27/08/2005

AMORE TRA I FILI D'ERBA

Sdraiato a pancia in giù su un telomare, all’ombra di una palma, osservo intorno a me. Una prospettiva rasoterra. Tra i fili d’erba, leggermente mossi da un tisico alito di vento al quale la calura irride, vedo l’agrumeto, come spuma di un verde intenso ai piedi di un cielo azzurrissimo. Su un filo noto aggrappata una coccinella, felice di farsi dondolare alla stregua di un bambino seduto su quei cavallucci attaccati a una molla gigante. Silenzio assordante, silenzio campagnolo che amplifica un ronzio lontanissimo di qualche trattore o di qualche falciatrice. Vedo i ragazzi che si spruzzano in piscina, tra tuffi e gare di velocità. Le loro risate e i loro gridolini fanno il paio allo strofinio d’ali delle cicale. Quel frinire senza il quale una stagione non può chiamarsi estate. Inspiro questi profumi forti di rosmarino, di salvia, di capperi, di ginepro e di terra.
Ma, tra questi fili d’erba, vedo, come immagini sbiadite, evanescenti e sovrapposte alle altre, due figure vestite di bianco, una panchina in ferro, ragazzini che giocano a pallone, una sedia con due ruote.
Immagini sfocate che, ultimamente, mi appaiono ovunque. Al lavoro, per strada, davanti al televisore. E più che le immagini in se, è quello che esse rappresentano che mi ci fa pensare in un modo quasi ossessivo. Soavemente ossessivo.
Un pomeriggio di alcuni giorni fa......
Da quando il mio amico Alfio ha deciso di vendere la sua cartoleria, macchina eliografica guasta compresa, sono costretto ad andare presso un paese vicino al mio per duplicare le copie dei progetti. In fondo sono pochi chilometri.
Percorro questo breve tratto di strada, ogni volta, con un particolare stato d’animo. Sarà il rilassamento dovuto all’avere terminato un lavoro. Sarà il breve riposo che mi aspetta prima di iniziarne uno nuovo. Sarà l’aspettativa imminente di incassare parte dell’onorario. Fatto sta che i nervi si allentano, la mente si svuota e la vista delle cose che ti circondano si ammanta di ottimismo.
Nonostante possa prendere una strada a scorrimento veloce che mi consentirebbe di arrivare in poco tempo, preferisco sempre inoltrarmi lungo una stradina di campagna, talmente stretta che, se ti trovi davanti un camion, ti conviene uscire fuori dal nastro d’asfalto, in bilico con le cunette che la costeggiano. Ma è così raro incontrare qualche anima viva in zona!
Con quello stato d’animo disteso, con un’armoniosa musica che esce dalle casse dell’auto, mi godo la vista e i profumi del paesaggio agreste. Che siano giorni piovosi o soleggiati o rabbuiati, mi immergo comunque nel suo fascino.
Diventa una gita fuoriporta di durata breve.
L’altro giorno ho ripercorso quella strada con il rotolo dei lucidi che ballonzolava sul sedile del passeggero.
Come immaginavo c’era da aspettare e ne ho approfittato per entrare in un bar e sorseggiare un caffè. Tardo pomeriggio. Pazientare lì dentro, godendosi la frescura dell’aria climatizzata, o uscire e cercare qualche posticino all’ombra, nonostante lo smorzarsi della canicola? Seconda soluzione, semplice. Lì dentro non potevo fumare.
Non conoscevo bene quei posti e ho deciso di camminare alla ricerca di qualche albero. Girato l’angolo, mi apparve la soluzione ideale. I giardini pubblici. Alberi secolari gradevolmente ombreggianti.
Mi sedetti su una panca in ferro, mi accesi una sigaretta, appoggiai la schiena alla spalliera, accavallai le gambe e cominciai a guardarmi intorno.
Alcuni ragazzini giocavano su un prato con una palla. Altri giravano in bicicletta. I più piccoli su altalene e dondoli. Qualche vecchietto pisolava col mento penzolante. Cinguettii caotici tra i rami. E un filo d’aria rinfrescava la pelle.
Quando, con la coda dell’occhio, intravidi qualcosa che mi apparve insolito. Una donna anziana che spingeva la sedia a ruote sulla quale era seduto un uomo anziano. Probabilmente i miei occhi furono immediatamente attratti dal loro abbigliamento. Tutto in tonalità diverse del bianco. Dal beige al giallo sabbia, dal bianco perla all’avana, dal cammello alla crema pastello. Come due figure uscite da uno di quei quadri che rappresentano i primi coloni bianchi della vecchia Africa. Vestiti lindi e stirati di fresco. Anche a distanza mi sembrava di avvertire il profumo di pulito.
Si fermarono davanti la panchina di fronte alla mia, a una decina di metri. La donna sistemò la sedia di fianco e poi lei si sedette. L’uno di fianco all’altra, ad angolo retto.
Lei tirò fuori un piccolo pacco da una busta di plastica. Lo scartò e ne uscì un oggettino che avvicinò alle labbra di lui.
Gli imboccava qualcosa. Un cracker? Gli spolverava le mollichine cadute sui pantaloni.
Lui le versò un po’ d’acqua su un bicchiere di plastica.
Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto, lo dispiegò e cominciò ad asciugarle alcune gocce di sudore che le scendevano dalla fronte e altre sopra il labbro superiore.
Parlavano tra loro a tratti. Intervallati da momenti in cui gli occhi vagavano, ma con lo sguardo non concentrato sul resto del mondo.
Ogni tanto sorridevano a qualche battuta. Ogni tanto si guardavano e sorridevano e basta.
Si tenevano per mano e, a volte, lui la portava alle sue labbra e la baciava.
Nascondevo i miei occhi dietro gli occhiali scuri. Mi sentivo un ladro d’amore. Con pudicizia ogni tanto giravo la testa. Ma magneticamente ritornavo a guardarli.
Poco tempo dopo lei si alzò. Con una mano si spiegò la veste. Appese la sua borsetta su una leva della sedia e, spingendola, si avviarono.
Si fermò solo un attimo per sistemargli una ciocca dei capelli con le sue dita. E sparirono dalla mia vista. Dalla mia vista ma non dalla mia mente.
E oggi, sdraiato su un prato e rivedendo quelle immagini tra questi fili d’erba, immagino me. Me da vecchio.
Ecco come vorrei che fosse.
Spinto su una carrozzina dalla donna che amo e che mi ama. Che mi ama ancora, ancora dopo tanti anni. A farmi imboccare un cracker, a farmi pulire dalle mollichine, a tergerle il sudore, a tenerla per mano, a baciarle quella mano. Ad assaporare le ultime stille di vita insieme a lei. Attimo dopo attimo. Per poi morire insieme. Felici.