13/01/2004
OMICIDIO PASSIONALE? - seconda parte -
. L’aveva indossata da appena cinque minuti e già la divisa del maresciallo Crisafulli era inzuppata di sudore. Magari per la sua mole o per il caldo afoso, ma, probabilmente, per l’incazzatura del rito interrotto. Pensava ancora alla sua pasta con le sarde e alle sue sarde a beccafico, lasciate lì in cucina, come a due figli orfani e abbandonati.
. La giulietta dell’Arma lo aspettava sottocasa. Si accomodò, tra uno sbuffo e l’altro, sul sedile anteriore e vide che alla guida c’era il carabiniere Bennardo.
. - “Senti Bennardo, andiamo di fretta, ma non guidare al solito tuo e cioè a testa di minchia. “ -
. E poi si rivolse all’appuntato Sangiorgio, seduto di dietro:
. - “Nel frattempo tu raccontami quello che sai. “ -
. - “Marescià, stamattina alcuni fedeli di San Rocco, durante il loro giro per le strade a raccogliere i doni per il santo, bussarono alla porta di casa di mastro Pippino. Ma la porta era ‘abbanedda’, semi aperta. La spinsero leggermente e davanti a loro videro la scena. Due corpi totalmente nudi, una donna per terra e un uomo sul letto, in una chiazza di sangue. Il piantone della caserma, appena saputa la notizia, ha ‘tuppuliato’ alla mia stanza e io mi sono permesso di avvertire pure il dott. Ruggiero, il medico legale, oltre cha a vossìa, naturalmente.”-
. Erano quasi arrivati, con l’ennesimo stridore di gomme dell’ultima svolta per immettersi in via Butera, quando la giulietta si trovò di fronte un gruppo di persone, in mezzo alla strada, che curiosava davanti alla casa del delitto.
. Il guidatore Bennardo sterzò di colpo e pestò sul freno. La strada sterrata fece scivolare l’auto verso un carretto appoggiato di lato. Vi sbattè, ammazzando alcune galline che si trovavano lì sotto.
. Il maresciallo urtò con la fronte sul lunotto. La sigaretta accesa gli cadde sulla camicia e sui pantaloni che cominciarono a fumare.
. - “Sei il solito testa di minchia!!!” - urlò, sbattendo il suo berretto sulla testa del carabiniere, che si difese abbassandosi e chiudendosi sulle spalle.
. Si fece largo tra la gente che nascondeva, anche poco velatamente, un sorrisino malizioso e divertito, ed entrò in casa.
. Come quasi tutte le case popolari di allora, era composta da una stanza, posta subito all’entrata, in cui veniva svolta tutta l’attività giornaliera, cucina e soggiorno. Direttamente comunicante con due stanzini. Uno che fungeva da stanza da letto e uno da stalla per ricovero animali.
. Il medico legale era piegato verso un corpo di donna disteso per terra, vicino il tavolo di cucina. Totalmente nuda e con un coltello infilzato sul petto. Sul letto era riverso il corpo di un uomo, a pancia in giù. Sgozzato.
. Uscì fuori, si accese una sigaretta e aspettò il medico.
. - “Allora, dottore, mi dica.” -
. - “Marescià, l’uomo è stato colpito alle spalle e ucciso con un violento colpo di arma da taglio alla carotide. Arteria recisa. Morte quasi immediata. Con la stessa arma, la donna si è suicidata con un colpo deciso al cuore. Anche questa morte quasi immediata. Il fatto risale a poche ore fa. Diciamo intorno alle sette di mattina. Probabilmente il tutto è avvenuto dopo una scena di sesso. Ci sono tracce di liquido seminale.” -
. - “Sono mastro Pippino e sua moglie Maddalena?” - chiese il maresciallo Crisafulli.
. - “No. Sono Maddalena e Giovanni Sinagra. Pare che fossero amanti.” - rispose il medico, guardandosi le scarpe.
. Appare come l’atto finale di un amore, pensò il maresciallo. Forse, dopo avere fatto l’amore, l’uomo le avrà detto che la storia fosse finita e la donna avrà reagito in maniera violenta e, dopo, si sarà suicidata. Ma non ne era molto convinto.
. Mentre rimuginava si sentì chiamare da una voce sottile e di donna anziana. Si girò e vide una ‘cassila’ leggermente scostata. La cassila, quella specie di avvolgibile primordiale composto di fascette di legno legati da fildiferro, opportuno ad oscurare le case dal forte sole battente e, soprattutto, buono a nascondere gli sguardi curiosi di certe comari.
. - “Marescià, può entrare? Le devo parlare.” - fece la vecchietta.
. - “Vossìa ma scusassi, ma ho sentito quello che vi dicevate col dottore. Marescià, io li conoscevo quei due. Quelli si amavano, non si incontravano solo per ‘ficcare’. E Maddalena mai e poi mai avrebbe ucciso il suo Giovanni, nemmeno di fronte a un suo abbandono. Si amavano da ragazzini. “- disse la donna, parlando quasi sottovoce, con le lacrime agli occhi. Li aveva visti crescere quei due.
. Il carabiniere, dopo avere ringraziato la signora, spostò la cassila e uscì in strada.
. - “Sangiorgio, tu sai dove possiamo trovare mastro Pippino?”-
. - “Comandante, possiamo provare nel suo podere in Montagna, vicino alla grotta del drago.”
. - “Bene, andiamoci. E tu, Bennardo, se ti arrisichi a guidare come poco fa, ti spacco il culo!”
.............................. .............................. . ........................ continua.
12:01 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (8) | Segnala
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11/01/2004
OMICIDIO PASSIONALE? - prima parte -
. - “Buttana da miseria orba e latra !!! “,
imprecò il maresciallo Crisafulli, battendo i piedi per terra come fanno le bisbetiche capricciose.
. - “Oggi no, oggi no che è la festa di san Rocco !!! “.
. Aveva predisposto tutto per quel pranzetto delizioso che la sua Teresa era riuscita a preparargli.
. La sua Teresa, donna miracolata da chissà quale Madonna benedetta, rendeva squisito qualsiasi piatto gli mettesse sotto. Era una donnina minuta, coi capelli ormai grigi legati a crocchia, vestiva sempre in maniera niente affatto vistosa, con le scarpe coi tacchi bassi e con gonne poco sopra le caviglie. Parlava pochissimo e sempre con un tono flebile e delicato.
. Ma era stato il bene più prezioso che era stato donato al maresciallo.
. Non lo rimproverava mai per i suoi rientri senza alcun orario. Non lo contraddiceva mai. Faceva finta di non notare la sua mole da grassone e di non sentire la sua tosse nicotinica e catarrosa. Gli faceva trovare sempre i vestiti in ordine e ben stirati. La casa era sempre pulita e profumata dai fiori che coglieva nel giardinetto posto davanti a casa loro. E, soprattutto, lui la considerava la più grande cuoca che si fosse mai vista sulla faccia della terra. Un solo aggettivo poteva assegnare alla sua Teresa: sublime!
. E per lui, che aveva sempre pensato che a differenza del resto dell’umanità invece dell’ugola avesse un clitoride in bocca, la buona cucina era la cosa più importante della sua vita. Gareggiava solo con il suo attaccamento viscerale alla Benemerita. Diceva sempre che il suo non era un lavoro ma una granitica e passionale abnegazione.
. Per quel santo giorno, festa di San Rocco patrono del paese, sapeva che lo aspettavano la favolosa pasta con le sarde, le deliziose sarde a beccafico e i peccaminosi cannoli di ricotta che la sua Teresa aveva preparato, rispettando minuziosamente le sacre ricette che loro due condividevano.
. Era stato compito del maresciallo pensare al reperimento degli ingredienti.
. Si era fatto portare da Peppino il pescivendolo le migliori sarde che possano mai attraversare le acque di Porto Palo. Appena le aveva scartate, le aveva subito avvicinate al suo viso e aveva inspirato il profumo che emanavano. Il profumo di quel mare del posto in cui era nato, figlio di pescatori.
. Antonino, il confidente della caserma, gli aveva fatto trovare, colti freschissimi in mattinata, i finocchietti selvatici che crescevano vicino le balate della Montagna. Il loro aroma aveva già riempito la cucina.
. Aveva ordinato direttamente da un coltivatore catanese i pinoli dell’Etna. Il dirimpettaio Giacomo aveva raccolto freschissimi i tarocchi già maturi e con la loro polpa rossa. La za Cuncetta gli aveva fatto trovare l’uvetta passa sultanina che lei stessa produceva dal suo vigneto posto in collina ed esposto al caldo sole siciliano che la rendeva straordinariamente dolce. Il pastore Ciccino aveva preparato apposta per il maresciallo, in quel giorno festivo, la ricotta per i cannoli, obbligatoriamente di latte di pecora.
. Già dalla semioscurità dell’alba, sotto le sue direttive, la sua Teresa aveva impastato la pasta per gli spaghetti fatti in casa. Questa operazione ogni volta gli faceva ricordare delle sue diatribe sull’origine degli spaghetti.
. Il maresciallo sosteneva che era un inganno mediatico quello che imponeva la nascita e la divulgazione degli spaghetti grazie al viaggio di Marco Polo in estremo oriente, allorché conobbe questa pasta a base di soia. Nel suo “Libro di Ruggero”, cento anni prima che nascesse il viaggiatore veneziano, il geografo arabo Idrisi scrisse testualmente: "A ponente di Termini (Imerese) vi è l'abitato di Trabia, sito incantevole, ricco di acque perenni e mulini con una bella pianura e vasti poderi, nei quali si fabbricano i vermicelli in quantità tale da approvvigionare, oltre ai paesi della Calabria, quelli dei territori musulmani e cristiani, dove se ne spediscono consistenti carichi"...
. Sono stati i siciliani ad inventare la pasta. E il maresciallo, orgoglioso delle sue radici insulari, ne portava vanto.
. Il ventilatore a pale, appeso sul soffitto della cucina, riusciva a malapena a stemperare il caldo afoso di quel sedici agosto e a scacciare le mosche rompiscatole.
. Quando la quiete che regnava in quella cucina, in cui veniva svolto un vero e proprio rito, venne interrotta da un bussare frenetico al portone di casa.
. - “Cu spacchiu veni a rumpìri i baddi in una giornata come questa? “-
disse ad alta voce il maresciallo.
. Pronto a mandare a quel paese il rompiminchia, scese nell’atrio e mentre si avvicinava al portone e si apprestava ad aprirlo, chiese:
. - “Cu è? “-
. L’appuntato Sangiorgio si presentò col berretto sbieco, la divisa macchiata di sudore alle ascelle, al petto e alla schiena e, tutto arrossato in viso, disse con la voce affannosa:
. - “Marescià scusassi, poco fa in via Butera, nel quartiere delle Forche, a casa di mastro Pippino hanno trovato due corpi ammazzati. Una donna e un uomo! “-
. - “Buttana da miseria orba e latra !!! “,
imprecò il maresciallo Crisafulli, battendo i piedi per terra come fanno le bisbetiche capricciose.
. - “Oggi no, oggi no che è la festa di san Rocco !!! “.
.............................. .............................. . ........................ continua.
12:35 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (4) | Segnala
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04/01/2004
A TE, DONNA
SCRIVO A TE, DONNA.
A te che fai scorrere lacrime amare perchè lui non ha voluto farsi amare da te.
A te che vuoi scappare da tutto quello che ti ricorda di lui.
A te che bevevi ogni sua parola scritta, che la iniettavi nel tuo corpo per scorrere lungo le tue vene, il tuo cuore, la tua mente per essere trasformate in maggiore amore.
A te che parli di disperazione e solitudine che attanagliano il tuo cuore.
A te che sei arrabbiata con te stessa perchè credi di avere donato la tua anima con troppa facilità.
A te che ogni volta che ti scappa un sorriso ti senti in colpa, perchè pensi che non sia rispettoso verso le tue membra dolenti.
A te voglio dire di non idealizzare troppo questo cavaliere solitario bardato di parole in prosa e in poesia.
Non sempre l’intelligenza e la sapienza rendono saggi e gli atteggiamenti verso la vita ne diventano una naturale conseguenza.
Magari un giorno ti avrebbe dato fastidio quando lui avrebbe pisciato senza alzare l'asse del wc, e avrebbe spruzzato tutto intorno e, magari, dopo si sarebbe seduto a tavola senza lavarsi le mani. E la mattina si sarebbe svegliato alitandoti tutta la birra e il wiskey ingurgidati la sera prima. Ti avrebbe dato fastidio il suo pseudo anticonformismo di usare gli stessi slip per tre giorni, o il non farsi la barba per settimane, o il ruttare e scorreggiare perchè tantosiamotradinoi. Ti avrebbe dato fastidio il suo non volerti accompagnare a fare una passeggiata in centro perchè lui avrebbe avuto pensieri suoi da inserire nel blog. Ti avrebbe dato fastidio quella sua tosse, figlia di tre pacchetti di sigarette al giorno e il sentirlo sputare il muco che rende rauca la sua voce da affascinante poeta.
Perchè, donna, così siamo noi uomini. Intellettuali o meno.
SCRIVO A TE, DONNA.
Che la sera rimbocchi le coperte alla tua bimba.
Che chiudi la porta della sua cameretta con dolcezza.
Che ti metti a letto in quella stanza e tra quelle lenzuola fredde. Fredde perchè nessun uomo le ha scaldate per te.
Che bagni il tuo cuscino di lacrime, perchè pensi che un altro giorno è trascorso senza amore.
Che pensi che gli anni passino troppo veloci e la tua bellezza stia svanendo.
Che trovi, ogni giorno di più, tanti capelli dentro la tua spazzola.
Che osservi quella coppia, mano nella mano, a sorridersi e a scambiarsi qualche fuggevole bacio, pensando che, in fondo, tu ancora sapresti donare tanto.
Che pensi che forse sarebbe stato meglio rimanere con lui, nonostante le botte, le torture psicologiche, le sue ubriacature costanti, i suoi facili tradimenti, ma che sempre un uomo al fianco è tutta un’altra cosa.
SCRIVO A TE, DONNA.
Che, come diceva Battisti, torni a casa e metti i soldi accanto a lui che dorme.
Che pensi che ormai gli uomini rappresentino solo un lavoro. Disgustoso, ma sempre lavoro.
A te, che, col tuo trucco sfatto, lasci cadere i tuoi vestiti a terra e ti metti sotto la doccia, pensando che nessun bagnoschiuma e nessuna acqua bollente possa pulirti di tutto ciò.
A te che vivi nei ricordi infantili del tuo paese. All’amore che dasti a lui e che, in cambio, ti promise una vita affascinante e ricca di diamanti portandoti nel paese meraviglioso che vedevi in televisione.
SCRIVO A TE, BAMBINA MIA.
Che, un giorno, piangerai pure tu per un amore non corrisposto.
SCRIVO A TE, DONNA.
Per dirti che intorno a te c'è l’alba, il tramonto, il freddo pungente e il caldo asfissiante, la gioia e il dolore, il sorriso e il pianto, che ti fanno apprezzare la vita.
Per dirti che tu hai il tuo angelo custode. Che ti custodirà nel suo cuore. Che ti accarezzerà mentre sognerai. Che asciugherà con la sua tunica di seta bianca le tue lacrime. Che ti racconterà banali barzellette per strapparti un sorriso. Che ti circonderà con le sue ali per scaldarti. Che ti prenderà per mano e, portandoti in giro per le strade, gonfierà il suo petto di orgoglio. L’orgoglio di essere tuo e solo tuo.
HO SCRITTO A TE, DONNA.
18:43 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (19) | Segnala
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25/12/2003
NATALE A CASA DI CARLO
Eravamo stravaccati sul divano a gustarci l’ultimo cognac, con i nodi delle cravatte slacciati.
Gli occhi arrossati dall’eccesso di alcool e i volti paonazzi per il troppo cibo natalizio.
Le donne sparecchiavano la tavola piena di piatti con i resti del pranzo e di bicchieri semipieni di vino rosso.
Molliche di panettone sulla tovaglia rossa decorata con rami di vischio verde e pallini dorati.
Candele rosse ridotte a moccoli.
I bambini, davanti al camino, scartocciavano le confezioni dei regali, tra bamboline e robottini.
Fino a quando il nostro amico Carlo, padrone di casa, con fare solenne e schiarendosi la gola, annunciò:
- Amici, ora mio figlio ha da fare un regalo di Natale a tutti voi. -
Suo figlio si avvicinò alla scrivania dello studio.
La mamma gli sistemò di fronte un leggìo inclinato con sopra un foglio di carta in bianco, che attaccò, con delle puntine agli angoli, allo stesso leggìo in legno.
Poi gli mise una penna tra i denti.
Lui, con la testa tremante e insicura e con una specie di ghigno, la strinse e si girò verso il foglio.
I bambini si sistemarono intorno alla scrivania, abbandonando i loro giocattoli.
Noi adulti ci organizzammo a cerchio tutti intorno.
Un silenzio assoluto calò intorno a noi.
Il figlio di Carlo iniziò a imbrattare il foglio.
Un’asticina calò dall’alto in basso. Un’altra asticina partì dall’alto e calò, allargandosi. Una terza asticina orizzontalmente collegò le due precedenti.
La sua fronte si imperlava di goccioline di sudore.
Dopo cinque infiniti minuti, comparve una scritta, sbilenca, insicura, tremolante ma chiarissima:
A L E S S A N D R O.
I bambini riempirono i loro volti di un sorriso splendido.
Gli occhi di noi adulti cominciarono a luccicare.
E tutti all’unisono iniziammo un fragoroso e interminabile applauso.
Alessandro ha 7 anni. Sta su una sedia a rotelle. Ed è affetto da paralisi cerebrale spastica. Muovere un semplice muscolo del suo corpicino è un’impresa titanica.
Alessandro ha il sorriso più coinvolgente in cui io sia mai potuto inciampare.
Alessandro è un untore, ci ha infettati tutti, ci ha trasmesso il morbo.... dell’ Amore.
18:53 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (5) | Segnala
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20/12/2003
LA PASTICCERIA DEL CENTRO. 2 (dedicato a setteparole)
La palla di cuoio, sfilacciata e consunta, rotolò dietro una siepe posta ai margini del campetto di calcio, provvisoriamente ricavato nello spiazzo in terra battuta che si trovava alle spalle delle ultime case del paese.
La regola non scritta voleva che il raccattarla fosse compito del portiere.
Filippo si diresse verso la siepe sbuffando, sia per l’azione noiosa che doveva compiere che per il caldo afoso di quell’agosto indimenticabile (almeno per lui).
Superata la siepe Filippo si bloccò di fronte a una visione.
Sedute lungo il ruscello stavano tre ragazzine, con le gonne alzate a mettere in mostra le loro graziose gambe e con i piedi dentro l’acqua fino ai polpacci, a godersi la frescura. Le spalline dei loro vestitini erano state lasciate cadere per donare la pelle candida delle loro spalle ai raggi del sole. Da un mangiadischi portatile, poggiato sull’erba, Edoardo Vianello cantava qualcosa che aveva a che fare con pinne-fucili-occhiali.
Le ragazzine, alla vista del ragazzo riccioluto, robusto, con la prima peluria sulle guance e le gambe già pelose di un adulto, scoppiarono a ridere in risolini argentini.
Una delle tre accennò solo a un sorriso e guardò i suoi occhi neri più di una notte senza luna e senza stelle.
E Filippo fu subito colpito da quella ragazzina magrissima, piccoletta, tutta pelle e ossa, con uno strano volto asimmetrico. Non era bella ma aveva tutto un suo fascino che lui non si è mai saputo spiegare. I capelli biondi legati in due treccine infiocchettate da due nastrini azzurri.
Si avvicinò lentamente verso la palla che era ferma vicino le ragazzine. Si abbassò a prenderla, con lo sguardo fisso sempre su di lei. Si rialzò, rimanendo immobile per tre interminabili secondi. Lei smise di sorridere. Lui si girò di colpo e corse via.
Da quel giorno, ogni momento della vita dell’uno era dedicato all’altra.
Filippo aspettava Lidia dietro l’angolo di casa sua e, con le loro bici, si dirigevano lentamente verso la scuola.
Alla campanella della ricreazione scappavano per primi dalle loro aule e si sedevano all’ombra di uno dei pioppi che circondavano la scuola. Mangiavano il loro panini con mortadella e, tra una risata e l’altra, si mangiavano con gli occhi.
Poi, un giorno, accadde l’inevitabile.
Il padre di Filippo morì in un incidente mentre tornava dal lavoro e, dopo, un periodo in cui la madre non riuscì a trovare qualcosa con cui sfamare la famiglia, decise di emigrare in Germania. Dove già stavano due sue sorelle.
Lidia accompagnò Filippo alla stazione, con il braccio robusto di lui sulle spalle e con gli occhi pieni di lacrime.
- Non ti scorderò mai, ricordalo. E un giorno tornerò da te. - le disse.
Dopo molti anni, Lidia dovette acconsentire al matrimonio con un bancario, dietro le ormai insopportabili insistenze dei genitori. Non aveva notizie di Filippo ormai da anni.
Il bancario era un buon marito. Non le faceva mancare nulla. Era sempre gentile e premuroso con lei. La adorava. Quando passeggiavano lungo il corso principale, con la sua donna al braccio, lui si inorgogliva e la scrutava in viso, di tanto in tanto, per vedere se era stanca, se era contenta, se aveva bisogno di qualcosa.
Lei sembrava una donna soddisfatta, lo accudiva, gli preparava con attenzione i pasti, gli teneva i vestiti in ordine. Solo che, quando stirava, spesso si bloccava e la sua mente volava a un ruscello, a due treccine, a pinne-fucili-occhiali, a un pallone di cuoio sfilacciato e consunto.
Poi un giorno Filippo ritornò in paese. Comprò la più bella pasticceria del centro, ed ebbe successo con i suoi cannoli, paste, bignè, torte, gelati alla frutta.
Ma, ogni domenica mattina, si alzava prestissimo. Preparava i suoi dolci. E, in particolare, i bignè alla crema e al cioccolato. Per questi dolcini ci metteva più attenzione. Sceglieva le uova più fresche, la farina migliore, lo zucchero più raffinato, il cacao più costoso. E, mentre i suoi aiutanti erano distratti, prendeva i bignè, uno a uno, vi poggiava le labbra e vi lasciava un tenero bacio. Infine li riponeva nella vetrinetta espositrice.
Ogni domenica mattina, prima di pranzo, entravano loro. Lidia e il bancario. Filippo faceva allontanare le commesse. Prendeva un vassoietto e, con pazienza e un pizzico di divertimento negli occhi scuri, aspettava che la signora ordinasse. Lei guardava tutti i dolci in esposizione, non alzava gli occhi, sembrava perplessa, fino a quando, rivolgeva, finalmente, i suoi occhi verso Filippo e diceva:
- Due bignè alla crema e due al cioccolato. -
- Bene, signora Lidia, glieli incarto - rispondeva con gentilezza Filippo.
E poi uscivano.
E qui avveniva una cosa strana che solo ad un attento osservatore non poteva sfuggire. Ma il marito, occupato a reggere il pacchetto e a sostenere la moglie sullo scalino, non se ne accorgeva mai.
La donna si voltava verso l’interno della pasticceria, guardava dietro il banco l’uomo alto e bruno che l’aveva servita e, con un gesto furtivo, stringeva le labbra a cuore e le spingeva in fuori, soffiando un bacio.
Poi girava di scatto la testa e andava via al braccio del suo uomo.
19:27 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (3) | Segnala
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05/12/2003
IL CAFFE' DI CONCETTINA
Sono appena tornato dal funerale più bello che abbia mai visto.
Dietro due bare bianche, come quelle dei bambini, una marea di persone, vestita di tutti i colori con predominanza del bianco. La piazza del paese era gremita, quasi come quando si ha la festa del patrono.
Alcune scolaresche ordinate erano alla testa del corteo e, subito dopo le autorità, la banda musicale, che intonava solo musiche allegre e d’amore, invece delle solite marce funebri.
Lungo il percorso, dai balconi scendevano lenzuola bianche.
Solo un lieve brusio accompagnava il funerale più silenzioso a cui abbia mai potuto assistere.
Ma i volti erano sereni, sorridenti, quasi inebetiti.
Non penso che fosse un funerale. Credo la celebrazione dell’Amore.
Dopo tanti anni di rispettoso silenzio, finalmente si parlava della storia di quelle due bare. Una storia che iniziò circa cinquantanni fa.
Era un paese del profondo sud e la cultura provinciale dell’epoca era amplificata dalla quasi totale incomunicabilità col resto dell’umanità.
Il rapporto sentimentale, e non solo, tra uomini e donne poteva nascere solo dopo il matrimonio, il più delle volte combinato.
Inimmaginabile un incontro, seppur sfuggevole, tra un ragazzo e una ragazza.
Le donne adatte solo ad occuparsi delle cose di casa e, al limite, al ricamo, sedute davanti la porta di casa, ma con le spalle girate alla strada. Sotto il controllo costante delle matrone.
Non si sa l’origine nè la causa, ma all’epoca, esisteva un periodo dell’anno in cui le regole sociali venivano stravolte. Era il periodo delle festività di carnevale.
Mentre nel resto dell’anno, durante una festa da ballo, le donne stavano sedute o in piedi ai lati della occasionale sala da ballo, in attesa di un invito da parte degli uomini e potevano accettare solo dopo un quasi impercettibile abbassamento degli occhi del padre o del fratello più grande, durante le festività carnevalesche tale regola veniva ribaltata.
Gli uomini ai bordi della pista, spesso esposti come galli cedroni, attendevano l’invito al ballo da parte delle donne.
Unica regola: che le donne non fossero riconoscibili. Nè nel corpo nè in faccia.
E questo era possibile solo indossando una specie di tunica, con mantello, che cadeva in maniera informe lungo il corpo, con un cappuccio in testa e una maschera nera che lasciava trasparire solo gli occhi. Una specie di antesignano del burqa. Il tutto in raso nero.
E veniva chiamato ‘domino’.
E dietro quelle maschere poteva nascondersi pure la donna più brutta del paese, ma, per chi era invitato a ballare, era un momento di estremo orgoglio, osservando con un risolino di superiorità gli amici rimasti in piedi. Tanto.... chi poteva scoprire chi ci fosse sotto quei domino?
Poi era tutto uno stringersi, un cercare di scoprire la voce, l’identità della damigella.
Durante uno di quei carnevali, fu invitato a ballare da una mascherina piccoletta Peppino, il figlio di don Rocco Cristofaro, il più ricco latifondista del paese.
Lui, appena la prese tra le braccia, avvertì un profumo di gelsomino, di zagara e di varechina. Un profumo di pulito, di giovane. E lei lo strinse tutto a sè. E senza dire una parola, danzarono tutta la sera, tenendosi stretti come se tutto il resto del mondo non esistesse.
Poi danzarono di nuovo la sera dopo. E la sera dopo ancora. Fino a quando lui riuscì a strapparle il suono delizioso e impercettibile della sua voce che diceva:
- Mi chiamo Concettina. -
Finite le festività, Peppino fece di tutto per sapere chi fosse la ‘sua’ Concettina. E non gli fu difficile scoprire che Concettina era la figlia di Antonio Caniglia, un campiere che riusciva a malapena a lavorare qualche giorno a settimana per non far morire di stenti la sua famiglia e per potersi pagare le serate con gli amici a ubriacarsi all'osteria della zia Rosa.
E Peppino cominciò a passare e ripassare ogni giorno davanti la casa di Concettina.
Carina, fragile, con gli occhi sempre giù. I capelli nerissimi tirati all’indietro e tenuti in un toupè da uno spillone. Le condizioni economiche della sua famiglia non le permettevano di vestire con abiti eleganti e costosi. Ma riusciva con tanta dignità a indossare dei vestitini semplici che cuciva con le sue mani. Mani delicate, bianchissime, con dita affusolate.
Fino a quando, un giorno di afa agostana, non si presentò a casa di Antonio Caniglia, il padre di Peppino, don Rocco.
Lo accolsero con la massima reverenza, lo fecero accomodare e gli offrirono un bicchiere di vino. Don Rocco, con fare altezzoso e lisciandosi i suoi baffoni, disse con la sua voce cavernosa e autoritaria:
- Sono venuto a parlarvi di mio figlio Peppino e di vostra figlia Concettina. -
Antonio e sua moglie Angela si guardarono negli occhi che si illuminarono immediatamente. E ordinarono a Concettina di salirsene, attraverso una ripidissima scala di legno, nella pagliera che era ricavata nel sottotetto. E anche lei, salendo di corsa su quei gradini scomodissimi, sorrise di nascosto.
Chiusa la porta della pagliera, pensando che Concettina non potesse ascoltarli, don Rocco cominciò a dire:
- Signori, voi sapete che mia moglie è morta mettendo al mondo Peppino, che è l’unico maschio dei miei figli. E tutto quello che io possiedo, un giorno sarà suo. Ma io voglio per mio figlio il meglio. Moglie compresa. E, con tutto il rispetto, quello che voglio per lui la vostra Concettina non può darglielo. Per cui.... -
Don Rocco si fermò solo per inumidirsi le labbra con un sorso di vino, e riprese:
-.... per cui sono venuto a farvi una proposta. Vi offro i due tumoli di agrumeto e i quattro tumoli di sommaccheto che si trovano in contrada gallodoro. In cambio vostra figlia dovrà scomparire dalla vista del mio Peppino e, quindi, da questo paese. -
Su in pagliera Concettina si sentì morire.
Suo padre e sua madre si guardarono di nuovo negli occhi. Senza dirsi alcuna parola, sembrò aprirsi tra di loro un colloquio. O meglio... un calcolo. Fino a quando Angela abbassò lo sguardo in segno affermativo verso il marito.
Antonio Caniglia si schiarì la voce e rispose:
- Don Rocco, noi siamo onorati della proposta di vossìa, ma dovete sapere che Concettina è una ragazza che sa cucinare, pulire per casa, cucire, sa fare tante altre cose e la sua assenza sarà un grave danno per la mia famiglia. Per cui, io e mia moglie, non possiamo accettare. A meno che.... ehm.... a meno che, a quella proposta, voscenza non aggiunga... ehm... ehm..... diciamo... una somma di denaro. Facciamo cinquecentomila lire?. -
Nella pagliera il cuore di Concettina si bloccò.
Don Rocco si accigliò, fece trascorrere un lunghissimo minuto in totale silenzio, prese lentamente il bicchiere, bevve un altro sorso di vino, fino a quando non disse:
- Quà la mano, affare fatto! -
E, mentre si stringevano la mano, Antonio Caniglia, guardando verso la pagliera, ordinò ad alta voce:
- Concettina, prepara tre caffè! -
E Concettina, col cuore in frantumi, in un dignitoso silenzio, tirò fuori la caffettiera. La riempì di acqua. Ci aggiunse il caffè macinato. E, mentre aspettava che il caffè salisse, prese dalla credenza le tazzine e i piattini più eleganti. La zuccheriera più elegante. I cucchiaini d’argento mai usati. Riempì le tazzine col caffè caldo, fumante, profumato. Mise un cucchiaino di zucchero per ogni tazzina. E poi..... poi prese una polverina bianca e ne versò un po’ per ogni tazzina.
Con gli occhi sempre abbassati, portò il caffè a tavola.
I tre morirono prima del vespro, tra dolori atroci.
E poi... poi per ventanni, ogni sabato mattina, Peppino si vestiva col suo abito più elegante, un pacco sotto il braccio e una margherita in mano, e andava a trovare la sua Concettina.
Si sedevano di fronte. La margherita appoggiata sul tavolo, tra di loro. Si tenevano le mani. Si guardavano negli occhi. E non dicevano una parola.
Ogni sabato mattina. Per venti anni.
...........
L’altra sera, quando il dottore disse a Concettina che il suo Peppino stava per morire, che non avrebbe resistito fino all’indomani, lei ha accompagnato il medico alla porta.
Ha chiuso la porta di casa.
E' andata in cucina.
Ha tirato fuori la caffettiera.
L'ha riempita di acqua.
Ci ha aggiunto il caffè macinato.
E, mentre ha aspettato che il caffè salisse, ha preso dalla credenza la tazzina e il piattino più eleganti. La zuccheriera più elegante. Un cucchiaino d’argento mai usato.
Ha riempito la tazzina col caffè caldo, fumante, profumato.
Ha messo un cucchiaino di zucchero nella tazzina.
E poi..... poi ha preso una polverina bianca e ne ha versato un po’.
E ha bevuto il caffè caldo.
Infine ha fatto scivolare da sotto il letto una valigia.
L'ha aperta e vi ha preso una tunica di raso nero, il suo domino.
L'ha indossato e si è sdraiata al fianco del suo Peppino, tenendolo per mano.
21:37 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (5) | Segnala
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01/12/2003
GIOVANNA, A BUTTANA
Accadeva una volta, tempo fa. Ma era così.
Quando ti avvicinavi ai diciotto anni, o giù di lì, dovevi battezzarti. Dovevi conoscere le donne.
E la regola voleva che la tua prima donna dovesse essere una prostituta.
Ci si organizzava in gruppi di due o tre, in pulman o in auto dal paese si andava a Catania.
Si era emozionati, nervosi. I volti rosei della barba fatta di fresco, di corsa. Ma i grandi, quelli già ‘esperti’, si sentivano obbligati a darti consigli. Forse gli stessi che loro avevano ricevuto. E uno di questi consigli era che bisognava aspettare la settimana in cui arrivava Giovanna. Giovanna a buttana.
Si arrivava davanti al teatro Massimo. E da quella piazza bellissima con basolato in pietra lavica, liscio per tutte le suole che l’avevano calpestato, con quel prospetto di un barocco mozzafiato, di fronte, in un angolino, si diramava una stradina, via delle finanze. Un budello che si intrecciava con altre stradine che gareggiavano tra di loro a chi dovesse vincere il grammy award della più squallida. Sporca di chissà quali liquami. Odori forti e indecifrabili.
I lampioni emettevano una luce pallida e fioca che illuminava solo un paio di metri quadrati di spazio. E, tra un lampione e l’altro, una penombra misteriosa e intrigante.
Ma eri talmente giovane, talmente emozionato, che non facevi caso a quello che vedevi e a quello che odoravi.
Davanti a quelle bocche aperte di tuguri, neri come la pietra lavica con cui erano costruiti, che erano le porte, stavano sedute o in piedi loro. Le buttane.
Alcune erano belle, attraenti, giovani. “ Veni cca, carusicchiu, ca ti fazzu tuccari u paradisu. “ dicevano.
Ma si cercava Giovanna, solo Giovanna.
Eccola, anche lei seduta davanti alla sua ‘putia’.
Lei era grassa, con ciglia finte, truccata pesantemente, rimmel, orecchini. I due incisivi superiori spezzati da chissà quale magnaccia. Ma aveva due occhi azzurrissimi come il mare in un giorno di estate siciliana. E quello che la rendeva bellissima era il suo sorriso. Splendido, amichevole, accogliente.
Ti accarezzava. Ti chiedeva il nome.
In quella stanza squallida una cosa colpiva subito. Sul comò solo un’immaginetta della Madonna.
Diceva a tutti: “ Nun fati mai chianciri na fimmina, picchì se no a Madunnuzza chianci. Trattati i fimmini comu riggini e a Madunnuzza arrida. “
Non parlava mai dei suoi figli o del suo ex marito o del posto dove era nata, ma ti dava la sensazione che la conoscessi da una vita. Che fosse una di famiglia.
Non diceva mai una parola sconcia, volgare.
Stava seduta, lì davanti, a chiederti della tua vita, della tua ragazza, di quello che vuoi fare da grande.
Ti spogliava con gentilezza, con garbo. Ti portava davanti a una bacinella smaltata. Arruginita laddove lo smalto era saltato. Da una brocca vi buttava l’acqua fredda che stemperava con quella calda che prendeva da una pentola appoggiata a uno scaldino. E ti lavava, ti asciugava. Poi, rifatte le stesse cose, lavava se stessa.
Fatto quello che andava fatto, ti aiutava a rivestirti. Ti accompagnava alla porta, ti scompigliava i capelli e, come souvenir della tua prima volta, ti diceva: “ Ricordati sempre de fimmini e da Madunnuzza. “
E ora......
Ora Giovanna, dovunque tu sia, volevo dirti che ho cercato di non fare mai piangere la tua “Madunnuzza”.
21:26 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (7) | Segnala
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26/11/2003
GIUSEPPE, UN AMICO
Come al solito, come previsto, sono rimasto imbottigliato nel traffico in pieno centro di Catania. Ma oggi sto calmo, sopporto. Non ho fretta. Chi mi aspetta può attendere.
La giornata è soleggiata e tiepida, come solo il nostro novembre riesce a darci.
Piazza Stesicoro alla mia sinistra e via Etnea di fianco. Osservo il disordinato, ma immobile, serpente di lamiere, accompagnato dalla colonna sonora fastidiosa dei clacson. Osservo il disordinato, ma mobilissimo, via vai di gente. Ma anche quei vecchietti seduti sotto la statua, in compagnia dei piccioni cacatori.
Spesso mi viene voglia di vedere questi luoghi così come li ha vissuti e raccontati Vitaliano Brancati. Una via Etnea semideserta, vissuta da personaggi vestiti elegantemente, con paglietta in testa, che passeggiano flemmaticamente, all’ombra dei palazzi di uno splendido barocco, a commentare la bellezza delle donne che incrociano. L’aria profumata dal vicino mare e dall’odore del pesce fresco esposto nella pescheria. Gli uomini seduti ai tavolinetti dei bar di fronte alla villa Bellini, a gustarsi una granita alle mandorle con panna. Altro che Ernesto Calindri, seduto in mezzo al traffico di auto, a sorbirsi un amaro contro il logorio della vita moderna!
Il vetro della mia auto è lucidissimo. Un lavavetri per ogni semaforo. Cinque semafori. Totale... un paio di euro ai giovanotti.
Ecco, di fronte a me il bar sulla piazzetta dove mi aspetta Giuseppe. Anche da qui lo vedo seduto con la sua consueta irrequietezza, gira la testa a sinistra e a destra come un agente segreto in mission impossible. Sempre uguale il ragazzo. Mi ha chiesto questo appuntamento per stare insieme a pranzo. Che fretta ha?
Un altro euro per il posteggio... abusivo, naturalmente.
Mi avvicino verso di lui camminando con calma. Finalmente mi ha visto. Ecco che ora si rilassa.
Inappuntabile nel suo vestito grigio con giacca a tre bottoni di stoffa obbligatoriamente inglese. Camicia azzurrina, cravatta blu a strisce dorate. Fazzolettino appena fuori dal taschino in alto a sinistra. Il simboletto d’oro appuntato al colletto della giacca di una di quelle sette, segrete o meno, di cui fa parte. Lyons? Rotary? Boh. Pantaloni con piega perfetta. Il solito mezzo toscano ai lati della bocca. Dice che non gli piace, ma fa tanto cool. La pelle del viso abbronzatissima, di lampada immagino, per coprire il suo perenne pallore. Spilungone e magro. Immagino che in bocca abbia la solita caramellina alla liquirizia. Per colpa del toscano e della liquirizia porta al suo dentista un capitale l’anno per tenersi i denti bianchi.
Stringo la sua mano morbida, asciutta, con le sue dita affusolate, sempre curatissima, sempre dalla sua manicure di fiducia. Ci abbracciamo, o, meglio, mi abbraccia più forte del solito.
“Guarda che oggi ho voglia di pesce “ gli dico “ e pago io, altrimenti ciao. “
Nasconde la sua parziale calvizie con una rapatura a zero. Ma sta bene, comunque.
Giuseppe è uno dei più affermati commercialisti di Catania, ma era già ricco di suo, di famiglia.
Ha già due divorzi alle spalle. Due mogli che gli succhiano gli alimenti come due vampiri assetati. Tre figli che lo cercano solo perché amano quei fogliettini colorati che lui porta nel portafogli. Ha una ragazzina come amante, che a me sta sul cazzo con le smancerie che gli fa solo quando sono in pubblico. Ma, per fortuna, l’antipatia è tranquillamente contraccambiata. Lui dice che lo fa sentire giovane. Mah.
Ogni volta che, a un semaforo, si avvicina un immigrato che prova a lavargli il vetro, scende dall’auto e attacca una filippica sul lavoro nero, su chi non paga le tasse, sul ‘tornatevene-a-casa-che-quì-ab biamo-già-i-nostri-problemi”.
Giuseppe ha la tessera di Forza Italia e vota per Berlusconi.
Tutti quelli che ci conoscono dicono sempre una cosa. Ma cosa c’entra lui con te?
Già, cosa c’entra? Cosa c’entro io con lui? Mai vista una coppia così scoppiata!
Ma forse.............
REWINDDDDDDDDDDDDDDDDDDDD..... .......
Ci siamo conosciuti al primo anno di liceo, in paese. Il padre era un famoso e ricco notaio, la madre un’ aristocratica. Io ero il figlio di una bidella. Per chissà quale mentalità contorta dei professori, ci misero vicini, allo stesso banco. Ci fiutammo come due cani e ci piacemmo immediatamente.
Eravamo entrambi bravi in matematica e a calcio. E, sin da allora, avevamo un’attrazione particolare per le donne. Ma lui ci sapeva fare, era sciolto con loro e loro gli ronzavano sempre intorno. E io ero stronzo e timido.
Vivemmo quegli anni spensieratamente, condividevamo ogni momento della giornata e ....... i suoi soldi, visto che io non ne avevo.
Lo ammiravo perché tutte le belle ragazze lo corteggiavano.
Dopo molti anni mi disse una cosa, però.
“Brutto stronzo, non hai mai afferrato una cosa in tutto ciò. Ho sempre avuto una donna al fianco, a volte anche di più. Ci facevo l’amore. Con me erano disposte a tutto. Ma con te era diverso, molto diverso. Ti amavano. “
A volte veniva a mangiare a casa mia. Me la godevo a vederlo abbuffarsi con le cose che preparava mia mamma. La sua era così ligia alle diete, così sprezzante per il cibo, che gli proibiva qualsiasi leccornia o una semplice pizza e, meno che mai, un dolce.
Mentre studiavo all’università, a 1500 km di distanza, ci scrivevamo lettere solo come fanno due innamorati. Mi raccontava tutto quello che avveniva in paese, le sue ultime conquiste universitarie a Catania. Mi veniva a prendere alla fermata del treno e, in dieci minuti, voleva raccontarmi le ultime cronache cittadine.
Quando un giorno, improvvisamente, lei mi telefonò e mi disse che non mi amava più, e io decisi che, con lo stato d’animo di un cane bastardo in una sera di pioggia e di freddo invernale, non potevo rimanere a studiare e me ne tornai al paese, lui venne a prendermi, mi abbracciò fortissimo, piangemmo insieme. Due checche sembravamo.
Ogni giorno mi veniva a prendere con la sua auto. Giravamo per le strade del paese, mi presentava altre ragazze, andavamo a Taormina anche per un semplice caffè. Ci mancava solo che mi portasse le rose, lo scemo. Ma quanto mi riscaldò quello scemo.
E poi, le volte successive, quando tornavo in vacanza, mi faceva trovare una ragazza pronta a conoscermi, a innamorarsi. Chissà come le preparava, cosa raccontasse loro di me.
Mi diceva: “Tante te ne presenterò fino a quando una riuscirà a farti dimenticare di lei.”
Povero Giuseppe, tante me ne presentò, tante si innamorarono, ma io non la dimenticai.
Non l’ho mai dimenticata.
Un giorno sapemmo che il papà di Ciccio, un altro nostro amico, era stato licenziato. La famiglia era numerosa. Già stentavano. E il nostro Ciccio ci scoppiava continuamente in lacrime. Doveva abbandonare l’università e lui era davvero bravo. Aveva davanti a se' un futuro da chirurgo. Chissà quante vite avrebbe salvato.
E cosa fece quel deficiente di Giuseppe? Minacciò suo padre, che lo adorava, di ritirarsi dagli studi se non avesse assunto il padre di Ciccio come fattore nei suoi agrumeti. Oggi Ciccio è un ottimo chirurgo, con master a Boston.
Poi iniziammo a lavorare, ci sposammo, le nostre strade si divisero. E cominciò a votare DC.
Ecco cosa c’entro io con lui. Ecco cosa c’entra lui con me.
E ora, davanti a delle trigliette fritte e davanti a un corvo glicine, mi parla delle sue ex mogli, dei suoi figli, degli anni che passano.
Giuseppe, finiscila di farti del male!
Manda a fare in culo quella deficiente.
Getta sto toscano.
E smettila di votare per Berlusconi.
19:29 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (4) | Segnala
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20/11/2003
IL GRANDE VECCHIO - parte seconda
( E’ consigliabile, a chi non lo ha ancora fatto, di leggere la prima parte )
Sempre ateo sono, ma......
Anno Domini 2054.
“Avanti un altro!!!” griderà il Grande Vecchio. Il solito rombo di un jet.
Quel giorno l’atmosfera verrà creata da Aznavour mentre canta la sua ‘Com’è triste Venezia’. Probabilmente una raro giorno di romanticismo del Vecchio.
Ancora una volta Lui dirà, senza alzare gli occhi:
“Siediti”.
E dopo pochi secondi:
“Allora, ragazzo. Noi ti abbiamo dato una cosa preziosissima: la VITA. Ti abbiamo dato la possibilità di scegliere tutto quello che volevi: donne, figli, amici, lavoro, sapere, cultura, gioie e dolori. Del tempo che avevi a disposizione potevi farne quello che volevi. Nessuno di Noi ti ha condizionato. Sei stato libero ma in mezzo agli altri uomini della Terra. Ora il tuo tempo è scaduto. Prima che Noi ti troviamo una sistemazione definitiva, devo porti una domanda che facciamo a tutti. COSA HAI FATTO CON LA VITA CHE TI ABBIAMO DONATO?”
Detta la solita frase di rito, alzerà gli occhi e vedrà davanti a sè un uomo con i capelli in disordine perenne, il viso segnato da una vita vissuta intensamente, le occhiaie ormai cicatrizzate, una ragnatela diffusa di rughe, una barba incolta.
Aprirà la bocca per dire:
“ Scusa nonno, si può fumare quì? “
“ Certo, ragazzo, lo faccio pure io. Da noi non esiste il cancro ai polmoni “.
E l’uomo tirerà fuori dalla tasca un pacchetto stropicciato di nazionali senza filtro.
“ Accetti una di queste, nonno? “
“ Grazie, ragazzo, sono le mie preferite. Anzi ti offro un bicchiere di vino rosso. “ risponderà il Vecchio.
Dopo avere ispirato mezza sigaretta e avere bevuto un bicchiere, in totale silenzio e assaporando Aznavour, il Vecchio dirà.
“ Allora, raccontami di te. “
Con voce arrochita da milioni di sigarette, quell’uomo dirà:
“ Nella vita che Voi mi avete donato io sono stato uno sciacallo, una iena.
Dove c’era una guerra, dove c’erano feriti, dove c’era miseria arrivavo io e i miei ragazzi. Occupavo uno spiazzo. Piantavo tende. Costruivo baracche. E facevo portare a me quei corpi insanguinati, quelle membra inanimate. Poi prendevo bisturi e tagliavo, prendevo garze e pulivo, prendevo ago e filo e cucivo.
Ospedali creavo, nonno. E curavo tutte le vittime di quelle guerre assurde.
Di qualunque colore o nazione o religione fossero. Erano tutti miei fratelli, no?
Potevo essere un chirurgo di fama, nel mio mondo occidentale, un uomo ricco, famoso. Ma non era questa la mia vita.
Voi mi avete dato queste armi di pace, di amore, di fratellanza. Ma con me siete stati cattivi. Cattivi perchè mi trovavo davanti, contemporaneamente, due o tre o quattro corpi da salvare. E io.... io dovevo decidere chi doveva essere il primo, chi doveva essere l’ultimo. Decidere su chi dovesse vivere o dovesse morire. E questa è stata una grande cattiveria.
Puttana miseria!!!! Io volevo salvare tutti!!!!!!!
Ho conosciuto migliaia e migliaia di persone. Si persone, che avevano una loro vita, i loro sentimenti, i loro sogni. A dispetto di chi li considerava numeri, sottospecie umana.
Alì seguiva il campionato di calcio italiano, ammirava Totti, Batistuta e Vieri e idolatrava Del Piero. Ogni momento libero della sua giornata era dedicato alla palla di pezza, da solo o con gli amici. Palleggiava da dio e i soldati occidentali, che lo seguivano divertiti, dicevano che ricordava il Maradona ragazzino. Con le lacrime che mi rigavano il viso, segai, taglia, ricucii. Mi rifiutai di vedere l’infermiera che portava via le sue gambe maciullate. Ho ancora l’eco della sua vocina che mi supplicava, prima dell’anestesia, di farlo tornare a giocare con la sua palla di pezza. “
Una tirata profonda alla nazionale, per buttare giù il nodo alla gola che gli impedirà di proseguire.
Jahmira era una bambina straordinariamente bella, con i suoi capelli corvini e che le cadevano giù sulla schiena come le cascate del Niagara, con il suo nasino all’insù, con i suoi occhi colore del miele. Occhi che, insieme alle sue manine fragili e delicate, riuscivano a ricreare mondi fantastici da eden su tele, cartoni, fogli di giornale, pareti imbiancate. Con i suoi carboncini e con quei rari colori che riusciva a trovare, disegnava la Bellezza. E io dovetti medicare quegli occhi che, da allora, avrebbero visto solo il buio. Dovetti tagliare quelle tenere manine martoriate da una dannata bomba anti uomo, colorata e luccicante come un giocattolino. “
Una tirata profonda alla nazionale, per buttare giù il nodo alla gola che gli impedirà di proseguire.
“ Mohammed mi guardava implorante mentre indossavo il camice, allacciavo la mascherina, mi mettevo i guanti di lattice. Non capivo la sua lingua, ma i suoi occhi umidi mi trasmettavano la sua implorazione, la sua preghiera. Senza di lui la sua famiglia non avrebbe più avuto nulla di cui sfamarsi. Senza di lui il suo prediletto Alì non sarebbe potuto diventare il campione di calcio che sognava di essere. “
Una tirata profonda alla nazionale, per buttare giù il nodo alla gola che gli impedirà di proseguire.
“ Fanculo, fanculo, fanculo!!!!
Mentre loro, i governanti che avevano la licenza di far girare il mondo anche al contrario, lanciavano bombe. Intelligenti, dicevano loro. Talmente intelligenti che, in pochi attimi, risolvevano tutto un Bartezzaghi. E, tra un noveorizzontale e un dodiciverticale, distruggevano e massacravano ogni cosa che esisteva nell’arco di un chilometro.
Poi, gli ipocriti, venivano da me e mi offrivano il loro soldi per costruire i miei ospedali, per comprare le medicine che mi servivano.
Caro nonno, se è vero che l’ira è uno dei peccati capitali, sappi che io sono stato il più grande peccatore mai esistito sulla faccia della terra.
Rispondevo a loro: arrotolate quelle banconote e ficcatevele in culo, una dopo l’altra, bastardi!!!!
Ecco, nonno, io ho provato odio, tanto odio. Talmente tanto che ancora oggi ho la lingua amara. “
L’aureola del Grande Vecchio, man mano che ascolterà, si farà bianca, bianchissima... quasi evanescente. Si ingobbirà più di quanto sarà possibile. Si alzerà dalla sua sedia. Girerà intorno al tavolo. Metterà un braccio sulle spalle dell’uomo e gli chiederà:
“ Ragazzo, come ti chiami? “
“ Gino, nonno. “
“ Vieni con me, Gino, vicino a casa mia c’è un bel posticino. Davanti a quella casa c’è una panca in pietra. Ombreggiata dalle fronde di un castagno. Ci siederemo lì, ogni tanto. Fumeremo le nostre nazionali. Davanti a un fiaschetto di rosso. E mi racconterai della tua Inter. “
.............................. .............. la storia continua...................... ..................
18:02 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (8) | Segnala
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15/11/2003
UNA DONNA
Ho deciso di tornare a dipingere. Erano venti anni che non lo facevo e in questi giorni mi è tornata la voglia.
Ho comprato tutto il necessario. Tubetti di colore a olio ( i miei preferiti ). Mi aiutano a essere ripassati coi miei continui ripensamenti. Non molti, quelli di base, quelli che a memoria usavo più spesso. Pennelli, medi e piccoli. Morbidi, mi piacciono quelli. Ho recuperato il treppiedi nella cantina di mia madre.
Inoltre, tra tanti cd accatastati casualmente in un supermercato, ho trovato una raccolta di canzoni di Chet Baker.
Vediamo che ne esce fuori.
Mi siedo davanti a una tela bianca. Mi accendo una sigaretta.
E ora che faccio?
Chet, ispirami!
La tua tromba suona una musica calda e morbida, Russ Freeman sfiora i tasti.
Con una matita scarabocchio sulla tela. Un volto. Un volto di donna. Un bell’ovale, naso elegante ma accentuato quanto basta, due occhioni, sopracciglia appena accennate, bocca carnosa e sensuale, capelli mossi e ondulati, appena appena la scollatura di un seno invitante e prosperoso.
Sullo sfondo un bel paesaggio primaverile, nuvole quasi trasparenti, colline ondulate e, in fondo, il mare.
Scarico sulla tavolozza un po’ di tutti i colori. Molto bianco.
Con la spatola comincio a miscelarli. Invento un colore.
Comincio coi pennelli. Tanto bianco, una punta di rosso. Paesaggio sfumato con colori pallidi.
Mmmmm.... sta uscendo fuori qualcosa.
Occhi verdi, con punte di azzurro, molto espressivi. Quella puntina di bianco li rende lucidi, folgoranti.
Capelli castano scuri, luminosi, spumosi.
Le labbra, poi, sono tutto un programma. Pare che mi dica: prendimi sono tutta tua!
Bellissima, giovanissima. Pelle vellutata e rosea. Le sopracciglia denotano una punta di arroganza.
Una sigaretta, ancora.
Uhm.... c’è qualcosa che non va, cos’è? E’ troppo bella, ecco cosa è.
Riprendo il pennello sottile. Un po’ di ocra. Vado.
Una rete di rughette ai bordi degli occhi, appena visibile. Per quando il bambino superò i quaranta gradi di febbre ed ebbe le convulsioni. Per quando la bambina cadde, giocando, e si spaccò la fronte.
Una ruga verticale tra le sopracciglia. Per quando litigavi con mia madre e mi vedevi triste per questo.
Una pennellata sotto ogni occhio. Per tutte le notti in bianco passate a pulire la cameretta dei bambini, sporca del loro vomito, dopo una serata a inseguirli per far loro mangiare qualcosa.
Stringiamo queste labbra, più sottili. Per la paura che provasti quando sapesti che il mio cuore era a rischio.
Due parentesi alla fine delle labbra. Per tutte le risate che ci siamo fatti a raccontarci delle nostre paure giovanili.
Una sfumatina all’attaccatura del seno. Per tutte le poppate dei bambini. Per tutti i miei baci appassionati.
Una lisciata ai capelli. Sempre più radi e che sono diventati il cruccio della tua bellezza al tramonto.
Chet mi ha accompagnato per ore, ma eccoci. Il pacchetto delle sigarette è finito. La bocca è secca. Ma sono soddisfatto.
Ecco una donna. Una Vera Donna.
18:24 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (12) | Segnala
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12/11/2003
IO MI FACCIO
Io mi faccio, si mi faccio.
Mi intrippo.
Mi drogo.
Ogni giorno, quando lavoro, quando sto in auto, pure quando vado al cesso. Ne sono schiavo da quando avevo circa tredici anni e da allora non ho tralasciato un giorno della mia vita. Tutta la creatività del mio lavoro esce da lì.
La faccio provare pure ai miei figli. La mattina, quando li accompagno a scuola. Piace pure a loro.
Ne uso di tutti i generi, purchè sia buona, non mi faccio preconcetti stupidi.
Il mio fornitore è un algerino senza visto sul foglio di soggiorno.
Si chiama Driss. Fratello Driss.
Lavora all’angolo di una piazza, a ridosso di un vicolo cieco, dove posteggia la sua auto con lo sportellone posteriore mezzo alzato. Con la paura costante che passino i caramba. Mi accoglie sempre con un sorriso. E’ gentilissimo. Mi dice: “Ciao fratello, oggi ho roba buona per te. Controlla, provala.”
E io controllo, sfoglio, leggo, provo.
Inserisco i cd nel lettore della mia auto. Ascolto la musica che mi passa mio fratello Driss.
Si, la MUSICA è la mia droga.
Lui vende cd copiati e venduti a basso prezzo.
Le grandi case discografiche si arricchiscono con sto cazzo con me!
E aiuto mio fratello a mangiare, a pagare l’affitto di quel tugurio che condivide, a caro prezzo, coi topi. E a mandare qualcosina a casa, ai suoi sette figli.
E il bello è che non mi sento affatto in colpa.
10:54 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (16) | Segnala
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30/10/2003
IL GRANDE VECCHIO -parte prima-
Io sono ateo. O agnostico? boh. Comunque non credo in nulla di sovrannaturale, in nessun Dio, in nessuna vita immortale. Però sono cresciuto con un’educazione cattolica, studiavo il catechismo e facevo pure il chierichetto. Cristo mi ha fatto sempre simpatia. E mi è rimasto un lato romantico della visione dell’aldilà.
Mi piace sempre pensare che, dopo la nostra morte, dobbiamo tutti passare da un posto, una specie di ufficio smistamento “anime”.
Tutti in fila e in piedi davanti un ampio portone in legno massiccio e scolpito con tante figure, con ai lati due colonne in pietra e, in alto, due cariatidi a sostenere un bel portale in pietra bianca ( uno dei pegni pagati dal Buonarroti ).
Entrando da quel portone ci si ritrova in un ampio salone pavimentato in marmo bianchissimo, traslucido, quasi vitreo. Arredato con pochissimi oggetti. Due sedie scomode in vimini davanti a una scrivania grandissima, in noce scura e con i piedi intarsiati a forma di teste di leone. E dietro la scrivania una specie di trono dorato, con la spalliera altissima e imbottito in velluto bordaux. Le pareti sono tutte colorate di azzurro chiarissimo (celestiale?). Appesi al soffitto, appoggiati sul pavimento, a mezzaria lungo le pareti, grandissimi batuffoli di cotone idrofilo.
Seduto su quella poltrona ci trovate un vecchio signore, che tutti in portineria chiamano IL GRANDE VECCHIO. Capelli bianchissimi e lunghi sulle spalle, barba bianca ma con sfumature di giallastro sotto le labbra e sul baffo (nicotina?). Sguardo arcigno, sopracciglia a V rovesciato. (Avete presente alcune foto del burbero Khomeini?). Pare che sia incazzoso facile. L’indice e il medio della sua mano destra ingialliti dal contatto perenne con le sue Nazionali senza filtro (dicono che sia il suo unico vizio importato dalla Terra). La sua tunica, una volta bianca, pare una cartina geografica dove il sugo alla boscaiola ha la sagoma dell’Australia e lo zibibbo (pare che ne vada matto dopo la cassata siciliana) sembra l’Adriatico ai tempi della mucillagine. Sopra la testa un’aureola dal colore cangiante, a secondo degli stati d’animo. Indice altissimo di incazzamento è l’aureola rossa.
L’ambiente è sempre riscaldato da blues a manetta. Guai a chi mette in discussione i suoi John Lee Hooker, B.B. King ed Eric Clapton. Nei momenti di raro romanticismo si possono ascoltare un Charles Aznavour in francese o un Nat King Cole in spagnolo. Solo con una certa nostalgia puoi trovare i Bee Gees dei tempi della febbre del sabato sera.
Ogni tanto coloro che sono in fila dietro il portone sentono una voce, la sua, dire “Avanti un altro!!!”. Un rombo di un jet è quella voce. Se gli uomini avessero la coda, a sentire quella voce la coda andrebbe immediatamente tra le gambe.
Entri impaurito e intimidito nell’ampio atrio e ti avvicini alla scrivania. Lui, senza alzare gli occhi, ti dice: “Siediti”. E ti viene naturale sederti sul bordo della sedia, quasi a non volere poggiare il tuo corpo.
“Allora, ragazzo” - ha chiamato ragazzo pure mio nonno di 92 anni, lui può permetterselo - “Noi ti abbiamo dato una cosa preziosissima: la VITA. Ti abbiamo dato la possibilità di scegliere tutto quello che volevi: donne, figli, amici, lavoro, sapere, cultura, gioie e dolori. Del tempo che avevi a disposizione potevi farne quello che volevi. Nessuno di Noi ti ha condizionato. Sei stato libero ma in mezzo agli altri uomini della Terra. Ora il tuo tempo è scaduto. Prima che Noi ti troviamo una sistemazione definitiva, devo porti una domanda che facciamo a tutti. COSA HAI FATTO CON LA VITA CHE TI ABBIAMO DONATO?”.
Si racconta di momenti di terrore generale e di aureole rosso fuoco quando gli capitano spesso due tipologie di uomini.
Coloro che riferiscono di avere lavorato tutta la vita, di essersi privati del cinema settimanale o della pizza fuori casa, di avere risparmiato pure sulle sigarette e sul caffè, di avere pensato solo ad accumulare denaro, di avere recluso la moglie a casa e trasformarla in schiava della casa (prestazioni a letto comprese), di avere messo al mondo dei figli con i quali, in tutta la sua vita, avrà potuto scambiare meno delle parole di affetto che ci sono state tra Carlo Marx e Silvio Berlusconi.
L’altra tipologia di uomini che gli fanno confondere i coglioni con le palle degli occhi è quella di coloro che si presentano a lui con lo sguardo perso, le palpebre semichiuse, il modo di parlare biascicoso, una canna pendula dalle labbra e che gli dicono: “Cazzo, in questo mondo di merda, quei coglioni di personaggi che mi hai messo intorno mi scassavano i coglioni solo perchè, ogni tanto, rompevo i vetri dei loro cessi di auto e portavo via le loro autoradio del cazzo. Quei coglioni erano noiosi e rompiminchia ma qualcuno di loro, ogni tanto, mi passava roba buona e il Paradiso che provavo in terra era certamente meglio della latrina in cui vivete quassù!”
In quei momenti il Grande Vecchio diventa cianotico, la nazionale senza filtro gli cade sulla tunica (aggiungendo una nuova bruciacchiatura alla cartina geografica e facendo aumentare il numero dei vulcani), qualcuno ha visto pure degli sbuffi di fumo uscirgli dalle orecchie, si alza in piedi versando sul tavolo la bottiglia di barbera, gira intorno al tavolo, prende per il colletto il malcapitato, lo fa girare e, tirandosi su la tunica, sfodera due scarponi di quelli dei carpentieri con la punta d’acciaio e rifila un calcione proprio sulla punta del coccige, spedendolo diritto negli inferi, con il dubbio perenne se a fare più male sia il fuoco eterno o il coccige.
“Teste di minchia -reminiscenza delle sue origini siciliane- non avete proprio capito un cazzo del regalo che vi abbiamo donato e lo avete trasformato in una vita inutile e di merda!”
.............................. .............. la storia continua...................... ..................
12:15 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (7) | Segnala
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27/10/2003
UNA GIORNATA PARTICOLARE
La notte prima avevo dormito male, agitato. Nel farmi la barba mi ero tagliato. Non sapevo come vestirmi. Elegante, giacca e cravatta, o casual, jeans e pullover? Eccheccazzo, mica andavo a un appuntamento di lavoro? O con qualche bella donna? Eppure mi sentivo nervoso.
Alcuni giorni prima le maestre di mia figlia mi avevano invitato a un incontro con i bambini della terza elementare per spiegare loro i semplici elementi di arredamento. Loro dicevano che era una specie di conferenza di una serie da farsi con i genitori e con le loro professioni.
Entrai nell’atrio della scuola e mi sentii immediatamente invadere da profumi e odori che non avvertivo da un secolo. Ma cosa erano? La cellulosa dei quaderni e dei libri? Le matite appena temperate? Le merendine a base di panini e mortadella? Si, c’erano anche quei profumi. Ma non solo quelli. Uno in particolare c’era, ma non lo avevo mai potuto decifrare. Era dolce, piacevole.... tranquillizzante, direi. Ma cosa era?
In quella scuola ci avevo trascorso intere mattinate in aula, ma anche interi pomeriggi con mia mamma. Lei era la bidella e io restavo nel pomeriggio a pranzare e studiare. Eppure quel profumo.... quel piacevole profumo...
Bambini!!!!! Ecco cosa era!!!! Profumo di bambini!!!! Bambini lavati, pettinati, con i vestiti ben stirati. Avete mai sentito il profumo dei capelli di un bambino??? La loro pelle, i loro capelli hanno un piacevole profumo che nessun Armani, o Versace, o Capucci, o altri, hanno mai saputo ricreare. Come mai non ci avevo mai pensato? Ebbene si, almeno tutti questi anni, tutti i libri letti, tutte le esperienze di vita a qualcosa sono serviti. A decifrare finalmente un profumo!!!
Bussai e, timidamente, entrai. Buongiornoooo. Le maestre mi accolsero con un invito a tutti i bimbi. “Salutate ad alta voce il papà di Gae”. E tutti in coro: “Ciaoooo, papà di Gae”. Azzzzz... che pubblico meraviglioso!
Mandarono una bimba a chiamare un’altra terza che doveva assistere alla ... lezione.
E mentre prima aspettavamo e poi entravano gli altri bambini, vedevo, seduta lì al primo banco, una bambina che mi osservava. Quegli occhi da cucciolo mi squadravano tutto. Io sorridevo a tutti con un viso da ebete. Vedevo, in fondo alla classe, la mia Gae che sorrideva (era orgogliosa di me?). E lei, quella bambina, che mi osservava. Sguardo fisso su di me.
Tutti i bambini cominciarono a sistemarsi, a sedersi, sotto le direttive delle maestre. Il caos, che la mia presenza aveva suscitato, andava scemando. Tutti erano disattenti, ma la bambina continuava a guardarmi.
Poi, quando cominciò a calare il silenzio, la bambina parlò. Mi guardò negli occhi e mi disse: “Tu mi piaci, mi piace il tuo sorriso”.
George Clooney, Brad Pitt ma chi siete voi??? Nessuna delle vostre gnocche ha mai potuto riempire il vostro cuore così come quelle parole della bambina riempirono il mio.
13:21 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (8) | Segnala
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16/10/2003
LA SIGNORA
La Signora entrò in casa tua una sera di tarda estate, incurante del sonno dei tuoi figli, col suo solito passo leggero, ma circondata da quel suo fastidioso odore di antico, di chiuso, di naftalina. Con quelle folate improvvise di aria fredda.
Nel sonno cominciasti ad agitarti, a sudare. Ti svegliasti all’improvviso e vedesti tuo marito alzato, lì nel buio della stanza, illuminato dalla luce che veniva dal lampione della strada. Il suo respiro era affannato, il pigiama sbottonato, la porta del balcone spalancata. Immediatamente ti scopristi dalle lenzuola, ti alzasti e, spaventata, ti avvicinasti a lui. Gli appoggiasti la mano sulla spalla e, lentamente, lo facesti girare verso di te.
E la Signora conficcò le sue unghie, per la prima volta, nella tua anima.
Il viso di tuo marito era stravolto, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata alla ricerca di aria, di ossigeno, di vita.
“Aiutami” - ti disse, tra una boccata forzata e l’altra - “non respiro, mi manca l’aria”.
Alla ricerca di qualcuno che a quell’ora ti potesse sentire, ti precipitasti sotto casa, bussasti alla porta dei vicini.
Salisti di corsa, svegliasti i ragazzi, mandasti il piccolo a chiamare i nonni. Lui, il piccolo, mentre scappava di casa vide il padre sul balcone, gridava aiuto mentre tu lo tenevi per le spalle. E gli parse che il padre volesse buttarsi sotto, suicidarsi.
Poi.... poi.... autoambulanza, passi frenetici, sirena..... ospedale.
E la Signora, ti guardava, guardava solo te, le unghie sulla tua anima e il sorriso osceno nel vedere il tuo dolore e, soprattutto, la tua paura.
Per quattro interminabili mesi stavi vicino al suo letto, seguivi i medici che lo controllavano con i loro sguardi inespressivi. Seguivi gli infermieri che gli iniettivano liquidi rossi, gialli, incolori. In quel corpo giorno dopo giorno privo di vene. In quelle poche vene in cui sembrava che il sangue si stesse prosciugando.
I giorni trascorrevano lentamente. Interminabili.
Il suo corpo, un giorno forte e muscoloso, si scioglieva, smagriva, sembrava evaporasse. Lui era quasi sempre addormentato, drogato. E, in rari momenti di lucidità, alzava la sua mano ormai scheletrizzata e ti accarezzava. Ti chiedeva dei ragazzi. Piangeva nel vedere piangere te.
Lo pettinavi, lo lavavi, lo spogliavi, lo rivestivi. Gli sistemavi le cannule dell’ossigeno. Gli dicevi parole dolci, rassicuranti.
“Quando starai meglio e uscirai di qua, andremo in campagna, passeggeremo sui prati in fiore, respireremo i profumi della primavera, ci scalderemo ai raggi del sole”.
I ragazzi erano soli a casa. Giocavano, studiavano, avvertivano la solitudine. E tu che ti rivolgevi al tuo Dio e gli chiedevi di aiutarti a seguirli nella tua costante e lunga assenza quotidiana.
La sera uscivi dall’ospedale, evitavi il bus urbano per risparmiare. E lungo le strade bagnate dall’ultima pioggia, tra gli spruzzi delle auto che sfrecciavano, nel freddo di quell’inverno, ti seguivano due ombre. La tua e quella sua, della Signora. Sempre con quella sua smorfia amara, odiosa.
Nelle feste natalizie camminavi ancora più distante dalla gente allegra e con le mani piene di regali, quasi a evitare di farti contagiare dalla loro felicità.
Spesso arrivavi a casa e loro dormivano. Le luci accese. I libri ancora aperti. Li coprivi con le coperte. Accarezzavi le loro teste e baciavi le loro fronti. E qualche lacrima bagnava i loro cuscini.
E arrivò quel giorno. Il suo corpo ormai fragile, rimpicciolito, consunto, non resistette più.
Non c’erano più lacrime nei tuoi occhi. Le avevi finite.
Lo accompagnasti per l’ultima volta. Prima di coprire la bara, lo accarezzasti, lo baciasti.
“Ciao, amore mio. Aspettami. Fammi crescere i ragazzi. Aiutami in questi anni. Stammi sempre vicino. Poi ti raggiungerò e torneremo per sempre insieme. Saremo felici per l’eternità”.
E finalmente la Signora tolse le sue unghie dalla tua anima, dal tuo cuore. Finalmente non sorrise più. Finalmente si mise di fronte a te, guardò direttamente nei tuoi occhi e ti disse:
“Scusami ma dovevo”.
Sono trascorsi quasi trentaquattro anni da allora. I ragazzi ora sono padri. Uno medico e l’altro ingegnere. Hanno figli stupendi, intelligenti e sani. Sono, come si dice, realizzati. Il tuo amore per loro non è mai mancato. Sei sempre il loro punto di riferimento.
La Signora è ricomparsa altre volte, per il tuo papà e per la tua mamma, ma non è più riuscita a farti male come allora.
Quel bambino, il piccolo, che allora pensò che il padre volesse gettarsi dal balcone, ora pensa che, in quei momenti in cui la Signora ti seguiva, avrebbe voluto essere vicino a te, stringerti la mano, baciarti e incollarsi al tuo corpo per trasferirti tutto l’amore che lui sentiva per te.
Grazie Mamma.
Grazie di esistere.
Grazie per tutto l’interminabile amore che ci hai dato. A noi e a nostro padre.
12:37 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (7) | Segnala
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04/10/2003
EMOZIONI REMOTE
Grida. Lacrime. Ferite lancinanti nel tuo cuore. Voglia di scappare. Le unghie sue dentro le tue carni.
Eppure io ero un tipo forte, sicuro delle mie azioni. Trasferivo la mia sicurezza e la mia tranquillità agli altri. Non mostravo mai insicurezza. Quando arrivavo sul lavoro, il rispetto degli altri era palpabile, inconfondibile.
Ma, in quel momento in quella stanza, ero un nulla. Mi sentivo inutile, incapace a prendere una decisione. Insicuro anche a respirare quell'odore di farmaci, di sangue.
La stanza era ai limiti dello squallore, stretta e lunga, quasi un corridoio. Pareti di un grigio verde smorto. I mobili sparsi senza alcuna logica. Una grande finestra dalla quale vedevi un cortile con materassi abbandonati per terra, letti rotti, scatoloni pieni di chissà quale parte umana.
Lei non mi riconosceva più. Ero solo un braccio da graffiare, da strappare..... un'ancora alla vita.
Gli altri armeggiavano, aprivano, controllavano, misuravano.
E io? Cosa faccio? Dove mi metto? Mi sposto? Sto fermo?
E se invece, mi allontanassi? Una sigaretta, inspirare con tutta l'anima.
Sarei un codardo? Ma tanto chi se ne accorgerebbe? In questi momenti non esisto per gli altri.
Ma lei mi tiene, non mi lascia. Mi chiede aiuto!
Vorrei tanto essere chiuso nel mio studio. Musica. Isolarmi. Uscire dal mondo.
Poi lei all'improvviso si zittisce.
Non urla più, non mi chiede più aiuto.
E' svenuta? No, ha gli occhi aperti. Ma non vede più. Non sente più.
"Si sta isolando dalla realtà. Sta scappando dal dolore. Presto, teniamola sveglia. Deve collaborare".
Anche io vorrei essere lì, nel suo mondo ovattato da tutto. Ma sono quì, la guardo, guardo gli altri. HO PAURA!!!
Poi..... poi, eccola. Grida di nuovo, grida "BASTA, AIUTATEMI".
E loro parlano tra di loro. "Siamo pronti, manca poco".
Il sangue mi scorre dal braccio. Ma non sento nulla. Nessun dolore. Dolore fisico. Ma il mio cuore sta per scoppiare.
"Ecco ci siamo, preparate tutto".
Dolore, dolore, dolore..... e poi.. e poi...
ECCOTI.
SEI TU, ALAIN.
Una lucertola brutta, raggrinzita, sporca di sangue e altri liquami.
Occhi gonfi, chiusi.
Piccolissimo, fragilissimo.
Lacrime calde scorrono il mio viso.
Lacrime di liberazione.
Ti prendo tra le braccia. Piangi.
O gridi?
Ti amerò per sempre, brutta lucertola mia.
21:44 Scritto da: alain90 in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (11) | Segnala
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