11/10/2004

MONDI SCONOSCIUTI

I numeretti del display della sveglia sono l’unica sorgente di luminosità della stanza. Luce blu.
Sono riuscito a mantenere il respiro calmo e ritmicamente regolare.
Non sento più nessuno che si agiti sui letti.
Ormai sarà circa un’ora che sto così. Sveglio a far finta di dormire.
Nell’attesa che tutti prendessero sonno.
Sposto il lenzuolo da sopra di me e scendo dal letto con delicatezza, muovendomi con la stessa leggerezza di un Arsenio Lupin.
Azz... lo schiocco delle ossa dei piedi che toccano terra mi sembra un tuono. Mi fermo così a mezz’aria. Ascolto. Nessuno ha sentito. Continuo.
Cammino furtivamente a piedi nudi lungo il corridoio. Do’ una sbirciata nelle stanze dei bambini. Dormono tranquilli tra innocui e innocenti russare.
Mi sposto nel buio ma riconosco gli spazi, con le mani davanti a me, come un cieco, tocco le pareti ai miei lati, tocco la porta della cucina, la chiudo dietro di me. Ecco, ora posso accendere la luce.
Avevo lasciato i vestiti qui. Era tutto preordinato.
Metto sul fuoco la caffettiera da sei tazze. La notte sarà lunga. Mi vesto e mi metto sulle spalle una felpa. E’ ancora estate, ma l’aria fresca della notte potrebbe farmi qualche bella sorpresa.
Scarpe di tela con suole in gomma, per attutire i passi.
Metto tutto dentro una sacca di plastica. Il thermos, le sigarette, un panino imbottito, due pesche, una bottiglia d’acqua.
Chiudo la porta di casa. Non accendo la luce, mi bastano i riflessi dei lampioni della strada. E salgo di sopra. Su in terrazza.
Notte bellissima, aria limpida, resa tersa da un leggero venticello che proviene dal mare. Guardo in su. Un lenzuolo nero puntinato da miliardi di lucine. Chissà perché mi ricorda quelle carte stampate con le quali si addobbano i presepi a mo’ di finto cielo.
E’ la notte che desideravo. Compreso il miagolio e il piagnisteo dei gatti di strada.
Prima di sedermi mi appoggio al corrimano della ringhiera e osservo il paesaggio notturno lontano. L’Etna con la sua cucchiaiata di salsa arancione in cima. Il manto stellato di Catania e dei paesini che la circondano mi appare come un cielo all’incontrario.
Tutte quelle lanternine, viste la lontano, mi sono sempre piaciute. Mi hanno sempre trasmesso un senso di pace e di vita. Sin da bambino, vivendo in un paese collinare che si affaccia sulla piana di Catania, la vista di quelle stelline, alla rinfusa (stradine intrecciate) e seriali (ampie strade e viali), mi ha fatto provare sensazioni oggi indescrivibili. E’ anche vero che le feste di paese, patronali o pasquali o natalizie, erano e sono sempre sovrastate da quegli archi luminosi, con incastonate quelle lampadine colorate e a intermittenza, che vengono collocati lungo le vie principali del paese. Ed è anche vero che l’albero di natale e il presepe vengono addobbati con quelle microlucine. Sarà per questo che la vista di tutti quei paesini con stelline notturne mi ha sempre trasmesso una sensazione di vitalità e di festa. La presenza di gente che vive lontano da me, ma come me.
Ora mi giro e me lo vedo davanti, a pochi metri. Coperta dal telo, la sua sagoma mi appare come quella di un guardiano delle tenebre.
Mi avvicino, sposto il telo. Un telescopio su un treppiedi. Già rivolto verso l’alto.
Mi siedo sullo sgabello, poggio il sacchetto per terra e, prima ancora di darmi da fare, mi riempio un bicchiere di plastica di caffè bollente. Lo assaporo con gusto e mi accendo una sigaretta. Inspiro qualche boccata.
Bene, ora sono pronto. Avvicino l’occhio al visore. Tengo chiuso l’altro.
Eccolo lì, dove lo avevo lasciato la sera prima. Giro la manopola dello zoom. La mia scoperta casuale. Ora vedo meglio.
E’ proprio come immaginavo. Un pianeta bellissimo. Colorato e luminoso. Acqua purissima di un azzurro intenso. Boschi verdissimi e ombrosi. Laghi, fiumi, cascate, ghiacciai, montagne, pianure.
Ma vedo Loro. Tanti esserini che si muovono, a un primo impatto, in maniera disordinata. Zummo di più. No, non è disordinata. Ognuno, ogni gruppo ha un suo modo razionale di muoversi. Corre, passeggia, lavora, riposa, crea, inventa, costruisce, danza.
Una cosa fantastica. Si sono organizzati vivendo insieme. Hanno costruito case, strade, ponti, dighe. Hanno costruito mezzi di trasporto. Anche oggetti volanti.
Tolgo gli occhi dal telescopio. Mi verso un altro caffè. Sorrido. Sorprendente come abbiano avuto tanta capacità! Solo con intelligenza e intraprendenza si può costruire tutto ciò. Meraviglioso!
Un bel sorso d’acqua. Mi è venuta pure fame. Un bel panino.
Mi rimetto in posizione e osservo meglio.
Ehi, ma che succede? Ora vedo ancora meglio. Vedo altre cose.
Pochissimi di essi hanno ricchezze che basterebbero per vivere agiatamente migliaia di anni. Moltissimi di essi sono poverissimi. Quasi affamati. Vivono di stenti.
E stranamente quegli esserini ricchi vogliono esserlo ancora di più. Perché tanta avidità? E se, per raggiungere quello scopo, affamano ancora di più quei miserabili, se ne fottono.
E’ assurdo! Eppure la ricchezza che producono tutti insieme sarebbe più che sufficiente per vivere bene su quel pianeta meraviglioso.
Hanno diviso il loro mondo in spazi con confini immaginari, si sono inventati dei vessilli colorati e hanno creato la Patria. E chi vive in quello spazio con confini invisibili, anche se il più stronzo è imparagonabile a uno che vive fuori da quei confini, lo hanno chiamato Fratello, Compatriota.
Hanno seminato odio verso chi è da loro diverso. Per il colore della pelle, per il Dio in cui credono, per il luogo in cui sono nati o vivono.
Si sparano, si uccidono. A volte stermini di intere popolazioni. Sono riusciti, con la loro straordinaria intelligenza, pure a creare armi talmente potenti che possono distruggere, in pochi secondi, milioni di loro simili.
Sono sconvolto. Mi allontano dal telescopio come se qualcosa infiammasse i miei occhi.
Non mi capacito ad accettare una simile contraddizione. Tanta bellezza, tanta intelligenza, tanta capacità per poi essere sopraffatti da egoismo, avidità, ipocrisia, arroganza. Eppure basterebbe così poco!
Raccolgo tutto. Le prime luci dell’alba cominciano a schiarire la notte. Mi sento un buco sullo stomaco.
Scendo a casa. Mi spoglio al buio. Mi stendo sul letto.
Inspiro profondamente, mi giro di fianco e mi tranquillizzo un po’ pensando:
Meno male che vivo sulla Terra!”.