angoscia della notte.
Nella mia vita ho spesso trascorso notti in bianco. Mi organizzavo. Mangiavo qualcosa, prendevo un caffè, fumavo, leggevo un libro. Ma dentro di me avevo sempre un desiderio recondito di vedere quei primi chiarori dell’alba. Una vita che nasceva, un nuovo giorno da vivere intensamente. Mi dava sollievo. E me ne da’ ancora. Anche ora che sono vecchio.
E’ da più di un’ora che sto sdraiato sul letto con gli occhi aperti. So che ancora è presto. So che forse ancora devono svegliarsi. Chissà se si ricorderanno che oggi è il mio compleanno?
ore 7,00. Spengo la sveglia. Mi ostino a metterla sempre a quest’ora anche se, da anni, mi sveglio molto prima. A volte mi chiedo se sono io a destarla.
Vado in cucina a prepararmi un caffè. Metto la caffettiera sul fuoco e mi siedo a guardarla. Accendo una sigaretta. Billo, il mio bastardino, si siede ai miei piedi. Anche lui ormai scodinzola lentamente. Siamo invecchiati insieme.
Chi lo avrebbe mai detto che io, tanto allergico agli animali, abbia potuto condividere le mie giornate con un cane? Ma è stato lui a scegliermi.
Tornavo a casa, una sera, e mi si è affiancato con naturalezza, come se fossimo amici da sempre. Camminavamo insieme, l’uno di fianco all’altro. Mi guardava dal basso ogni tanto con i suoi occhioni color nocciola. Che ne pensi se ti faccio compagnia? Tranquillo, non chiedo molto. Un po’ di cibo, una casa che mi difenda dal freddo e qualche carezza, se ti va, ogni tanto. Secondo me tu sei un uomo solo, molto solo. Non ci vidi nulla di bizzarro. Aprii il portone di casa e, tenendogli l’anta aperta, lo feci entrare.
ore 7,35. Barba e doccia. Mi spoglio del pigiama. Rimango nudo. Mi guardo allo specchio. Vedo un corpo di un estraneo. Membra flaccide, peli bianchi, pelle chiazzata di macchie color marrone. I miei occhi scendono verso il pube. Un oggetto informe, molliccio, sfatto. Quel coso ha dato vita una volta, ha dato piacere. Poi divenne inutile. Distolgo lo sguardo, provo una certa pudicizia ancora a guardarlo.
E che fine hanno fatto i miei muscoli? Ho ancora impresso nella memoria il tempo in cui i miei figli si appendevano ai miei avambracci e li sollevavo come due fuscelli. E loro due ad andarne fieri.
Mentre mi rado osservo i miei occhi. Sono gli unici organi del corpo che sono rimasti invariati. Sono sempre gli stessi, dello stesso colore, della stessa vitalità. Magari ora sono occhi tristi, con poca luce. L’unico aspetto del tuo vivere che non riesci a nascondere.
A quest’ora saranno già alzati. Preparano la bimba per la scuola. Organizzano la loro giornata. Ancora non hanno chiamato.
ore 9,15. Stacco il cellulare dal caricabatterie. Oggi rimarrà sempre acceso e me lo porterò dietro. Chissà? Uscendo lascio accesa la segreteria telefonica.
ore 10,05. Esco di casa con Billo. Lo porto a una passeggiata. Faccio un po’ di spesa. Si proprio un po’. Mangio così poco!
ore 11,27. La solita visita dal medico. Controllo di routine, lo chiama lui.
Ancora non so spiegarmi, e nemmeno lui credo, come questo mio cuore, così debole, frantumato, spossato e malconcio possa reggere e mantenermi in vita.
Mentre sono seduto di fronte a lui, a torso nudo, e lo osservo misurarmi la pressione, mi scappa una sciocchezza:
Dottore, mi pare che ormai la medicina abbia risolto molti problemi di salute con farmaci appropriati. Mi dica, cosa avete contro il male di vivere?
ore 15,58. Prendo carta e penna. E scrivo.
Mio caro Manuel, vita della mia vita, figlio mio,
su questo foglio bianco ho deciso di scrivere quelle parole che non ti ho mai detto e che mai ti dirò.
Vorrei tanto chiederti perdono per tutto il male che ti ho arrecato, per tutto l’affetto che tu avresti voluto da me, da tuo padre, e che non ti ho più dato.
Solo la notte, mentre tu dormivi e borbottavi nel sonno, io venivo vicino a te, al buio, e posavo delicatamente la mia mano sui tuoi capelli. Avrei voluto svegliarti e abbracciarti e dirti quanto ti amavo, ma poi le lacrime mi riempivano gli occhi, le parole mi si ingorgavano in gola e fuggivo via.
Ma è stato tutto così improvviso, penoso, difficile, pesante, amaro, angoscioso, tormentato e, soprattutto, doloroso!
Eravamo una bella famiglia. Ero un professionista affermato, ricco. Tua mamma mi amava e io amavo lei. La amo ancora, se è per questo. Voi figli eravate la luce dei miei occhi. La sera, tornando a casa, mi facevate sentire un Dio. Voi due, tu e tua sorella, mi correvate incontro, mi abbracciavate come se non mi vedeste da mesi. La tua mamma mi accoglieva sempre con uno splendido sorriso - la parte di lei che ho sempre amato - mi aiutava a togliermi il soprabito, mi chiedeva come stavo, mi chiedeva come era andato il mio lavoro, mi baciava.
E poi venne quel giorno. Un giorno che mi perseguita da anni, da un’eternità.
Ero in ufficio, me la godevo per un altro successo di lavoro. In quel momento pensavo a quanto fosse bella la mia vita. Mi chiedevo il perché di tanta fortuna, di tanta felicità. Venne un mio collega col viso troppo serio, troppo scuro. Mi chiamò in disparte dal resto della riunione.
Fu una brutta sensazione. Il cuore mi si bloccò. Sentii nell’aria una gelida paura avvinghiarmi.
Mi disse che Dolores, tua sorella, era in ospedale. Aveva avuto un incidente col motorino. E non volle dirmi come stava.
Quel motorino del cazzo che tante liti aveva suscitato in famiglia. La tua mamma non voleva. E io, con la mia solita indolenza e con la mia solita e imbecille voglia di accomodare tutto, acconsentii all’acquisto. Dicevo a tua madre che avevo educato i miei figli a sapersi comportare sia nella vita che sulla strada.
Sapessi quante volte mi sono maledetto per quella stupida infingardaggine!
All’inizio provai solo un capogiro. Mi portarono un po’ d’acqua. Mi ripresi e volli che mi accompagnassero.
Per strada pensai a mille cose. Alla vostra appena fresca infanzia, ai giochi che facevo con voi. Pregai un Dio del quale non avevo mai avuto alcuna fede.
Arrivato davanti alla sala operatoria, vidi il chirurgo uscire dalla porta. Si toglieva i guanti di lattice e muoveva la testa, da un lato all’altro, come dire: non c’è nulla da fare.
Tutti mi guardarono e poi sfuggirono al mio sguardo.
Nessuno mai potrà capire il dolore, la sofferenza, la pena, lo strazio che può provare un padre a sapere della morte della propria figlia.
Mi mancò l’ossigeno, volevo gridare ma non riuscivo, la mia vita finiva in quel momento, tra quelle mura.
Oddio, la mia bambina, la mia bambina, la mia bambina!!!!
I miei occhi si annebbiarono, mi girò la testa, avvertii solo una fitta alla spalla. E caddi per terra. Il mio primo infarto.
Mi svegliai dopo molti giorni. In una camera di ospedale. Intontito mi guardai intorno. Era una bella giornata di primavera. Il sole illuminava tutta la stanza. Dalla finestra, appena aperta, entrava un soffio di brezza e il canto di uccellini.
Quando vidi la tua mamma seduta lì al mio fianco. Aveva appoggiata la testa su una mano e credetti che dormisse. Poi alzò gli occhi verso di me. Vidi solo per un attimo una luce di contentezza. Ma svanì immediatamente. Cominciò a piangere a dirotto. Girai la testa verso il soffitto, inspirai forte e mi uscì dalla gola un grido bestiale. Di bestia ferita.
Dio, quanto avrei voluto morire in quel momento!
Da quel giorno cominciai a odiare il mio corpo. Non potei sopportare la sua debolezza che mi aveva costretto in quel letto di ospedale e non mi aveva dato la possibilità di accompagnare la mia dolce Dolores. Darle l’ultimo bacio.
Stavo sempre chiuso in studio. Non volevo mangiare. Fumavo senza tregua. La tua mamma ti teneva lontano da quella porta. A volte ti sentivo piangere, lì dietro. Mi chiamavi, mi imploravi.
Ma la mia mente, in maniera maniacale, era solo per lei, per il mio angelo volato via.
Tenevo sulle gambe la sua foto e la baciavo. Quell’ultimo bacio che non ho potuto mai darle.
Cercai di riprendere la mia attività. Ma non ero più lo stesso.
Troppo taciturno, troppo scontroso. Nemmeno la vaga ombra di un sorriso.
E tu crescevi. Studiavi. Avevi paura di mettere musica nella tua stanza. Incontravi i tuoi amici sempre fuori casa. E capivi che la tua vita sarebbe continuata senza di me. Come un orfano di padre.
Fui crudele quando non volli sapere dei tuoi amori, quando non volli sapere dei tuoi voti a scuola, quando ti laureasti. Crudele perché mi rifiutai di partecipare alla gioia di quegli eventi. Ma la gioia degli altri mi sembrava un affronto al mio dolore. Nemmeno ai tuoi compleanni volli mai partecipare.
Stronzo e cattivo fui, ma era più forte di tutto.
Venni al tuo matrimonio ma stavo sempre in disparte. Non vedevo l’ora di scappare a casa. Furtivamente mi osservavi. Me ne accorgevo, sai?
Poi trovasti lavoro a Roma e non ti vidi per anni.
La tua mamma, il mio amore, non poteva più resistere al mio fianco. Era un sacrificio perenne vivere vicino a me. Lei era ancora una bella donna, aveva ancora voglia di vivere. Conobbe un uomo, una brava persona. Non so se l’ha resa felice, ma certamente le ha dato una vita più serena. Ogni tanto ci incontriamo per strada. Mi chiede della mia salute, mi da’ notizie su di te. A volte ci vediamo davanti alla tomba di Dolores. Una volta, lì davanti, mi chiese come facessi a trovare ancora lacrime da versare.
Lei non sa che quelle non sono più lacrime per la morte di mia figlia. Piango per l’amore che non ho saputo più dare a lei e a te. Piango perché la mia vita non ha avuto più alcun significato.
Tu non hai mai saputo che un giorno andai a Roma. Il mio cardiologo insistette affinché fossi visitato da un suo collega statunitense che in quei giorni si trovava in Italia per un congresso.
Riuscii a trovare l’indirizzo di casa tua e ti aspettai sotto casa. Non mi sapevo spiegare il motivo. Cosa cercavo. Cosa volevo da te. Ma mi sentii spinto a farlo.
Poi uscisti tu. Bello come un dio greco, elegantissimo, alto. E tenevi per mano Lei. Una bambina, forse di sei o sette anni. Tua figlia. Grembiule e zainetto. Treccine biondissime, occhi azzurri, nasino delizioso. E quel sorriso. Quel fantastico sorriso.
Credetti di non resistere. Appoggiai la schiena al muro. Rimasi nascosto dietro l’angolo. Strinsi forte gli occhi. Non volevo piangere ancora.
Ma quella bimba, la tua bimba era Lei. Era la mia Dolores.
Avrei tanto voluto corrervi incontro, abbracciarvi. Ma non ce la feci. Vi vidi salire in auto e andare via.
Ogni tanto telefono a casa tua. Mi basta sentire la tua voce dire ‘pronto’. Mi basta e poi riattacco.
Una volta al telefono venne lei, la tua bimba. Mi disse: ciao, tu chi sei? Mi conosci? E io le risposi in maniera incomprensibile per una bambina. Le dissi che l’avevo conosciuta tanti anni prima, prima che lei nascesse e che un giorno avrei voluto incontrarla.
Ma il coraggio mi è sempre mancato. Il coraggio di parlare con te, figlio mio. Il coraggio di volere abbracciare tua figlia, di conoscere tua moglie.
So che mi hai tanto odiato. Ed è giusto. E’ comprensibile.
Ma la vita è troppo strana! Troppo!
Il tuo odio - o la tua indifferenza? - è l’unica cosa che mi tiene vivo, che mi ha sempre trattenuto dal volere mettere fine a questa vita infelice.
Finchè non avrò il tuo perdono, io sarò sempre qui, ad aspettarti.
Ti amo, anima mia.
ore 21,14. Ormai è sera. Avverto questa intollerante stanchezza, spossatezza. Ma stasera devo sconfiggerla, non voglio addormentarmi e, magari, non sentire lo squillo del telefono. Mi siedo sulla poltrona, davanti al televisore. Devo rimanere sveglio.
Perché so che lui telefonerà.....
17:58 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (23) | Segnala
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