20/09/2004

PRIMO GIORNO DI LICEO

giovedì, 16 settembre 2004

Ho appena lasciato Alain nella sua nuova scuola. E’ il suo primo giorno di liceo. Lo stesso liceo che frequentavo io. Quasi trentanni dopo.
Ho voluto accompagnarlo io in auto, anche se è a pochi minuti da casa.
Me lo sono visto spuntare tutto azzimato, vestiti nuovi, capelli pieni di gel. Con quel suo ciuffetto tirato all’indietro che gli rende più aperto il volto, più luminoso lo sguardo.
Si è seduto e mi ha detto: Ho paura, papà!
Ho sorriso e l’ho sfottuto un po’ per sdrammatizzare.
Arrivati davanti alla scuola, mi ha mormorato una cosa in cui speravo ma che non avevo chiesto, perché mi preoccupava la possibilità di toccargli l’orgoglio di giovane ometto.
Papà, puoi scendere? Mi puoi accompagnare fino a lì dentro?
Siamo entrati dentro il cortile della scuola. Mi sono girato intorno con lo sguardo.
Quanti fantasmi!
Eccomi lì a giocare a calcio, con i libri buttati da parte, durante la ricreazione.
Ecco lì Gina che, mentre ero fuori a fare colazione, entrava nella mia classe e mi lasciava messaggi d’amore sul diario.
Ecco lì Pippo, nascosto nei bagni a masturbarsi con le donne nude che io disegnavo sugli ultimi fogli dei miei quaderni.
Ecco lì Gianna, la più bona della scuola, che cagava tutti meno che me. Ma che tanti anni dopo seppi mi desiderava. Che scemi! Che occasione persa!
Ecco lì la professoressa di italiano, che mi fece amare Prevert e che mi rese indifferente Manzoni.
Ecco lì il professor Insanguine, novello laureato, che mi insegnò tutto dei limiti, degli integrali, della trigonometria. Dandomi sempre ottimi voti.
Ecco lì Mimmo, sempre a comiziare durante gli scioperi inventati. Con i suoi occhiali pesanti da intellettuale pargoletto.
Siamo entrati. I bidelli a salutarmi. Poi si sono avvicinati alcuni professori. Miei compagni di liceo, ora docenti. Scappellotti leggeri ad Alain, come benvenuto.
Lui tutto rosso, tutto timido.
L’ho guardato negli occhi.
Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto la prima ragazzina che gli avrebbe sorriso. La prima ragazzina che lo avrebbe voluto bene. La prima ragazzina che lo avrebbe fatto piangere.
Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto l’enorme piacere della complicità degli amici. Le delusioni di alcune false amicizie. Le prime strimpellate con la chitarra. La paura di portare a casa un brutto voto. L’orgoglio di portare a casa un bel voto.
Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto le grandi passioni di Romeo e Giulietta. Ulisse e Circe, i Proci, il cavallo di Troia. Eurialo e Niso, la Grande Amicizia. La lettura dei grandi classici che gli rimarranno per sempre dentro.
Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto la gioia nel risolvere un’equazione. I grandi segreti della chimica con i suoi invisibili elementi. La magia dell’universo, con le sue fantastiche stelle.
Avrei voluto dirgli tante cose e, invece, ho poggiato la mano sul suo viso. Occhi ed espressione di un cucciolotto impaurito. L’ho tenuta lì delicatamente per un secondo. Gli ho sorriso e gli ho detto: Ciao, bello!

10/09/2004

LA PRIMA VOLTA

Cocente estate. Dopopranzo lento e sonnacchioso. Siesta sospirata ma rinviata. Silenzio tutto intorno, strade vuote. Climatizzatore acceso, unico conforto.
Come al solito, come sempre, sono solo in studio. Devo completare questo progetto di elipista e relativo hangar entro la fine di agosto. Lavoro ma non mi dispiace. Nessun cliente che rompe. Nessun rappresentante da evitare. E loro, la mia famiglia, in vacanza. Almeno ho la coscienza a posto. Per le mie scelte professionali, loro non sono costretti a rimanere a casa.
La mamma mi ha preparato un bel pranzetto. Mi fa sentire un principe, come ai bei tempi in cui, scapolo, vivevo ancora con lei.
Ho sentito al telefono poco fa Gae e Alain. Si divertono, sono contenti. E in più mi hanno pugnalato. Ci manchi, papà!
Tenuta da turista. Bermuda cachi, polo Lacoste rossa, scarpe da tennis in tela bianchi. Mi prendo in giro immaginandomi in vacanza. Eh caro vecchio Adriano, che cantavi Azzurro fantasticando sul tuo giardino tra oleandri e baobab e leoni, come ti capisco!
Lo stereo acceso alle mie spalle vibra note musicali ormai ripetute e consumate. Ascolto questo cd da quindici giorni. Bello ma ormai troppo sentito. Fino alla nausea la seconda traccia. Addio Pinuccio. Il tuo compito taumaturgico di smemorizzarmi qualcosa o qualcuno sta per esaurirsi. Passo alla radio.
Col telecomando mi sposto lungo le sintonie dell’etere.
Giornale radio. Esodi in partenza, esodi in arrivo. Anche gli africani vanno in vacanza, sulle spiagge tropicali di Lampedusa. E poi si lamentano!
Il mio idolo gira per lo shopping center in bandana (o era un condom?). Ah quanti sacrifici deve fare questo sant’uomo per farci capire che va tutto così magnificamente bene!!
Cambio sintonia.
Di nuovo quello che è uscito fuori dal tunnel?? Ma fatti una salutare passeggiata sul lungomare, amico! Uffa!
Vorrei solo un po’ di musica distensiva, chiedo molto?
Cambio sintonia. Una voce nasale.

C'è solo un fiore in quella stanza
e tu ti muovi con pazienza
la medicina è amara ma
tu già lo sai che la berrà.


Ueeeee, ciao Edoardo. Quanto tempo?

Se non si arrende tu lo tenti
e sciogli il nodo dei tuoi fianchi
che quel vestito scopre già
chi coglie il fiore impazzirà.


Mi blocco. Cado in trance. Sul viso mi si modella un sorriso da tonto. Gli occhi vagano lontano nel tempo.

Farà per te qualunque cosa
e tu sorella madre e sposa
e tu regina o fata tu
non puoi pretendere di più.


La mia Fata ha fatto sparire lo screensaver della mia mente. Tante icone. La cerco. Eccola lì, appartata. Un’icona a forma di una FIAT 126 intitolata La prima volta. Muovo il mouse, punto la 126 con la freccetta e ci clicco due volte. Swammmm... si apre un ricordo. Ennesimo flashback.

E forse è per vendetta
e forse è per paura
o solo per pazzia
ma da sempre
tu sei quella che paga di più
se vuoi volare ti tirano giù
e se comincia la caccia alle streghe
la strega sei tu.


Mi ritrovo dentro una vecchia FIAT 126 beige. Quella di mamma. Era una delle prime volte che la guidavo da solo. Qualche marcia sgranava ma riuscivo a spostarmi. Non ne avevo mai avuto bisogno, tanto avevo gli amici automuniti e militesenti che mi trasportavano, ed ero ancora senza patente. Una strada buia fuori dalla periferia del paese. In piena campagna. Cielo terso e stellato. L’aria piacevole di un’estate consuetamente torrida di giorno e inconsuetamente fresca di sera. Al mio fianco Brunella, una bella ragazza. Anzi, una ragazza bona.
In auto era installata una radiolina dalla quale trasmettevano quel brano.

E insegui sogni da bambina
e chiedi amore e sei sincera
non fai magie, né trucchi, ma
nessuno ormai ci crederà.


Non era una passeggiata normale. Stava per succedere qualcosa di ‘indimenticabile’. O almeno in quello speravo. Ci avevo lavorato su già da qualche settimana.

C'è chi ti urla che sei bella
che sei una fata, sei una stella
poi ti fa schiava, però no
chiamarlo amore non si può.


Colpa di Giuseppe. O devo dire grazie a Giuseppe? Con la sua fissa di volermi fare conoscere ragazze, col compito -gravoso?- di farmi dimenticare di lei.
Tornavo dagli studi a Milano per le vacanze estive. Mi faceva trovare la tavola imbandita. Comitiva di amici con nuove conoscenze femminili. Scappate al mare, a Taormina, serate in giro per Catania.
Ma il suo forte era propinare a qualche ragazza l’arrivo di un suo amico che studiava al Politecnico. Bello, intelligente, simpatico, affascinante, romantico e tante altre cazzatelle del genere. Quasi come una stella cometa li conduceva a me. E il bello era che ci riusciva bene.
Nemmeno il tempo di venire a prendermi alla stazione, di salutare mia madre e mio fratello, posare le valigie e, con ancora quella puzza tipica dei treni italiani che ti rimane dentro le narici e sotto la pelle, si partiva al primo appuntamento. Riunione tra amici per organizzare la serata.
Quell’estate mi era stata presentata Brunella. Biondina, capelli corti, gran bel seno, sedere granitico, cosce sode, broncio monellesco, fronte accigliata, sguardo ammaliante, ancheggiamento invitante, diciottenne.
Mentre mi stringeva la mano, mi analizzava coi suoi occhi ladri. Mi prese le misure, mi valutò e dalla sua perizia tecnico-estimativa ne dovetti uscire con una buona votazione, visto che si mise al mio fianco per tutto il pomeriggio e, mentre il branco passeggiava, non mi lasciò più da solo. Non mi fece molte domande personali, ma parlava comunque con scioltezza del ..... nulla. E la cosa non mi dispiacque. Non avevo alcuna voglia di intavolare discorsi similseri.
Giuseppe, Franco, Santo e Pippo seguivano tutta la mia vicenda. Tutta la storia minuto per minuto! Ogni volta che uscivo con Brunella, era obbligatorio incontrarsi in piazza San Rocco, a qualunque ora riuscissi a liberarmi.
Erano gli ultimi scampoli di quella stagione della vita in cui ritenevamo più importante l’amicizia maschile rispetto all’amore per una donna. E ci confidavamo tutto. In particolare sui nostri amori o sulle nostre avventure sentimentali.
Il contratto non scritto tra loro e me prevedeva l’assoluta esposizione dei fatti a fine serata, comprese le pomiciate, i petting e gli strusciamenti.
Ma, anche se la ragazza era considerata una tra le più desiderate del paese, non erano lei e il suo corpo l’oggetto delle ‘morbose’ curiosità dei miei amici. Tutti loro degustavano il GRANDE EVENTO che stava per avvenire: la mia prima volta!
Ebbene si, ero ancora verginello! Così come mamma mi fece, si diceva una volta.
Il mio lungo fidanzamento col Grande Amore era trascorso all’insegna di un grande sentimento. Mi si era inculcata la curiosa convinzione che l’amore mischiato al sesso venisse trasformato in una cosa quasi ‘sporca’.
L’unica forma di educazione sessuale veniva dal tamtam tra amici coetanei, tutti meno esperti di te. Un sesso malizioso. Proveniente perlopiù da letture a occhi sgranati di giornalini o fumetti porno.
E le letture classiche di allora ci spiegavano di amori eterei, immateriali, privi o quasi di contatti carnali. Sesso e amore, distinti e separati.
Anna Karenina, Madame Bovary, il protagonista de L’educazione sentimentale di Flaubert -di cui ora non ricordo il nome- avevano si amanti, ma le effusioni amorose si limitavano a baci. Passionali, ma sempre baci.
Come diceva Francesca del suo Paolo:
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

E noi a chiederci: non lessero più perché facevano ‘altro’ o rileggevano sempre lo stesso passo? Mah. Amletico dilemma.
Insomma, che vogliate crederci o no, non avevo mai fatto l’amore. E gli amici avevano scelto per me quell’agnello sacrificale: Brunella. Una ragazza con già qualche esperienza, quindi smaliziata, non appiccicosamente affettuosa, disinvoltamente disponibile. Ma solo per chi le piacesse, chiaramente.
Qualche ora prima, seduti davanti a una granita, gli amici erano stati estremamente generosi nel dispensarmi consigli. O prese per il culo.
Allora, mi raccomando, il pisellino non deve solo entrare e poi finisce tutto lì. Devi muoverti, capito?
Ma ti è chiaro dove deve entrare?
Sentiteli gli scopatori della domenica! Ma andate a fare in culo, stalloni provinciali da quattro soldi!

E giù grandi risate.
Parcheggiai alla fine di quella strada senza sbocco. Alla nostra destra una profonda cavità lungo la quale nella preistoria scorreva qualche fiume. Alla nostra sinistra un’alta parete rocciosa. Quando ci ripasso, dopo tanti anni, con la luce del giorno mi chiedo se fosse incoscienza l’andarsi a riparare lì sotto, visto il continuo rotolare di massi da quella scoscesità.
Sedili non reclinabili. Trasferimento su quelli posteriori.
Non impiegammo troppo tempo per arrivare ai baci, alla scoperta dei propri corpi giovani e sodi. Via i vestiti. Eccitazione al top. Uno di fianco all’altra.
Poi mi alzai per mettermi di fronte a lei. Le allargai le gambe. Una sua domanda stupida e inutile: che fai? Lo sai cosa faccio, ora vedrai. Pensai dentro di me. Non oppose alcuna resistenza. Mi chiesi: che minchia di domanda? Come se fosse la prima volta per lei!
Iniziai a entrare quando, all’improvviso, lei fece: Ahi, fa male. Fai piano!
Fa male? Fai piano? Ma che dice? A parte che ho appena aperto l’uscio, e io non sono mai stato fornito di alcunché di eccezionale, ma non avrei dovuto trovare tutto, come dire?, pronto?
La cosa si ripetè sempre più spesso a ogni tentativo, a ogni centimetro.
Oh cazzo, e io che credevo di avere la vita facile!!!
Ora non ricordo bene come finì, ma una cosa sembrava evidente. Mi fece capire con chiarezza di essere vergine o.... quasi.
Nemmeno il tempo di accompagnarla a casa che passai dalla piazza. I deficienti erano tutti lì presenti ad aspettarmi in ansia.
Allora? Come è andata? Cosa hai fatto? Ti è piaciuto? Ci sei riuscito? Come ti senti?
Aooooo... uno alla volta!
Raccontai i fatti e gli inaspettati... dolori.
Parlò solo Giuseppe.
Minchia, disse perplesso, sono le stesse identiche cose che ha detto e fatto con gli altri. Mi sa che la signorina adotta, con regolare consuetudine, lo stesso cliché con tutti. Recitazione ripetuta e imparata a memoria.
Mi guardarono tutti in faccia. Visi seri e volti accigliati. Li guardai uno per uno. E, a un tratto e all’unisono, mi scoppiarono a ridere in faccia.
Ma andate a fare in culo, voi e lei pure!!! dissi. E scoppiai a ridere anche io.
Insomma, la mia prima volta...... preso per il culo!