25/03/2005

SCHINAERIZZU

Immagino che succeda a tutti. In quel coacervo di stanze, camerini, ripostigli, archivi, disimpegni, depositi in cui è suddivisa la nostra mente, un giorno uno degli archivisti aprì quella porta tenuta chiusa a chiave. Già lo stesso rumore lamentoso di cerniere arrugginite denotava la rarità dell’uso di quella stanza. Probabilmente, mentre cercava qualche parola tra le tante una volta sentite e ormai in disuso, una di esse si sarà appiccicata alla suola delle sue scarpe, a sua insaputa. Dopo esserne uscito e avere rinchiuso a doppia mandata la porta, quell’uomo non si sarà reso conto che quella parolina si fosse staccata dalla suola e fosse rimasta da sola in uno di quei vuoti corridoi. E, come una palla pazza che, sbattendo su una superficie, assume dei rimbalzi strani, cominciò a rimpallare sulle pareti, sul pavimento, sul soffitto.
Schinaerizzu-boing.... parete, schinaerizzu-boing.... soffitto, schinaerizzu-boing.... parete, schinaerizzu-boing.... pavimento, schinaerizzu-boing.... parete... e così via.
Quella mattina continuava a martellarmi continuamente in testa quella parola: schinaerizzu.
Quella parola, o quel nome, mi era familiare da sempre. La diceva mia madre in quei momenti di disperazione e di esasperazione in cui i figli ti portano a dire una minchiata fuori dall’ordinario.
Mi va perdu comu a Schinaerizzu!!!!
Mi vado a perdere, scompaio, sparisco per sempre.
Fino a quel giorno non mi ero mai chiesto chi fosse quest’uomo che si volatilizzò dalla faccia della Terra.
Ma col tempo si cambia.
Da giovane la tua vista è diretta verso le cose grandi. Ideali, sogni, prospettive di vita. Dopo i quarantanni, forse proporzionalmente al decadimento delle attività sensoriali, cominci a vedere le piccole cose. Anche quelle che ti hanno circondato per tutta la vita e che davi per scontate. I gesti delle persone a te care. Le tue consuetudini. I tic abituali. E quei modi di dire che hai sempre sentito dire, avendone capito il concetto ma non essendoti mai posto una domanda sulla loro radice originaria.
Schinaerizzu-boing.... schinaerizzu-boing...
Chiaramente il primo pensiero fu passare da mia madre. Era lei la fonte di quella battuta.
- Ma che vai cercando? Non hai null’altro a cui pensare? Si, è vero che la dicevo io ma ripetevo quel modo di dire avendolo sentito da mia madre.
Uscii da casa sua deluso.
Passai pure dal mio amico Enzo, che è il dirigente dell’ufficio anagrafe del comune, e, dopo una rapida ricerca, vedemmo che non esisteva alcun Schinaerizzu tra i cognomi del paese, e nemmeno qualcuno similare.
Schinaerizzu-boing.... schinaerizzu-boing....
Mi fermai nel cantiere dove mi aspettavano. Rispondevo alle domande con brevi frasi. Guardavo il lavoro ma lo sguardo andava oltre. Fino a quando il capomastro mi disse:
- Ingegnere, che ha? E’ successo qualcosa? E’ preoccupato?
Per un attimo rimasi amminchialuto, poi capii.
- No, nulla. Nulla di particolarmente importante. Stia tranquillo.
Non riuscivo proprio a scacciare quel pensiero.
Salito in auto, quasi inconsciamente mi diressi verso una zona del paese tanto cara nell’infanzia ma tanto lontana dalla memoria.
Mi rimaneva l’ultimo tentativo: a za Maricchia a pazza.
Dovetti lasciare l’auto un po’ distante, perché ricordavo che quel quartiere si sviluppava lungo stradelle, viuzze, budelli, vicoli creati a suo tempo per essere attraversati al limite da qualche mulo o da qualche passante.
Mi inerpicai lungo quell’intreccio di ragnatele.
Inciampavo tra le sue sconnessioni, nel ciottolato col quale erano composte.
All’inizio mi sembrò tutto come lo ricordavo. Ci giocavo sempre durante la mia infanzia.
Le stesse case, gli stessi portoni, gli stessi attacchi per le bestie a quattro zampe. Quel buco in ogni portone, u iattarolu, per consentire al gatto di famiglia di entrare e uscire a suo piacimento. Quelle lame di ferro, ancorate ai lati degli ingressi, per staccarsi il fango dalle suole prima di entrare in casa. Quei rampicanti lungo le pareti.
Era la prima impressione, ma non fu così.
Il legno dei portoni era scorticato, senza alcuna presenza ormai di vernici. Le ringhiere e le parti in ferro sembravano essersi assottigliate per la troppa ruggine. I muri delle case erano quasi privi di intonaco, ormai sgretolato, lasciando visibile la loro inconsistente composizione di terra e pietre. Le grondaie e i pluviali avevano ormai superato la fatiscenza ed erano rimaste le tracce della loro presenza.
Ma quello che più mi colpì fu il silenzio. La totale assenza di vita. Eppure quel quartiere era così popolato!
Le donne sedute davanti alla porta a lavoricchiare con le spalle tese verso il tepore solare, o affacciate davanti all’uscio a parlare con la dirimpettaia. I bambini che giocavano e correvano senza alcuna cognizione che esista un limite alle loro energie. Gli uomini assenti, tutti a lavorare fino al tramonto. E poi, tanti animali. Galline che mangiucchiavano i vermetti tra le fessure dei muri, gatti che si abbrustolivano al sole con la loro solita flemma, cani che rincorrevano i bambini vocianti, cavalli quasi immobili a ruminare la paglia.
E poi gli odori. La puzza della cacca dei cavalli o delle galline. I profumi che venivano dai focolari. Il gelsomino dei rampicanti. Odori di vita, insomma.
Si, tanto silenzio.
Arrivai alla fine di quel vicolo in salita, sbuffando e sudando. Sto cavolo di sigarette!!
Eccola lì, seduta davanti a casa sua a pulire la verdura, a staccare le foglie di lattuga rinsecchite. Solita veste nera, lisa e quasi luccicante per le troppe lavate e per le troppe stirate. I capelli coperti da un fazzoletto grigio attaccato a mo’ di bandana. Rannicchiata. Incurvata. Piccolissima.
Forse fu il rumore dei miei passi a farla girare verso di me. Mi guardò, sforzandosi a focalizzare meglio la mia immagine, il mio viso.
Quegli occhi!
Quegli occhi nerissimi nel suo sguardo eternamente accigliato, nascosti tra i miliardi di rughe. Pelle incartapecorita appiccicata alle ossa.
Quegli occhi che fecero imbalsamare quel bambino che un giorno, condotto dagli altri coetanei che lo accompagnarono a distanza e che lo avevano spinto fin lassù affinché dimostrasse il suo coraggio, arrivò a pochi metri dalla sua casa.
Quegli stessi occhi strappati al diavolo e incastrati nella sua faccia.
I ragazzini dicevano che quella vecchia megera fosse una strega che, tra l’altro, teneva in casa un feroce animale mitologico, al quale dava in pasto i bambini che catturava.
E ci si mettevano pure gli adulti, i quali, per non farci allontanare da casa nelle torride giornate estive, ci impaurivano con la minaccia di essere rapiti da Maricchia a pazza.
Quando quel bambino, con il terrore nel cuore ma con l’orgoglio di dover dimostrare di non essere un codardo, si trovò tanto vicino a lei, all’improvviso e di scatto Maricchia fece una smorfia e una specie di gracchiata verso di lui.
Mentre gli altri bambini scapparono, o meglio si volatilizzarono, quel bambino rimase impietrito. Gli occhi sugli occhi.
- E tu nun ta scanti di mia?
Silenzio.
- Comu ti chiami?
Fu così che si conobbero un bambino e una vecchia (beh vecchia, allora avrà avuto una cinquantina d’anni!). E lei, che raramente parlava con qualcuno, in tutte le volte in cui si rividero gli dispensò consigli sulla vita che lo aspettava, gli raccontò antiche favole, gli fece conoscere e apprezzare le radici della loro cultura. Non si riusciva a comprendere come sapesse tante cose e su quasi tutto il paese e sui suoi abitanti, pur non allontanandosi mai da casa. Ma, nonostante quella raggiunta intimità, quel bambino non volle mai entrare dentro casa ad accertare l’esistenza di quel mostro mitologico mangiabambini.
Dopo tanti anni ero lì di fronte a lei. Io, quel bambino.
Quando mi riconobbe, il suo viso si aprì, i suoi occhi si illuminarono e la sua bocca si riempì di un sorriso che mise in vista gli unici reperti dei suoi denti, un canino inferiore e due incisivi superiori.
Ancora oggi mi chiedo quale forma di patologia mentale ci sia in me, visto che mi appare la bellezza umana meglio riflessa nel viso marchiato da una vita vissuta di un vecchio più che nel faccino perfettino di una fotomodella. E, a ricordare bene, questa patologia è di antica data perché, sin da ragazzino, disegnavo o dipingevo solo volti di vecchi.
Ci accomodammo su due sedie in legno impagliate, davanti la sua porta, l’uno di fronte all’altra.
- Quannu cia’ finisci di fumari?
- Prima o poi cia’ finisciu, za Marietta.
Tra noi non ci sono stati mai preliminari, andavo da lei e sparavo la domanda e lei, senza chiedermi il perché e il come, mi rispondeva e basta.
- Schinaerizzu, za Marietta.
Un impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra rinsecchite. Posò lo sguardo sulle sue gambe e si passò le mani sulla gonna, come a volerla stirare o spolverare.
- C’era na vota un poviru cristu ca si chiamava Vastianu Rizzu......
Rizzo Sebastiano. Un brav’uomo, benvoluto da tutti, gentile, squisito, grande lavoratore. Che in tutta la sua modesta e umile vita commise un solo errore, avere sposato una donna. Ma non una donna qualsiasi, bensì la fitinzia di una donna. Una bella donna, questo si. Ma ‘ntricusa, parrittera, acida, arrogante, aggressiva, ingiustificatamente snob, antipatica, stupida, volgare e, quello che poi completava l’opera omnia, tappinara-puttana. Bastava che uno le mettesse gli occhi di sopra, automaticamente le si aprivano le gambe. Belli o brutti che fossero. Il farsi un uomo per lei era elemento di conquista, di trofeo, di vanto. E il bello era che lo facesse sfacciatamente. Gli riempì la casa di figli, quasi sicuramente non di quel povero uomo. Gli rinfacciava i pochi soldi che lui portava a casa. Lo umiliava anche di fronte agli altri.
Poi, un giorno, Vastianu Rizzo non tornò a casa al solito orario dopo il lavoro. Lo cercarono per le campagne. Lo cercarono nei paesi vicini. Cercarono il suo corpo tra le insenature del sua arido e roccioso appezzamento di terra. Nulla. Scomparso.
In paese, nelle putìe di vino, nelle chiacchierate tra comari si commiserava quell’uomo. Ddu mischinu di Rizzu!
Col tempo passò la versione che lui non fosse morto o sparito da smemorato, ma che fosse volutamente scappato dal suo inferno familiare. E nessuno riuscì a incolparlo per questa scelta.
Ddu mischinu di Rizzu, quel meschino di Rizzo. A differenza del significato negativo che la parola meschino assume nella lingua italiana, mischinu in siciliano vuol dire poveretto, persona di cui avere compassione.
Ddu mischinu di Rizzu, col tempo e col passaparola, fu ruminato e compattato in un’unica parola, schinaerizzu.
La palla pazza smise di rimpallare. Fu tutto così chiaro. Talmente chiaro che fui quasi deluso, chissà perché, di avere risolto quel caso.
Salutai a za Maricchia. Mi baciò in faccia. Con una mano mi sfiorò la spalla. E, mentre ero girato andando via, sentii il suo sguardo su di me. Sentii tanta tenerezza accompagnarmi.
Chiamai l’archivista e gli diedi l’ordine di rimettere quella parolina nel suo stanzino.
Chissà quando ne uscirà fuori la prossima volta?