26/05/2005

QUATTRO GOCCE

Sei arrivata nella mia vita
come quelle pioggerelle improvvise di un pomeriggio estivo.
Una leggera folata di vento,
un imprevisto crepuscolo,
una piacevole percezione di frescura.
Quattro gocce ti cadono addosso.
Quattro gocce arrivano a un centimetro dall’asfalto ed evaporano.
Poi ti ritrovi ancora più sudato,
tutto appiccicoso.
Insetti rompiballe che ti svolazzano intorno.
Una sgradevole sensazione sui pori ostruiti.
Una fastidiosa puzza dentro le narici.
I vestiti macchiati di sabbia.
Voglia di andarsi a lavare.
E te ne sei andata.
Nessuna doccia e nessuna acqua bollente
riesce a toglierti questo senso di squallore.

05/05/2005

FANCULO, PIPPO

Non so come definirlo, è un misto di noia e di apprensione, ma devo uscire. Esco fuori e li aspetto in auto. Posso ascoltare un po’ di musica e fumare. Siamo rimasti che verranno loro a prendermi.
Seduto dentro l’abitacolo contemplo questo pomeriggio domenicale freddo e piovigginoso. Una primavera grigia simile a molte di quelle giornate autunnali trascorse su a Milano molto tempo fa. Sembra che qualcuno abbia pensato a creare l’atmosfera esemplare per quello che ci attende.
Quelle parole risuonano ancora dentro le mie orecchie.
- Sono Tanino. Dobbiamo andare da Pippo.
E sento la sua voce svanire in singhiozzi. Capisco subito.
- Domani dopopranzo venitemi a prendere a casa.
Eccoli. Scendo dall’auto e la chiudo a chiave. Mi tolgo la giacca e mi siedo di dietro. Franco alla guida, Tanino al suo fianco.
Che macchinona! Il solito Franco con le sue solite auto lussuose e sportive. Da sempre è stata la sua passione. In linea con l’età e con la sua disponibilità economica, ha avuto sempre auto nuove, prima sportive e giovanili ora lussuose, potenti e iperaccessoriate. Ma sempre di gusto, mai pacchiane.
Scherziamo, come sempre. Ci sentiamo a nostro agio, ci conosciamo troppo bene. Ma sa tutto di così forzato.
Mentre continuano a parlare, mi estraneo. Sorrido nel vedermi in quella situazione. Dove sono quei ragazzi squattrinati che si accontentavano -e, anzi, ne erano strafelici- di uscire con l’auto sgangherata, cigolante e arrugginita dei padri?
Ora tre di quei ragazzi stanno andando a trovare il quarto. Sicuri di loro, affermati sul lavoro, consapevoli di essere importanti per tante persone.
E’ un viaggio breve, una cinquantina di chilometri, ma da’ la sensazione di essere un viaggio a ritroso nel tempo e, contemporaneamente, incerto sul senso che assume la meta.
Come chiamare questo viaggio? Boh... e poi perché definirlo? Conta quello che fai e non come lo chiami, no?
Vedo scorrere il paesaggio...
Le gocce della pioggia sul vetro....
Ha finito di piovere e quelle gocce sono ancora lì sul vetro. Scivolano su di esso lentamente lasciando una scia. Sono così le cose della vita? In una goccia si racchiude un episodio, una storia seppur breve, una persona conosciuta, un’emozione. E poi, durante il corso degli anni, quella goccia scivola e nella sua scia perde la consistenza, la sua forma originaria e rimane solo un vago ricordo con contorni limitati.
Concentro lo sguardo su una di quelle gocce di pioggia. Come in una palla di vetro dentro la quale vedi il passato, materializzo qualcosa.
Un ragazzino che palleggia contro il muro di casa sua, una volta, due volte.... centinaia di volte. Da solo. E io che lo osservo e lo ammiro. So che quell’allenamento, che sembra monotono e noioso, ti fa acquisire padronanza della palla, sai dove colpirla per ottenere un effetto, per sapere dove mandarla. Un colpo dal basso e si alza. Un colpo di piatto e va rasoterra. Un taglio con l’esterno del piede e la palla assume un effetto rotatorio con una direzione arcuata dalla destra alla sinistra.
Si ferma, blocca la palla di cuoio sfilacciata e consunta sotto la suola della scarpa destra, e mi osserva. Poi, sorridendomi, mi fa:
- Ciao, io mi chiamo Pippo. Ti va di palleggiare insieme a me?
Un tocchetto leggero di sotto e mi alza la palla. La stoppo di petto, palleggio con le ginocchia, la faccio volare sopra di me e gli rimando la palla di testa.
Un’altra goccia sul vetro.
Liceo. Terzo banco, fila a destra. Non sono tempi di radio libere, in pochi abbiamo un registratore di musicassette. Aspettiamo il venerdì per ascoltare la iiiiiiiit pareeeeeeeid di Lelio Luttazzi e, una volta a settimana, Supersonic in radio. Qualche fortunato coi soldini di papà compra i dischi e ha il giradischi. Per cui ci trasmettiamo i testi delle canzoni trascrivendoli da come li ascoltiamo. Franco e Pippo li hanno sul diario e, mentre i professori sono fuori classe, li cantiamo. Il nostro preferito è Battisti coi vestiti con i fiori non ancora appassiti, con il ricordo che non consola, con la sensazione di leggera follia, e, soprattutto, con il suo guidare a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. Chiudiamo gli occhi e ci troviamo a volare, volare, volare.
Un’altra goccia sul vetro.
Serate inoltrate di primavera, seduti sui marciapiedi di una piazza, inebriati dal profumo di zagara, ormai ragazzi che si avviano a essere uomini. Chiacchiere concitate, discorsi interminabili, sogni a occhi aperti, embrioni di valori, amicizie eterne, amori impossibili. Genitori preoccupati per i nostri ritardi, luci che si spengono, finestre leggermente aperte, ancora il profumo di zagara, stesi sui letti a pensare agli ancora freschi discorsi.
Un’altra goccia sul vetro.
Sembra che viviamo alla giornata. Gli studi stentati, le partite furiose al calciobalilla, le malinconiche festicciole nei garage. E ridiamo, quanto ridiamo! Basta così poco, uno sfotto’ gratuito, Marcello all’inseguimento dell’ennesima fidanzata, uno stupido sgambetto, i miei disegnini di donne seminude, il nasone di Bob Rock. E ridiamo.
Ma in ognuno di noi cresce un uomo con le sue ambizioni, con il sogno di un lavoro speciale, con la voglia di una società felicemente anarchica, con le prime rabbie per i sorprusi ai deboli, con il desiderio di essere protagonisti in grande.
Partiamo per l’università, facciamo scelte diverse e diventiamo grandi in un tempo piccolo.
Non ci frequentiamo ma ognuno sa che l’altro c’è ancora, che esiste e che, quando ne hai bisogno, è sempre lì, a disposizione.
Quelle rare volte in cui ci incontriamo, anche se parliamo di cose comuni, avvertiamo nell’altro un uomo che ha ancora tante cose da fare nella sua vita. Nessuno si sente sconfitto.
Non credo che possiamo ritenerci sconfitti. Sconfitti no. Sconfitto è colui che perde una battaglia o una guerra o una gara e che ha lottato per vincerla. Ma noi? Noi non abbiamo fatto nulla di tutto ciò. Speravamo in tante cose, questo si. Ma lottare, combattere no.
E poi quei quattro ragazzini avevano una cosa che li rendeva forti. Erano immortali. E siamo ancora qui.
Siamo qui e nessuno dei tre accenna al motivo di questo viaggio. Nessuno ne ha voglia.
Arriviamo in paese. Piccolo e con poche case. Franco riesce a trovare subito quella di Pippo. Eccola, la sua auto è parcheggiata davanti alla porta.
Ci apre lui, Pippo.
- Accidenti quanto ti sei imbiancato, sembri mi zio, mio zio il grande naturalmente!
Ma è in forma e, come sempre, sorridente.
Strani abbracci. Ne’ troppo brevi per non essere falsi, nè troppo lunghi per non essere commoventi.
Ci accomodiamo in salotto davanti al camino acceso. E, all’improvviso, ci sentiamo tutti più rilassati. Sembra sia passata solo qualche ora dall’ultima volta in cui siamo stati tutti e quattro insieme. E via con gli sfottò. Sfotterci è stata la cosa che ci ha sempre contraddistinti. Come se lo sminuire l’altro, stranamente, diventasse l’elemento che ci rendesse uguali. Nessuno è meglio dell’altro. Ma, contemporaneamente, questa eguaglianza ci rendeva più uniti, uno che ha bisogno dell’altro. Bizzarra questa cosa, ma è stato così, da sempre.
Basta pochissimo per sballonzolare la nostra memoria e tirare fuori episodi che ci hanno riguardato. Mi accorgo che molti erano spariti dalla mia mente, anche se, al primo accenno, resuscitano in un attimo. Cavolo, come ho fatto a dimenticarmi di questa cosa?
Pippo si allontana un attimo e ritorna con un suo album fotografico. Alcune sono foto che non avevo mai visto. Ti ricordi dove eravamo qui? Ti ricordi di questo compagno di scuola? Guarda come eravamo vestiti da ridicoli. E tu, il solito coglioncello, a fare le corna da dietro.
Ci deridiamo. Sembriamo quattro ottantenni rimbambiti che vivono dei ricordi del passato. Ma ci sembra così bello riesumare quegli anni che ce ne fottiamo dell’aspetto patetico della situazione.
Poco dopo si apre una porta e ne esce Gina, sua moglie, e le loro due bambine. Ci baciamo sulle guance. Le bambine sono impacciate ma ci sorridono luminosamente. Le baciamo sulla fronte. Pippo capisce il loro imbarazzo e ci parla di loro due, di quanto siano brave a scuola, di una che suona il pianoforte e l’altra disegna paesaggi da favola.
Di quanto ne sia orgoglioso non occorre, è palpabile.
E, mentre lui ne parla, guardo le bambine. Loro ascoltano solo lui, ma con uno sguardo... uno sguardo... uno sguardo...
Ora ci sono! Ora capisco cosa hanno combinato in questo mondo, nella prima parte della loro vita, quei quattro ragazzini!
Quello sguardo è lo stesso che ho visto in faccia ai figli di Tanino, ai figli di Franco e ai miei figli. Un pieno di ammirazione, rispetto, apprezzamento, adorazione, fierezza, vanto e, soprattutto, amore. Si, non abbiamo cambiato il mondo, non siamo diventati famosi, non abbiamo inventato nulla. Ma ci siamo fatti amare dai nostri figli. Non è stata affatto una vita inutile, niente affatto.
Gina ci va a preparare i caffè. Porta con se’ le bambine che ci risalutano timidamente. Vanno in cucina a studiare o a guardare la televisione.
I discorsi si fanno piacevolmente noiosi. Ci chiediamo vicendevolmente notizie di quell’amica o di quel compagno di scuola o di quella, una volta, fidanzata. Parliamo dei nostri lavori, ma con noncuranza.
Fumiamo solo io e Pippo. Una dopo l’altra, le sigarette vanno. Lui ha iniziato molto prima di me. E, mentre io vivo ‘sta cosa sempre con un senso di colpa e con la promessa, raramente mantenuta, di smettere, lui mantiene granitica la sua convinzione che il fumo non faccia male.
Rimase famosa la sua teoria che, come in tutte le scoperte scientifiche e mediche, qualche giorno si scoprirà che il tabagismo, contrariamente a quanto finora affermato, porti solo benefici fisici. Stiamo ancora tutti lì ad aspettare. E, come sempre, continuiamo a spernacchiarlo.
Le ore passano. Dal caffè passiamo ai liquori. Dal fumo passiamo alla politica e tutti concordiamo sul fallimento di chi ci governa. Ma non ci sorprende, nessuno di noi quattro lo ha votato.
Fuori è buio già da un bel po’. Ognuno di noi sa che il pomeriggio si è trasformato in sera inoltrata. Tra poco dobbiamo rientrare. Nessuno fa cenno al motivo della visita. Forse nessuno ne ha il coraggio.
Poi qualcuno, non ricordo chi, come se si parlasse di banalità chiede della sua salute.
E lui, alla stregua di un cronista di informazione medica freddo e distaccato, comincia a snocciolare. Le parole arrivano una dietro l’altra. Nemmeno il tempo di focalizzarne una che ne sopraggiunge un’altra e un’altra ancora. Le nostre menti non riescono a concentrarsi.
- Sistema linfatico.... sistema immunitario... globuli bianchi... linfonodi... linfociti... Hodgkin.... non Hodgkin... cellule tumorali... recidiva... stadio I, stadio II...
- Ma si dice che ormai ci sono molte cure. Alte percentuali di risultati positivi.
- Già, radioterapia e chemioterapia? A volte anche combinate? No grazie. Ho assistito a molti pazienti soggetti a queste terapie. Forse funzionano nei casi di tumori ben localizzati, ma nel mio non credo. A volte i linfomi diventano resistenti alla terapia e di conseguenza si passa a dosi alte che distruggono il midollo osseo. Oppure, nella migliore delle ipotesi, si rimane intossicati dai farmaci. Nausea e vomito. Capelli che cadono. Paura e apprensione. Anemia ed eventuali trasfusioni. Si diventa larva umana. E per cosa? Per morire lo stesso col cuore in pace per averle tentate tutte fino alla fine? No, non posso. Non posso per rispetto di mia moglie e delle mie figlie.
Quanto può durare ‘sta storia? Un anno? Due anni? Mi piace pensare ai tempi lunghi, facciamo due anni, va. Ebbene in questi due anni voglio stare vicino alle mie bambine. Voglio godermi i loro sorrisi, accarezzarle mentre dormono, accompagnarle la mattina a scuola, andare per i prati con loro.

Ci spiega le sue teorie con quelle sopracciglia alzate, con quegli occhi sgranati e quel sorriso ingenuo.... con quello sguardo che ti dice: elementare no? Semplice, no? Condivisibile, no? Incontrovertibile, no? E noi ad ascoltarlo. Chiaro un cazzo, penso in me. Mi dico: ma noi non eravamo quelli che non si arrendono mai? Come i giunchi, dicevamo, che si piegano ma non si spezzano mai. E invece stiamo in silenzio, non ribattiamo, ci chiediamo fino a che punto sia opinabile la sua scelta. Crescendo abbiamo imparato pure questo: anche le opinioni hanno sfumature, colori meno netti.
Cosa dire? Come criticarlo? Dove sta la scelta giusta? E ognuno di noi come la penserebbe al suo posto? Ci ha zittiti.
Ci abbracciamo, ci baciamo, ci guardiamo negli occhi senza dire null’altro. Usciamo, saliamo in macchina.
Lui e Gina davanti alla porta che ci salutano con la mano alzata.
Sembra che anche il macchinone di Franco non si voglia spostare. Lentamente ci avviamo, li affianchiamo e continuiamo a salutarci. Nessuno si vuole girare. Sembrerebbe un volere fotografare questo attimo. Come fosse un addio. Ma, cazzo, nessuno vuole dire addio a nessuno.
Viaggiamo in silenzio. Sentiamo all’improvviso tanta stanchezza. Rimuginiamo le ultime frasi di Pippo.
E da dentro di me esce un fanculo.
Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via la nostra palla di cuoio sfilacciata e consunta.
Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via le nostre canzoni di Battisti.
Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via le nostre chiacchiere al profumo di zagara.
Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via la nostra immortalità.
Fanculo, Pippo. Perché... ti voglio bene.