16/02/2004

FARSI DEL MALE

Oggi ho deciso di farmi del male.
Deciso? No, non è una decisione. E’ una forma di forza di gravità verso il dolore. Un’attrazione verso quella parte del cervello che nasconde le emozioni negative, i ricordi repressi.
Ieri sera ho completato un lavoro complesso e impegnativo e stamattina mi sento come svuotato. Senza voglia di iniziare qualcosa. Eppure ho tante cose da fare.
Sarà questa musica. Ho trovato un Ennio Morricone con le musiche di “C’era una volta in America”. Quando delle note musicali ti trasmettono sensazioni, ti fanno rivoltare le viscere, ti fanno piangere senza saperne il perché.
Sono andato in una stanza dello studio. Quasi come in trance.
Ho aperto un’anta bassa della libreria.
Eccola! Sempre lì, immobile.
Sembra quasi sorridere beffardamente. Come se mi dicesse: ti aspettavo. Tanti anni qui da sola, ma lo sapevo che venivi.
Una vecchia scatola di scarpe. Scarpe che non esistono più.
Strana cosa! Quando un involucro, un semplice contenitore, ha una vita più lunga del suo importante contenuto.
La guardo. Non mi abbasso. La guardo e mi accendo una sigaretta. Inspiro e la guardo. Il suo sorriso caustico e irriverente. Quanti anni? Mah! La devo prendere per forza? Mi chiedo. La guardo. So cosa mi aspetta. So cosa proverò. E non sarà una bella cosa. La guardo. No, non sarà affatto una bella cosa. La guardo.
Mi abbasso. La prendo. Chiudo l’anta. Mi siedo sulla poltrona. La poso sulla scrivania. Mi rilasso sullo schienale. La guardo e fumo.
E’ tutto così ipnotico.
Alzo il coperchio di cartone.
Tante buste di lettere. Verdi, rosse, azzurre.
Sopra a esse tante foto.
Prendo la prima. Una stringa di quattro foto. Di quelle scattate in quegli scatoloni posti lungo le strade. Due volti sorridenti alla vita. Le guance quasi attaccate. Giovani, bellissimi. Dove eravamo? Forse alla stazione. Una di quelle volte in cui mi accompagnava. Quei treni che, come un bisturi tagliente, ci separavano per infiniti giorni, per mesi. Ricordo quello sgabellino girevole, piccolo e rotondo, di un acciaio freddo. Mi ci ero seduto. E lei sulle mie gambe. Quattro flash. Capelli biondi, lisci, occhi azzurri. Lei. Riccioli di capelli lunghi. Occhi verdi. Io.
La poso delicatamente sul tavolo. Ne prendo un’altra. Lei seduta su un prato. I capelli soffiati dal vento come una carezza. Quel sorriso dolcissimo che mi riempiva il cuore. L’eleganza della mano poggiata sulla gonna. La poso.
Un’altra. In primo piano. Una dedica: conservala come il ricordo più caro di chi ti vuole bene. E sotto il suo nome.
Prendo una lettera a caso. Nel mucchio. Tiro fuori il contenuto. Due fogli a quadretti piegati. Li apro.
Catania, 25 febbraio 1978.
Tenero amore mio...

1978. Quanto avevo? Ventun anni. Come si dice in questi casi? Bella età! Ecco, così si dice, bella età.
Amori indissolubili, promesse eterne, sogni di felicità.
E ora?
Dove sei? Chi sfiora le tue labbra e accarezza i tuoi capelli al posto mio? Chi ti sussurra quelle parole che credevo il mio cuore inventasse solo per te? Chi è quello che ti accompagna al supermercato, a fare la spesa? Chi dorme accanto a te?
Quello sconosciuto mi ha rubato la vita e la sta vivendo al posto mio.
Chissà? Forse la sta vivendo meglio di me, ti sta rendendo più felice di quanto io possa avere fatto.
Ma cosa è quella cosa che spinge un uomo a conservare, a vita, il rogito mai registrato di un amore? A custodire le orme di una gioia e di un dolore lasciati nel suo cuore?
Rimetto le lettere e le foto nella scatola di scarpe.
Con delicatezza. Uno scrigno. Un tesoro di carte.
Mi alzo. Apro l’anta della libreria. La adagio al suo posto. Chiudo l’anta. Rimango accovacciato.
Si, mi sono fatto male oggi.

08/02/2004

U ZU CUNCETTU

. Il caffè preso a casa, appena sveglio, non lo metto mai in considerazione tra quelli conteggiati nell’arco della giornata. Mi prendo per il culo. Per cui, dopo avere accompagnato i ragazzi a scuola, passo immediatamente dal bar a gustarmi un caffè. Il primo della giornata, mi dico.
. Lì dentro non si fuma, quindi esco immediatamente. Metto la sigaretta in bocca e l’accendo.
. Alzo gli occhi per gettare la prima boccata e mi trovo davanti, a pochi metri, Antonio, un amico, e suo padre, u zu Cuncettu. Con il suo bastone bianco e gli occhi azzurri rivolti verso il cielo. I colori si attraggono?
. “Ciao Antonio, Buongiorno zu Cuncettu.
. Allungo la mano verso la sua che è già tesa verso di me. Gliela stringo.
. “Ciau, cu si?
. “Zu Cuncettu, sugnu u figghiu di don Mario, u mastru muraturi. U ‘ngigneri.
. “Ah, ciao biddazzu!
. “Seeee.... biddazzu.... na vota!“ mi schernisco
. “Quannu erutu picciriddu erutu u cchiù beddu da strata. Capiddi a boccoli biondi e uocchi azzurri. E erutu u picciriddu cchiù educatu da strata. Mi salutautu sempri.
. La sua voce sottile, da bambino.
. “Veru, zu Cuncettu. Sulu ca ora i capiddi nun su cchiù biondi e iu nun sugnu beddu!
. “Sempri beddu di dintra arristasti. Fattillu diri di mia.
. Mi mette una mano in faccia. Una carezza. Arrossisco come un ragazzino.
. “Zu Cuncettu, sugnu cuntentu ca vaiu vistu. Buona giornata.
. “Ciau, beddu!“ mi fa, sempre coi suoi occhi diretti verso il cielo.
. So cosa faranno ora quei due. Andranno nel magazzino di arance dei suoi figli. Lo accompagneranno a sedersi su una panchina soleggiata, nel giardinetto davanti agli uffici. E i figli andranno a lavorare.
. Da quando, qualche anno fa, una strana e irreversibile malattia gli ha tolto la vista, si rifiuta di rimanere a casa. Ad aspettare la Signora.
. Non si è mai abituato, da quando non lavora più, nemmeno ad andare nel corso e a sedersi, insieme ad altri pensionati, davanti alla porta di uno di quei circoli.
. Pur essendo una persona squisita, non ha mai avuto molti amici. Non ha mai avuto una, cosiddetta, vita sociale. Solo lavoro e famiglia.
. Ogni giorno preferisce andare lì, su quella panchina, a godersi le giornate soleggiate. E a essere vicino ai suoi figli.
. Nel suo vestito di fustagno grigio, con il colletto della camicia sbottonato, senza cravatta, con la sua perenne coppola grigia, che sia inverno o che sia estate, si stende ai raggi del sole. Si sa che il suo tepore non è mai sufficiente per loro, per i vecchi.
. Seduto con la schiena dritta, un bastardino ai suoi piedi, il bastone bianco tra le gambe, digerisce i suoi silenzi. Quei lunghi e infiniti silenzi ai quali è stato abituato da sempre, da bambino. Lui, pastore, si sedeva su una roccia e, in perenne silenzio, osservava le sue pecore pascolare. Chissà cosa fantasticava, dove vagava la sua mente?
. Spesso trascorreva intere settimane senza che scambiasse una parola con un essere umano. E questi silenzi erano diventati la sua musica, la colonna sonora della sua vita.
. Si racconta che un giorno, mentre allungava una mano ad accarezzare il suo amico bastardino, si sia seduto al suo fianco Rocco, il suo figlio maggiore.
. U zu Cuncettu avvertì immediatamente qualcosa che non andava.
. “Chi c’hai?“ gli chiese.
. Rocco scoppiò a piangere. Quasi come se fosse saltato un tappo da una botte piena di mosto fermentante.
. “Papà, non ce la faccio più! Mi sento così impotente. Mi sento così incapace.
Le cose in azienda vanno male. Ho sbagliato troppi investimenti. Ho accumulato troppi debiti. Le banche non vogliono più farmi credito. Anzi pretendono che rientri immediatamente dalle scoperture.
Mi sento come un traditore verso i miei fratelli. Verso i nostri lavoratori.
Papà, a me non fa paura il tornare a come eravamo prima. Ma provo troppo dolore per quegli ottanta lavoratori. Per quelle ottanta famiglie. Mi hai sempre insegnato che occorre rispettare chi lavora con te. E loro non hanno alcuna colpa delle minchiate che io ho fatto. Non so più cosa fare.

. U zu Cuncettu mise una mano sul capo del figlio. Si avvicinò a lui e gli baciò i capelli.
. Sentì il suo odore. Lo stesso della sua Agata. Sua moglie. Il suo grande amore. La donna che era stata tantissimi anni al suo fianco. La donna che le era stata portata via dalla Signora qualche anno prima.
. “Ora vai tranquillo a lavorare. Ci penso io.
. “Ma, papà, come fai? Lo so che tu hai solo la tua pensione.
. “Ho detto che ci penso io. Dammi qualche giorno di tempo.
. L’indomani, accompagnato dal nipote ventenne, andò a Fontanarossa. Salì su un aereo. Il primo della sua vita. Scese in una grande città. Un taxi lo accompagnò davanti la porta a vetrate di una grande palazzo. Un unico grande palazzo di una società. Uscì dall’ascensore all’ultimo piano. Il piano del Capo.
. La segretaria gli disse che il Dottore non riceveva senza appuntamenti. Che era impegnato in un’importante riunione.
. E poi, pensò la segretaria, che vuole questo vecchio tarchiato, così malvestito?
. U zu Cuncettu non si scompose. Passò il bastone bianco al nipote. Alzò le mani verso il suo collo. E si slacciò una collanina d’oro. Una collanina con un crocifisso su cui era appeso un Cristo con un braccio mancante.
. Lo mise in mano alla segretaria e le disse di portarlo al Dottore.
. La donna, titubante, disse loro di accomodarsi e di aspettare. E sparì dietro una porta di mogano.
. Dopo solo un minuto, u zu Cuncettu entrò, da solo, in un grande ufficio.
. “Concetto, amico mio!
. Lo accolse a braccia larghe un uomo, anche lui anziano. Elegante, deciso, sicuro.
. Dopo un lungo abbraccio silenzioso tra i due uomini, il Dottore disse.
. “Amico mio, ti ho aspettato da una vita. Ho pensato a te ogni giorno.
. Moltissimi anni prima, quasi in un’altra vita, l’adolescente Concetto correva sudato e preoccupato lungo una collina che, di colpo, finiva a strapiombo su un profondo canale, alla ricerca di una sua pecora sparita. Sarebbe stato bastonato a sangue se ne avesse perduta una. Arrivato ai margini del dirupo, sentì la pecora belare. Scese lungo un viottolo che, a mo’ di serpente, costeggiava la parete. Avvicinandosi sempre di più a quel grido simile a un bambino piangente. Si trovò di fronte a un rovo, dietro il quale quel pianto era più forte. Riuscì a spezzare i rami spinosi e vide davanti a sé una piccola grotta. La pecorella era lì. Sollevato, prima l’abbracciò e poi le diede un calcione.
. Ma, all’improvviso, i suoi occhi andarono verso la penombra della grotta. E vide qualcosa muoversi e mugolare. Spaventato si avvicinò, Davanti a sé il corpo di un uomo incatenato. Un cappuccio nero in testa. Una puzza di escrementi.
. Sollevò il cappuccio e vide il volto impaurito di un ragazzino. Imbavagliato.
. Quando si salutarono, ai bordi di una strada asfaltata, il ragazzino si tolse una collanina d’oro. Vi era appeso un crocifisso di un Cristo con un braccio mancante.
. “Concetto, in qualsiasi momento della tua vita avrai bisogno di me, questa collanina è il simbolo della mia gratitudine.
. E ora, dopo tantissimi anni, quei due ragazzini erano l’uno di fronte all’altro.
. “Ho bisogno di te“ disse u zu Cuncettu.

06/02/2004

VASTIANUZZU

(Per motivi tecnici mi si sono cancellati alcuni vecchi scritti. Ora che li ho recuperati mi va di ripubblicarli. Chiedo scusa a chi li conosce già)


Quando ero bambino mi capitava spesso di incontrare, per le strade del paese, Vastianuzzu.
Era anziano, tozzo, capelli cortissimi e brizzolati. Aveva sempre stampato in viso un sorriso bellissimo, simpaticissimo, rassicurante. I suoi occhi cerulei facevano a gara con le sue labbra a chi mostrasse prima quel sorriso. Aveva una voce sottile, quasi infantile e si fermava a parlare con tutti quelli che incontrava, grandi e piccoli. Conosceva tutto sui santi e regalava i santini che, a sua volta, gli venivano regalati dai preti o dalle suore del paese. E se qualcuno lo trattava male o incontrava uno scorbutico, piangeva.
Piangeva così, per strada, senza ritegno, senza vergogna.
Vastianuzzu aveva 60 anni, o più, ma la sua mente era rimasta quella di un bambino di sei anni.
Vastianuzzu era quello che comunemente, e con stupidità, viene definito lo scemo del villaggio.
Vastianuzzu era un angelo, il suo unico compito era quello di trasmettere un sorriso, un dolce e tenero sorriso a chiunque incontrasse.
Per Dio, quanti Vastianuzzi ci vorrebbero in questo mondo!!!!!!

05/02/2004

PER COLPA DI FRANKIE

(Per motivi tecnici mi si sono cancellati alcuni vecchi scritti. Ora che li ho recuperati mi va di ripubblicarli. Chiedo scusa a chi li conosce già)


L’auto scorre veloce e silenziosa.
Il sole, appena sorto, colora di arancione tutto il mondo. Poche nuvole in cielo. Cielo azzurrissimo. Giornata bellissima.
Camicia nuova.
Profumo di dopobarba.
Sto bene oggi.
Il tapis roulant di asfalto mi scorre sotto. Il paesaggio verdissimo m’incornicia lo sguardo.
Una sigaretta. Uhm... mettiamo un po’ di musica...
L’indice va sul tasto. Clic.
dlin... ti tititic.... dlin... ti tititic...
L’orchestra parte.
The music she moves to, is music that makes me a dancer....
Grande il mio Frankie. Mitico!!!
La fantasia parte.
...But oh, when I'm back in her arms
She smiles and then - I am home again.....

Le strade di Los Angeles sono tutte per me. Le luci colorate e sfavillanti mi circondano. La mia limousine bianca taglia in due la folla. Mi salutano. Mi mandano baci. Il mio sorriso affascinante li abbraccia. Le donne mi desiderano.
....'Cause L.A. is my lady
She's always there for me
L.A. is my lady
She knows how to care for me.....

L’orchestra è pronta.
Il presentatore annuncia: < Ladies and Gentlemen, ecco a voi la Grande Voce..... >
Eccomi. Mi applaudono. Tutti in piedi.
La mia voce calda, fascinosa, ruffiana li porta in paradiso. Le donne mi mangiano con gli occhi. Ognuna pensa che canti solo per lei. Il mondo è mio, solo mio.
....I've been in love more times, than I care to remember
And love's kept me cool in July and warm in December....

Per Dio, come sto bene oggi!!!!!


Cazzo....... cazzo...... ma era quello il casello di uscita??? Cazzo...... cazzo......
E ora il prossimo è a cento chilometri!!!!
Minchia Frankie, colpa tua, sempre tua!!!!!
Avevo un appuntamento.
Uffa!!!!!
Evvabbè... Fra... anche stavolta ti perdono. A una condizione.
Canta My Way..... solo per me.

31/01/2004

DEPRESSIONE

Ma come minchia siete fatte voi donne?
Torno a casa con la paura nel cuore
ti trovo sdraiata sul divano
nella semioscurità, sotto una coperta
il viso sfatto, i capelli in disordine, intorcigliati
lo sguardo di un cucciolo impaurito
gli occhi gonfi e pieni di lacrime.
I bambini chiusi nelle loro stanze
anche loro col sorriso sperso.
Una casa impregnata di malinconia.
Ma di cosa hai paura? Ci sono io con te.
Ma di cosa hai paura? Ci va tutto bene,
non ci manca nulla, i bambini sono sani e intelligenti,
ti vogliamo tutti bene,
non abbiamo problemi di soldi,
siamo circondati da amici,
io non guardo le altre donne.
Si, ti tengo per mano, ti accarezzo.
Supererai questo momento, ma tu devi sforzarti.
Non ti lasciare andare.
Noi abbiamo bisogno di te.
Io sono forte? Ti do sicurezza?
E allora? Che minchia, alzati.
Non sarò più forte se tu continui così.
Ti accompagno io dal medico, stai tranquilla.
Si, ti stringo.
Come vorrei tanto trasmetterti con questo abbraccio tutta la forza di cui hai bisogno.
Ora alzati, vai in bagno, lavati la faccia, pettinati.
Tranquilla, ci penso io a cucinare.
Quando arrivano i ragazzi, sorridi.
Sai una cosa?
Torna quella che mi rompe le scatole,
perché fumo, perché torno tardi,
perché i ragazzi litigano, perché non vogliono studiare.
Mi farai come sempre incazzare,
ma voglio la mia rompicoglioni.

28/01/2004

GRAZIE, PAPA'

. Drinnnnnnnn....Sveglia!....... Cazzo, non la sopporto!

. Ragazzi, svegliatevi.

. Dai, sbrigatevi che è tardi.

. Non litigate a chi deve sedersi davanti.
. Non litigate mai. Lo sapete che me ne dispiaccio.

. Lasciamo il maschietto davanti la scuola.
. Metto un po’ di musica.

. Papà, come mai ti salutano tutti?
. Beh, conosco tante persone, ho amici. Sai, il mio lavoro? E poi è una vita, lunga, che vivo qui.

. Papà, tu sei un bravo ingegnere?
. Così dicono. Ma, in parte, lo credo anche io.

. Papà, il tuo papà ti accompagnava a scuola?
. No, lui andava a lavorare presto la mattina. Ci andavo da solo, a piedi.

. Papà, ci pensi a tuo papà?
. Ogni tanto. Raramente.

. Papà, ti manca?
. Ci sono stati momenti nella mia vita che lo avrei voluto vicino a me. Ma ora ho voi. A volte me lo fate ricordare. Nei vostri sorrisi. Nei vostri gesti.

. E poi c’è la nonna, vero?
. Già. Lei c’è stata sempre. Per mia fortuna

. Ecco siamo arrivati. Ciao, bella mia.
. Papà........ grazie di esistere......... grazie di essere vivo.

27/01/2004

I DONNI DI NOTTI - quarta e ultima parte -

. Sento che un sogno così non rinasce mai più
. mi dipingevo la faccia e volavo laggiù
. ...........
. Volareeeee... oh ohhhhh
. Cantaaaare... oh oh oh
. Nel blu dipinto di blu........

. Teresa spalancò la porta del bagno, preoccupata in viso:
. - Che hai? Stai male?
. - Male? E perchè dovrei stare male? Minchiuna! Ma in questa casa è proibito cantare? - risaltò il maresciallo Crisafulli, dopo un primo attimo di imbarazzo, non riuscendo a frenare il rossore al volto.
. - Certo che non è proibito, ma se lo fai tu la cosa mi preoccupa. Mai visto in vita mia un orso che canta. -
. - Ma finisciccilla, va... e chiudi sta porta, mizzica!!! -
. Si guardò allo specchio. Vide una bella facciaccia paffuta, ammiccante, parzialmente coperta di schiuma. Completò di farsi la barba. Stavolta canticchiando sottovoce. Si asciugò. Si improfumò con un dopobarba.
. Si mise l’accappatoio, passò dall’ingresso e prese lo scialle nero della moglie. Se lo avvolse sulla testa e, in punta di piedi, si posò alle spalle della sua Teresa:
. - Uhhh... sugnu na Donna di Notti! Chi stai cucinannu, fimminazza? Uhhh... - fece con una falsa voce cavernosa.
. Teresa si voltò col mattarello in mano, lo alzò verso di lui:
. - Buttana di iornu, nesci da sta casa! - e lo inseguì per casa.


. Il maresciallo Crisafulli si chiuse la porta di casa alle spalle.
. Ah che bella giornata oggi!!!
. Aveva ancora dentro le narici il gradevole odore del ragù che la sua Teresa stava cucinando.
. Lo metteva in pentola sin dalle prime ore del mattino. E lo lasciava cucinare per ore.
. Carne di vitello tritata. Una grossa parte di pomodori pelati e una piccola di ciliegino di Pachino. Un piede di porco. Cotenna di maiale, a cutini. Verdure varie, a partire dal sedano.
. Ma il tocco glielo dava quel mezzo cucchiaio di estratto di pomodoro, che la signora produceva in casa. Spalmava su una tavola il pomodoro leggermente cotto, pelato e passato. Poi lo esponeva al forte sole siciliano per intere giornate. Coperto da un leggero velo trasparente per tenerlo lontano dalle mosche. Mescolandolo e spalmandolo di tanto in tanto. Evaporava la parte acquosa e rimaneva un concentrato di sole, terra, rosso, sapore. Si riduceva, man mano, notevolmente.
. In particolare quando in giro per casa c’era il maresciallo, che, con fare birichino, passava con un'espressione da indifferente da quelle parti e vi intingeva l’indice.
. Ah che bella giornata oggi!!!
. Mi taglio la minchia se oggi non mangio una bella granita alle mandorle con una brioche fragrante e calda. Sono sicurissimo che oggi sarà eccellente.
. La granita alle mandorle del suo amico Alfredo.
. Già da quando entrò nella piazza fu adocchiato da Alfredo.
. Lo accolse con tanta giovialità. Con un sorriso accoglientissimo.
. Ecco, finalmente, l’Alfredo che conosceva!
. Lo servirono immediatamente. Lì, al suo solito posto. All’ombra di una delle palme che incorniciavano la piazza.
. Invitò il pasticciere a sedersi con lui.
. Cominciando a inzuppare la brioche calda nella granita gelata. Che divino connubio!
. Uhmmmmmmm... che bontà!!!!
. - Alfredo, voglio raccontarti una storia. Ma tu ascolta e non fare domande.
. C’era una volta un uomo, una persona per bene, che viveva felice in un piccolo paese. Il lavoro gli dava soddisfazioni, la moglie lo amava, era circondato di amici ed era rispettato da tutti.
. Un giorno un destino crudele, invidioso della sua vita, decide di fargli male. E lo colpisce nella cosa più cara che ha. Nella sua amatissima bambina. Una malattia grave, quasi inguaribile. L’uomo si spoglia di tutti i suoi, seppur pochi, averi per poter curare il suo angioletto. Si indebita. La cura riesce a fermare la malattia, ma non a sconfiggerla.
-
. Intanto portò in bocca un po’ di granita e un po’ di panna.
. - Fino a quando, un giorno, uno specialista americano, incontrato per caso e saputa la notizia, gli dice che negli Stati Uniti esiste un centro di cure che guarisce i malati come la bambina, con grossissima probabilità di successo. Ma il viaggio, la cura, la degenza costano tantissimo.
. Dopo un primo momento di gioia, per la lieta notizia, e di disperazione, per la consapevolezza che non gli fosse rimasta una lira, decide di fare una cosa grave.
-
. Ordinò un caffè.
. - Decide di rubare a uno strozzino, proprio a colui che gli ha tolto quasi tutto quello che aveva e che era in procinto di farlo fallire, le cambiali sue e i soldi.
. Ma una semplice rapina avrebbe suscitato clamore e una sicura investigazione che avrebbe messo a rischio il colpo. Allora cosa ti escogita il povero cristo?
-
. Roteò lentamente, molto lentamente, il cucchiaino dentro la tazzina del caffè. Profumato, cremoso.
. Col cucchiaino spalmò la crema rimasta lungo il bordo. Bevve il caffè ad occhi chiusi. Lo assaporò.
. Tirò fuori dalla tasca le sigarette e se ne accese una.
. Inspirò profondamente, trattenendo il fumo nei polmoni.
. - Saputo che il suo aguzzino, nonostante la sua istruzione scolastica, è religioso ma, soprattutto, un credente di cose paranormali e un inguaribile superstizioso, organizza una bella sceneggiata napoletana.
. La notte di un giovedì (si, proprio di giovedì, giorno adatto alla tresca), lui e due suoi amici fidati, o parenti, si travestono da spiriti maligni, con scopi punitivi. I Donni di Notti.
. Entrano di notte nella casa del cravattaro. Addormentano la moglie e prima bastonano l’uomo, lo impauriscono a morte anche con un pizzico di sadismo e una fredda vendetta, poi gli fanno aprire la cassaforte e lo legano a una sedia.
. Nel frattempo sostituiscono i contanti con soldi falsi che, insieme alle cambiali e ad altri documenti compromettenti, fanno sublimare in un bel falò.
. Continuano l’opera dei pupi con qualche danza e qualche canto similreligioso.
. Ballamu ballamu ca l’animi ‘nnuccenti
. ‘ntornu o focu arridunu cuntenti !!!

. Bella trovata! Perchè, così facendo, lo strozzino non avrebbe mai potuto denunciarli. E da quando in quà vengono denunciati gli spiriti maligni? E poi per il furto di cosa? Avevano bruciato tutta la refurtiva. Quindi non c’era alcuno scopo di lucro.
. L’uomo, con la tranquillità conquistata e una bella mazzetta di denaro in tasca, riesce a far salire sul primo aereo per gli Stati Uniti la moglie e la bambina. Destinazione.... la vita.
-
. Buttò la cicca di sigaretta per terra e col tacco la schiacciò.
. - Piaciuta la storia, Alfredo? -
. Alfredo non guardò negli occhi il maresciallo ma un punto lontano all’orizzonte. E sussurrò un inavvertibile si.
. Il maresciallo si alzò. Si scrollò le mollichine della brioche cadute sui pantaloni.
. - Bene, Alfredo, io vado. Grazie per la granita e per il caffè. -
. Si allontanò di qualche metro e poi si girò lentamente, quasi a ricordarsi una cosa.
. - A proposito, Alfredo, quando tornano dagli Stati Uniti tua moglie e la bambina? -
. Alfredo si illuminò in volto.
. - Tra due settimane, maresciallo, e stanno benissimo. -
. Rispose Alfredo, facendo splendere un sorriso maestoso sul suo simpatico viso.
. - Sono contento per te. Quando tornano dai loro un bacio per me. -
. - Grazie, maresciallo Crisafulli. U Signuri vabbinica! -

26/01/2004

I DONNI DI NOTTI - terza parte -

. Si fermò al primo bar che incontrò.
. La salsiccia con i brocculi affucati gli era rimasta sullo stomaco.
. Di solito riusciva a sbloccarsi con un cucchiaino di bicarbonato di sodio e qualche sorso d’acqua.
. Minchia, devo finirla di farmi sto pisolino pomeridiano subito dopo essermi alzato da tavola! Mi rimane tutto ‘nchiummatu na panza!
. Mancavano ancora quindici minuti all’appuntamento, e lui era già nervoso per questo.
. Non per l’appuntamento in sè, ma per il fatto che sarebbe stato puntuale.
. Gli stavano sul cazzo quelli che spaccavano il secondo negli appuntamenti. E proprio oggi sarebbe toccato a lui! Il solito destino infame!
. Stavolta si godette le fermate delle persone che lo conoscevano.
. Quasi tutto il paese, a dire la verità.
. Passò alla larga della sezione locale della DC, davanti alla quale sostava l’onorevole Calabrò. Quel gran fitusu figghiu di buttana che giocherellava spesso con gli appalti mafiosi e il suo demenziale elettorato. Circondato da leccaculi, portaborse e clientele varie, spargeva quel suo sorriso di minchia a destra e manca.
. Meglio evitarlo. Anzi.... evirarlo, disse tra sè il maresciallo Crisafulli, sorridendo al suo pensiero.
. Arrivò davanti al gran portone del palazzo.
. Gran bella casa, pensò. Padroneggiava sulla piazza principale del paese. Così come il suo proprietario.
. Bussò. Gli venne ad aprire la cammarera.
. - Vasamu i manu, marescià, l’aspettano di sopra. -
. Davanti alla porta dello studio c’era Maria.
. Sempre bella, sempre con l’occhio pesto, sempre timida.
. Lo fece accomodare e si allontanò.
. - Prego maresciallo, si accomodi. -
. Gli disse con la sua voce melliflua l’uomo che era comparso nei suo incubo. L’uomo che era legato alla sedia con lo sguardo terrorizzato.
. Il notaio Scippacauli. Il marito di Maria.
. - Maresciallo, ho accettato il suo appuntamento, ma non riesco a capire il motivo del suo disturbo. -
. - Vede, notaio, lei sa meglio di me che il paese è piccolo. Non ci sono tanti segreti. Le voci circolano. -
. Ma che minchia sto dicendo? pensò tra sè il maresciallo. Parlo anche io con le frasi fatte?
. - Mi è giunta voce che un po’ di tempo fa lei abbia avuto una visita notturna. Una sgradevole visita. -
. - Egregio maresciallo, fino a prova contraria, le cose private che avvengono in questa casa sono cavoli miei. E non vedo cosa c’entrano i carabinieri in tutto questo. - Disse il notaio, mostrando disagio e disappunto.
. - Notaio, io le chiedo solo alcune cose. Lei mi risponde. Poi io le faccio capire il mio interesse. Infine la lascio in santa pace. - Lo calmò il maresciallo, trattenendo la sua proverbiale facile irritazione.
. - Allora.... - cominciò.
. - ....sti Donni di Notti erano a volto scoperto? Quanti erano? Cosa hanno fatto? -
. Il notaio cercò di allentare il suo irrigidimento. Si accese un sigaro.
. - Maresciallo, I Donni di Notti non si fanno mai riconoscere. Hanno un mantello nero e un cappuccio nero in testa.
. Erano in tre. Almeno quelle che ho visto.
. Mi hanno prelevato dal letto e mi hanno portato qui in studio. Con dei bastoni mi hanno picchiato. Poi mi hanno legato. Hanno raccolto varie carte che erano posate sulla scrivania e sulla libreria. E hanno acceso un fuoco. Lei sa che loro accendono questi fuochi per scacciare altri spiriti presenti nella casa?
-
. Non aspettò la risposta.
. - Poi hanno cominciato a ballare intorno al fuoco. Cantando con una lingua a me incomprensibile. Ogni tanto riuscivo a capire solo una cantilena. -
. - E quale? - chiese il maresciallo.
. - Più o meno faceva così:
. Ballamu ballamu ca l’animi ‘nnuccenti
. ‘ntornu o focu arridunu cuntenti !!!
-
. Già, pensò il maresciallo, le anime innocenti... i picciriddi, i bambini. Una bambina che soffre....
. - Ma io lo so di chi è la colpa. - Disse il notaio guardando verso la porta dello studio. Oltre la porta dello studio.
. - Bene, notaio, io un’idea me la sono fatta. E credo che lei abbia preso una bella cantonata. Mi ascolti.
. - Vede, ho scoperto che lei non è tanto informato sulle Donni di Notti.
. - Lei deve sapere che questi esseri, a volte malefici a volte benefici, assumono le loro caratteristiche sovrannaturali in base alla terra in cui la vittima è nato.
. - Lei è vissuto per tutta la vita in questo posto, vero?
-
. - Si, maresciallo. -
. - Però lei è nato a Trapani, vero? -
. - Si. -
. - Ebbene, anche se è vero che I Donni di Notti delle nostre parti si incazzano di brutto a trovare le case in disordine, lei non sa che le loro comari della zona di Trapani non sopportano due cose. -
. - E cioè? - domandò il notaio.
. - Prima cosa: sono guai grossi per chi alza le mani o, comunque, maltratta le donne. In particolare la padrona di casa.
. Seconda cosa: a loro stanno sulle palle quelli che sono troppo legati ai soldi e a qualsiasi bene materiale, in particolare se provengono dalla infelicità di qualcun altro.
. Notaio, tutti in paese sappiamo che lei da’ soldi a usura. Con interessi, diciamo, scannauomini.
. Non parli..... non ce ne è bisogno. Non cerco conferme.
-
. Si alzò dalla poltrona e si avviò verso l’uscita.
. E, senza girarsi verso l’uomo, concluse.
. - Se, per caso, i Donni di notti dovessero ritornare.... -
. - Beh, Signuruzzu, tuccamu ferru!!! -
. - ..... se dovessero ritornare, si ricordi la sua provenienza. La sua terra di nascita.
. Ma si ricordi, soprattutto, che se dovesse nuovamente alzare le mani su una santa donna come Maria, vengo qui di corsa e, giuro sull’anima dei miei genitori, le spacco il culo!!!
-
. Detto questo, uscì sbattendo la porta e lasciando il notaio con la mascella penzolante in un’espressione, cosiddetta, di merda.

24/01/2004

I DONNI DI NOTTI - seconda parte -

. Entrò nell’atrio di quel palazzo sbuffando per la fatica delle scale.
. La porta era aperta e lo vide subito, lì in fondo alla saletta, immerso nei suoi soliti libroni.
. Pippo Catenella, il professore, era stato il suo compagno di banco, sia alle elementari che alle medie. E lui, il maresciallo Crisafulli, lo ricordava sempre così. Abbassato su un libro. Coi suoi occhiali appesantiti dalle spesse lenti. Alla costante ricerca di chissà quale verità o tesoro nascosto.
. Era un professore in lettere, ma la sua grande passione era stata quella di scoprire gli usi, le tradizioni, le credenze e i dialetti della Sicilia e, in particolare, del suo paese.
. Grazie ai suoi costanti e passionali studi e alla sua caparbietà nel raccogliere qualsiasi cosa rappresentasse il tempo passato, era riuscito a istituire un museo etno-antropologico finanziato dal comune. Quando entravi nel suo museo, in cui trascorreva gran parte del suo tempo, ti sembrava tornare indietro nel tempo. Eri circondato da vecchi aratri, attrezzi primitivi di lavoro, lavori a uncinetto, quadri antichi, cianfrusaglie varie e libri, tanti libri.
. - Ciao, Catenella, ti disturbo? -
. - Crisafulli, che piacere rivederti! Vieni accomodati. -
. E poi, abbassando gli occhi sul ventre del maresciallo, con un sorrisetto gli disse:
. - Vedo che la tua Teresa non ha perso la sua grande arte della cucina! -
. - Senti Catenella, sono venuto a chiederti un’informazione. -
. - Dimmi. -
. - Mi sapresti dire cosa sono i Donni di Notti? -
. Il professore, dopo un primo attimo di sbigottimento, scoppiò in una risata.
. - Crisafulli, mi meraviglio di te! Un uomo tutto d’un pezzo, un miscredente riconosciuto, un ateo intollerante nonchè, da quello che si vocifera, un comunista come te mi viene a fare domande come queste? Vivi una crisi mistica? -
. - Ma che minchia mi vai dicendo, Catenella, sono sempre lo stesso! E’ solo una curiosità. O, se vuoi, diciamo che cerco informazioni per un’indagine. E poi cosa c’entra la miscredenza e l’ateismo con queste fantomatiche donne? -
. - Vabbè, non ti incazzare e siediti. Ti spiego. -
. Si sedettero l'uno di fronte all'altro. Accesero con calma una sigaretta. E il professore iniziò.
. - I Donni di Notti, o Donni di Fuora o Donni di Locu o Donni di Casa, sono esseri soprannaturali, un po’ streghe e un po’ fate, distinguendosi le une dalle altre caso per caso e luogo per luogo.
. Hanno delle fate perchè vanno intorno spargendo benefici a qualche disgraziato, abbandonato dalla fortuna, ma sono delle vere streghe perchè, qualora non trovano quello che cercano, riescono a punire, anche dolorosamente e irreversibilmente, le loro vittime.
. Insomma, sono frutto di credenze popolari. Chiaramente legati all’ignoranza della nostra umanità meridionale.
. Sono famose in Sicilia, riconosciute in molti paesi e in molte zone. E, in ogni luogo, assumono una veste e un’interpretazione diversa.
. Sono geni benefici e malefici, disposti e fermamente decisi a giovare o a nuocere, ad arricchire o a impoverire, a far belli o a rendere brutti.
. Esse non hanno altro movente se non il capriccio.
. Dalle nostre parti esse amano la pulizia e la compostezza, fino allo scrupolo; e, nelle case dove vanno, vogliono trovare tutto in bell’ordine, ben rifatto il letto, bianche e profumate le lenzuola, sprimacciati i guanciali, splendido il rame della cucina e le stanze spazzate benissimo.
. Nella zona dell’ennese, invece, I Donni di Notti dimostrano una gran debolezza per i bambini. Trasformandosi in loro angeli custodi e punendo chi possa far loro del male.
. A Trapani e dintorni, esse sono protettrici delle donne e odiano chi sovrappone i beni materiali della terra alle virtù dell’uomo.
. Si dice che nella notte di ogni giovedì lascino a casa il loro corpo e con lo spirito vaghino nelle case altrui, apportando fortuna o sfortuna.
. Soddisfatto della risposta?
- Finì il professore.
. - Soddisfattissimo, Catenella. -
. E ora, seduto sul cesso, con la seconda sigaretta della giornata, ripensava alle cose accadutegli ultimamente.
. Forse quelle ombre incappucciate, che aveva sognato, avevano un nesso con I Donni di Notti?
. Mentre si trovava nel corridoio, dirigendosi verso la cucina, si fermò.
. Si guardò allo specchio appeso alla parete.
. - Minchiuna!!! Ci sono. Lo dicevo che sti Donni erano tutta una pigghiata po culu! -
. Arrivato trafelato in caserma, chiamò nel suo ufficio l’appuntato Sangiorgio.
. - Sangiorgio, entro stasera devi portarmi il risultato di due ricerche. Una all’ufficio ipoteche e alla banca del paese su un tizio e l’altra all’anagrafe. Voglio sapere il luogo di nascita di un’altro tizio. -
.............................. .............................. . ........................ continua.

22/01/2004

I DONNI DI NOTTI - prima parte -

. Si svegliò di soprassalto, ansimante e sudaticcio. La bocca arida. Le tempie che sembrava volessero scoppiare.
. Cosa era stato? Un incubo? La graditissima trippa della sera prima, cucinata con tanta maestria dalla sua Teresa e diventata poi indigesta? O cosa?
. Si sedette sul letto. Bevve un sorso d’acqua direttamente dalla caraffa poggiata sul comodino. Si accese una sigaretta. I soliti primi cinque colpi di tosse catarrosa. Teresa era già in cucina.
. Il maresciallo Crisafulli si impose di ricordare cosa aveva sognato.
. Non era facile, era tutto così confuso.
. Ricordava ombre nere incappucciate, dolore alla testa e alla schiena, il freddo della granita alle mandorle rovesciata sui suoi pantaloni, il pianto distante e straziante di una bimba. Alcune di quelle ombre che danzavano intorno a un falò. Lingue di fuoco verdi che volteggiavano intorno a lui. E poi, come a uscire fuori dal suo corpo, alzarsi sopra la scena e guardare se stesso. Ma quello non era più lui....... un volto terrorizzato, ma non era lui.
. Eppure aveva la sensazione di conoscere quell’uomo, con gli occhi sbarrati, legato a una sedia. Chi era?
. Cosa aveva di reale tutto ciò?
. Lui era stato, da sempre, uno che ai sogni dava un preciso significato.
. Era convinto che ogni sogno fosse legato alla realtà.
. Ma, in questo caso, cosa aveva di reale ‘sta cosa?
. Cercò di ripercorrere, con uno sforzo di lucidità mentale, i giorni appena trascorsi. I fatti avvenuti. I dubbi che lo assillavano.
. Alcuni giorni prima, uscendo di casa, si era trovato di fronte a una di quelle fantastiche giornate di primavera inoltrata. Un sole che lo cosparse di un tepore simile a un abbraccio materno. Inspirò l’aria fresca del mattino, impregnata del profumo di zagara che tanto gli faceva ricordare la sua infanzia trascorsa per le strade del paese a giocare a calcio.
. E lui, che abitudinalmente faceva colazione solo con un paio di caffè, ebbe il desiderio impellente di una gustosa granita alle mandorle con una morbida e calda brioche.
. E dove potere gustare la migliore delle granite se non al bar di Alfredo, nella piazza principale?
. Comprò un quotidiano in edicola.
. Preferiva quello nazionale, perchè era schifato da quello di Catania il cui editore era ammanicato coi poteri forti, democristiani e mafiosi, della provincia. E si interessava solo di squallida cronaca nera o dell’andamento delle arance, di cui lui era il più grosso produttore.
. Dopo avere incrociato e salutato almeno un centinaio di persone, dagli amici ai leccaculi vari, arrivò in piazza.
. Si accomodò a un tavolino e si sedette, a fatica, su una sedia. Imprecando contro quelle sedie coi braccioli che gli rendevano quasi impossibile entrarvici con la sua gran mole.
. La statua di San Rocco ferma lì a vigilare sulla quiete mattutina.
. Il cinguettio rilassante delle rondini come colonna sonora.
. Preferì un posto al sole, tanto ancora era piacevole e non fastidioso come quello che lo aspettava nei prossimi mesi estivi.
. A servirlo arrivò personalmente Alfredo. Ma il maresciallo notò subito la cupezza del suo sguardo. Gli occhi infossati nelle borse pesanti degli occhi. Il viso accigliato in una sconosciuta seriosità. Strano! Proprio Alfredo, l’uomo più socievole del paese! L’uomo che era riuscito, con una cura donatagli da un miracolo divino, a miscelare le prelibetezze che uscivano dalle sue mani di artigiano ignorante con la gentilezza, la simpatia e la giovialità di rara fattura.
. - “Alfredo, intanto portami una granita alle mandorle e una brioche, poi ti chiedo qualche spiegazione. Mi raccomando, al solito. Uno strato di granita, un po’ di panna e un secondo strato di granita.” - disse il maresciallo.
. Aprendo il giornale, cominciò a immaginarsi l’arrivo di quella prelibatezza. Alfredo era l’unico pasticciere che ancora produceva il latte di mandorla con l’antico sistema artigianale. Sceglieva le migliori mandorle della zona, le avvolgeva in un panno di cotone, le pestava per lungo tempo e le lasciava macerare in acqua tiepida. Poi spremeva l’involucro e ripeteva l’operazione tante volte. Infine amalgamava quel pregevole succo con una giusta dose di zucchero.
. Era un’operazione antieconomica. Sarebbe bastato utilizzare i panetti di pasta prodotti industrialmente e il risultato si otteneva in pochi minuti.
. Ma Alfredo riteneva che quello sarebbe stato un insulto all’arte che gli era stata tramandata dalla mamma e, prima ancora, dalla nonna.
. Tornò Alfredo con un vassoio e lo servì. . - “Grazie, siediti un po’ con me.” - lo invitò il maresciallo, cominciando a inzuppare un pezzo di brioche nella granita. - “Dimmi che ti succede.” -
. Mise il boccone in bocca e chiuse gli occhi, cominciando ad assaporare.
. Spalancò gli occhi e non potette trattenere lo sguardo schifato. . - “Che minchia ci hai messo? La granita è annacquata e la brioche è amara.” -
. - “Mi scusi, mi scusi, marescià.” - implorò Alfredo, quasi con le lacrime agli occhi, raccogliendo le cose dal tavolino, pronto a sostituirle.
. - “In questi giorni non mi riesce nulla.” -
. - “Alfredo, che hai? Che ti succede?” -
. - “Maresciallo mi è caduto il mondo addosso. La mia Graziella...” - disse, scoppiando in lacrime, “la mia bambina... Lei sa quanto abbiamo desiderato questo dono di Dio! Quanti anni abbiamo aspettato per averla! Alcuni mesi fa la bambina ha cominciato a sentirsi male, vomitava ogni cosa che mangiava, smagriva a vista d’occhio, perdeva quel rosa che rendeva il suo visino più bello di una pesca. Siamo andati dai migliori medici. Fino a quando ci hanno dato una coltellata al cuore. Leucemia. Mia moglie Angela è quasi morta. E ora stiamo seguendo una cura. Mi hanno detto che è molto difficile ma qualche possibilità di salvarla dicono ci sia. E’ una cura costosissima. Noi non siamo benestanti, ma per la mia Graziella darei la vita.
. Il maresciallo Crisafulli cercò di consolarlo, gli disse che non aveva importanza per la granita.
. - “Alfredo, non ho idea sul come aiutarti, ma di qualsiasi cosa tu abbia bisogno fammi sapere. Farei di tutto.” - E, dopo un imbarazzante silenzio, si congedò.
. E così, per tornare in caserma, preferì attraversare stradine secondarie, per non interrompere la sua amarezza coi saluti di chiunque incontrasse.
. Preso dai suoi pensieri, girando un angolo, si scontrò con una donna, alla quale fece cadere la borsa e gli occhiali da sole.
. - “Oh pardon, signora, le chiedo scusa.” - disse frettolosomanete mentre si inchinava a raccogliere gli oggetti.
. E, mentre alzava lo sguardo, vide il viso della signora.
. Era Maria. Quella che un tempo era stata la sua compagna di giochi. Quella che un giorno era stato il suo primo amore. Quella che un giorno lo abbandonò per sposare un ricco notaio. Quella che, per dimenticarsi della quale, si arruolò nei carabinieri e fuggì dal paese.
. Lui notò subito il suo volto ancora attraente, le sue guance farsi rosse, ma, soprattutto, un occhio gonfio e livido.
. - “Chi è stato, Maria?” -le domandò con un pizzico di rabbia
. Lei, all’inizio, cercò di divincolarsi dalla domanda, cercò di sviare il discorso, ma, dopo l'insistenza di uno sbirro che più sbirro non si può, finalmente si confidò:
. - “E’ stato mio marito. Lui non è mai stato manesco. Ma dopo quello che gli è capitato alcune sera fa, è diventato violento. Dice che è colpa mia. Dice che io non tengo la casa in ordine. E, per questo motivo, “i donni di notti” lo hanno punito!” -
. - “I DONNI DI NOTTI???? Chi minchia mi vai cuntannu, Maria?” - .............................. .............................. . ........................ continua.