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        <title>EMOZIONI REMOTE</title>
        <description>rovistare tra i ricordi accatastati nella soffitta della mia vita</description>
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                <title>LA MIA NON MORTE</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Wed, 21 Jun 2006 16:03:44 +0200</pubDate>
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                    Un bambino è un piccolo uomo. Piccolo non solo per il suo ancora mancato sviluppo fisico. Piccolo perchè come un uomo rimugina pensieri, va oltre le semplici impressioni percettive, analizza concetti, compone ragionamenti sui sentimenti e sulle persone. Ma, essendo piccolo e avendo una visione delle cose ancora ridotta, semplifica le sue opinioni e si crea un’idea di quello che lo circonda trasformando le sue considerazioni in principi elementari. E spesso, magari per una formazione cattolica, pensa che la vita dell’uomo sia ammantata di fato e, nello stesso tempo, preordinata da qualcuno che lassù in cielo non ha null’altro da fare che farsi i cazzi degli altri.&lt;br&gt;Ero bambino, e quindi un piccolo uomo anche io, e rimasi senza padre. Morì che non aveva ancora compiuto cinquantanni. Mancavano ancora sei mesi. Prima di lui, suo padre era morto lasciandolo bambino.&lt;br&gt;E quel piccolo uomo che c’era in me era convintissimo, nel suo consolidato fatalismo, che la stessa sorte era già scritta per lui.&lt;br&gt;Cresci, diventi adulto, e le paure, i preconcetti, le paranoie infantili svaniscono. Pensi per sempre.&lt;br&gt;Ma non è così. In un angolino lontano, buio, nascosto della tua mente, loro rimangono appartati. Nulla svanisce per sempre.&lt;br&gt;Ho da poco superato quei quarantanove anni e sei mesi.&lt;br&gt;Apro la migliore bottiglia di champagne. E brindo. Brindo alla mia non morte.
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                <title>AMORE TRA I FILI D'ERBA</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Sat, 27 Aug 2005 10:12:38 +0200</pubDate>
                <description>
                    Sdraiato a pancia in giù su un telomare, all’ombra di una palma, osservo intorno a me. Una prospettiva rasoterra. Tra i fili d’erba, leggermente mossi da un tisico alito di vento al quale la calura irride, vedo l’agrumeto, come spuma di un verde intenso ai piedi di un cielo azzurrissimo. Su un filo noto aggrappata una coccinella, felice di farsi dondolare alla stregua di un bambino seduto su quei cavallucci attaccati a una molla gigante. Silenzio assordante, silenzio campagnolo che amplifica un ronzio lontanissimo di qualche trattore o di qualche falciatrice. Vedo i ragazzi che si spruzzano in piscina, tra tuffi e gare di velocità. Le loro risate e i loro gridolini fanno il paio allo strofinio d’ali delle cicale. Quel frinire senza il quale una stagione non può chiamarsi estate. Inspiro questi profumi forti di rosmarino, di salvia, di capperi, di ginepro e di terra.&lt;br&gt;Ma, tra questi fili d’erba, vedo, come immagini sbiadite, evanescenti e sovrapposte alle altre, due figure vestite di bianco, una panchina in ferro, ragazzini che giocano a pallone, una sedia con due ruote.&lt;br&gt;Immagini sfocate che, ultimamente, mi appaiono ovunque. Al lavoro, per strada, davanti al televisore. E più che le immagini in se, è quello che esse rappresentano che mi ci fa pensare in un modo quasi ossessivo. Soavemente ossessivo.&lt;br&gt;Un pomeriggio di alcuni giorni fa......&lt;br&gt;Da quando il mio amico Alfio ha deciso di vendere la sua cartoleria, macchina eliografica guasta compresa, sono costretto ad andare presso un paese vicino al mio per duplicare le copie dei progetti. In fondo sono pochi chilometri.&lt;br&gt;Percorro questo breve tratto di strada, ogni volta, con un particolare stato d’animo. Sarà il rilassamento dovuto all’avere terminato un lavoro. Sarà il breve riposo che mi aspetta prima di iniziarne uno nuovo. Sarà l’aspettativa imminente di incassare parte dell’onorario. Fatto sta che i nervi si allentano, la mente si svuota e la vista delle cose che ti circondano si ammanta di ottimismo.&lt;br&gt;Nonostante possa prendere una strada a scorrimento veloce che mi consentirebbe di arrivare in poco tempo, preferisco sempre inoltrarmi lungo una stradina di campagna, talmente stretta che, se ti trovi davanti un camion, ti conviene uscire fuori dal nastro d’asfalto, in bilico con le cunette che la costeggiano. Ma è così raro incontrare qualche anima viva in zona!&lt;br&gt;Con quello stato d’animo disteso, con un’armoniosa musica che esce dalle casse dell’auto, mi godo la vista e i profumi del paesaggio agreste. Che siano giorni piovosi o soleggiati o rabbuiati, mi immergo comunque nel suo fascino.&lt;br&gt;Diventa una gita fuoriporta di durata breve.&lt;br&gt;L’altro giorno ho ripercorso quella strada con il rotolo dei lucidi che ballonzolava sul sedile del passeggero.&lt;br&gt;Come immaginavo c’era da aspettare e ne ho approfittato per entrare in un bar e sorseggiare un caffè. Tardo pomeriggio. Pazientare lì dentro, godendosi la frescura dell’aria climatizzata, o uscire e cercare qualche posticino all’ombra, nonostante lo smorzarsi della canicola? Seconda soluzione, semplice. Lì dentro non potevo fumare.&lt;br&gt;Non conoscevo bene quei posti e ho deciso di camminare alla ricerca di qualche albero. Girato l’angolo, mi apparve la soluzione ideale. I giardini pubblici. Alberi secolari gradevolmente ombreggianti.&lt;br&gt;Mi sedetti su una panca in ferro, mi accesi una sigaretta, appoggiai la schiena alla spalliera, accavallai le gambe e cominciai a guardarmi intorno.&lt;br&gt;Alcuni ragazzini giocavano su un prato con una palla. Altri giravano in bicicletta. I più piccoli su altalene e dondoli. Qualche vecchietto pisolava col mento penzolante. Cinguettii caotici tra i rami. E un filo d’aria rinfrescava la pelle.&lt;br&gt;Quando, con la coda dell’occhio, intravidi qualcosa che mi apparve insolito. Una donna anziana che spingeva la sedia a ruote sulla quale era seduto un uomo anziano. Probabilmente i miei occhi furono immediatamente attratti dal loro abbigliamento. Tutto in tonalità diverse del bianco. Dal beige al giallo sabbia, dal bianco perla all’avana, dal cammello alla crema pastello. Come due figure uscite da uno di quei quadri che rappresentano i primi coloni bianchi della vecchia Africa. Vestiti lindi e stirati di fresco. Anche a distanza mi sembrava di avvertire il profumo di pulito.&lt;br&gt;Si fermarono davanti la panchina di fronte alla mia, a una decina di metri. La donna sistemò la sedia di fianco e poi lei si sedette. L’uno di fianco all’altra, ad angolo retto.&lt;br&gt;Lei tirò fuori un piccolo pacco da una busta di plastica. Lo scartò e ne uscì un oggettino che avvicinò alle labbra di lui.&lt;br&gt;Gli imboccava qualcosa. Un cracker? Gli spolverava le mollichine cadute sui pantaloni.&lt;br&gt;Lui le versò un po’ d’acqua su un bicchiere di plastica.&lt;br&gt;Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto, lo dispiegò e cominciò ad asciugarle alcune gocce di sudore che le scendevano dalla fronte e altre sopra il labbro superiore.&lt;br&gt;Parlavano tra loro a tratti. Intervallati da momenti in cui gli occhi vagavano, ma con lo sguardo non concentrato sul resto del mondo.&lt;br&gt;Ogni tanto sorridevano a qualche battuta. Ogni tanto si guardavano e sorridevano e basta.&lt;br&gt;Si tenevano per mano e, a volte, lui la portava alle sue labbra e la baciava.&lt;br&gt;Nascondevo i miei occhi dietro gli occhiali scuri. Mi sentivo un ladro d’amore. Con pudicizia ogni tanto giravo la testa. Ma magneticamente ritornavo a guardarli.&lt;br&gt;Poco tempo dopo lei si alzò. Con una mano si spiegò la veste. Appese la sua borsetta su una leva della sedia e, spingendola, si avviarono.&lt;br&gt;Si fermò solo un attimo per sistemargli una ciocca dei capelli con le sue dita. E sparirono dalla mia vista. Dalla mia vista ma non dalla mia mente.&lt;br&gt;E oggi, sdraiato su un prato e rivedendo quelle immagini tra questi fili d’erba, immagino me. Me da vecchio.&lt;br&gt;Ecco come vorrei che fosse.&lt;br&gt;Spinto su una carrozzina dalla donna che amo e che mi ama. Che mi ama ancora, ancora dopo tanti anni. A farmi imboccare un cracker, a farmi pulire dalle mollichine, a tergerle il sudore, a tenerla per mano, a baciarle quella mano. Ad assaporare le ultime stille di vita insieme a lei. Attimo dopo attimo. Per poi morire insieme. Felici.
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                <title>QUATTRO GOCCE</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Thu, 26 May 2005 11:47:33 +0200</pubDate>
                <description>
                    Sei arrivata nella mia vita&lt;br&gt;come quelle pioggerelle improvvise di un pomeriggio estivo.&lt;br&gt;Una leggera folata di vento,&lt;br&gt;un imprevisto crepuscolo,&lt;br&gt;una piacevole percezione di frescura.&lt;br&gt;Quattro gocce ti cadono addosso.&lt;br&gt;Quattro gocce arrivano a un centimetro dall’asfalto ed evaporano.&lt;br&gt;Poi ti ritrovi ancora più sudato,&lt;br&gt;tutto appiccicoso.&lt;br&gt;Insetti rompiballe che ti svolazzano intorno.&lt;br&gt;Una sgradevole sensazione sui pori ostruiti.&lt;br&gt;Una fastidiosa puzza dentro le narici.&lt;br&gt;I vestiti macchiati di sabbia.&lt;br&gt;Voglia di andarsi a lavare.&lt;br&gt;E te ne sei andata.&lt;br&gt;Nessuna doccia e nessuna acqua bollente&lt;br&gt;riesce a toglierti questo senso di squallore.
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                <title>FANCULO, PIPPO</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Thu, 05 May 2005 11:24:00 +0200</pubDate>
                <description>
                    Non so come definirlo, è un misto di noia e di apprensione, ma devo uscire. Esco fuori e li aspetto in auto. Posso ascoltare un po’ di musica e fumare. Siamo rimasti che verranno loro a prendermi.&lt;br&gt;Seduto dentro l’abitacolo contemplo questo pomeriggio domenicale freddo e piovigginoso. Una primavera grigia simile a molte di quelle giornate autunnali trascorse su a Milano molto tempo fa. Sembra che qualcuno abbia pensato a creare l’atmosfera esemplare per quello che ci attende.&lt;br&gt;Quelle parole risuonano ancora dentro le mie orecchie.&lt;br&gt;-&lt;i&gt;Sono Tanino. Dobbiamo andare da Pippo&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;E sento la sua voce svanire in singhiozzi. Capisco subito.&lt;br&gt;-&lt;i&gt;Domani dopopranzo venitemi a prendere a casa&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;Eccoli. Scendo dall’auto e la chiudo a chiave. Mi tolgo la giacca e mi siedo di dietro. Franco alla guida, Tanino al suo fianco.&lt;br&gt;Che macchinona! Il solito Franco con le sue solite auto lussuose e sportive. Da sempre è stata la sua passione. In linea con l’età e con la sua disponibilità economica, ha avuto sempre auto nuove, prima sportive e giovanili ora lussuose, potenti e iperaccessoriate. Ma sempre di gusto, mai pacchiane.&lt;br&gt;Scherziamo, come sempre. Ci sentiamo a nostro agio, ci conosciamo troppo bene. Ma sa tutto di così forzato.&lt;br&gt;Mentre continuano a parlare, mi estraneo. Sorrido nel vedermi in quella situazione. Dove sono quei ragazzi squattrinati che si accontentavano -e, anzi, ne erano strafelici- di uscire con l’auto sgangherata, cigolante e arrugginita dei padri?&lt;br&gt;Ora tre di quei ragazzi stanno andando a trovare il quarto. Sicuri di loro, affermati sul lavoro, consapevoli di essere importanti per tante persone.&lt;br&gt;E’ un viaggio breve, una cinquantina di chilometri, ma da’ la sensazione di essere un viaggio a ritroso nel tempo e, contemporaneamente, incerto sul senso che assume la meta.&lt;br&gt;Come chiamare questo viaggio? Boh... e poi perché definirlo? Conta quello che fai e non come lo chiami, no?&lt;br&gt;Vedo scorrere il paesaggio...&lt;br&gt;Le gocce della pioggia sul vetro....&lt;br&gt;Ha finito di piovere e quelle gocce sono ancora lì sul vetro. Scivolano su di esso lentamente lasciando una scia. Sono così le cose della vita? In una goccia si racchiude un episodio, una storia seppur breve, una persona conosciuta, un’emozione. E poi, durante il corso degli anni, quella goccia scivola e nella sua scia perde la consistenza, la sua forma originaria e rimane solo un vago ricordo con contorni limitati.&lt;br&gt;Concentro lo sguardo su una di quelle gocce di pioggia. Come in una palla di vetro dentro la quale vedi il passato, materializzo qualcosa.&lt;br&gt;Un ragazzino che palleggia contro il muro di casa sua, una volta, due volte.... centinaia di volte. Da solo. E io che lo osservo e lo ammiro. So che quell’allenamento, che sembra monotono e noioso, ti fa acquisire padronanza della palla, sai dove colpirla per ottenere un effetto, per sapere dove mandarla. Un colpo dal basso e si alza. Un colpo di piatto e va rasoterra. Un taglio con l’esterno del piede e la palla assume un effetto rotatorio con una direzione arcuata dalla destra alla sinistra.&lt;br&gt;Si ferma, blocca la palla di cuoio sfilacciata e consunta sotto la suola della scarpa destra, e mi osserva. Poi, sorridendomi, mi fa:&lt;br&gt;-&lt;i&gt;Ciao, io mi chiamo Pippo. Ti va di palleggiare insieme a me?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Un tocchetto leggero di sotto e mi alza la palla. La stoppo di petto, palleggio con le ginocchia, la faccio volare sopra di me e gli rimando la palla di testa.&lt;br&gt;Un’altra goccia sul vetro.&lt;br&gt;Liceo. Terzo banco, fila a destra. Non sono tempi di radio libere, in pochi abbiamo un registratore di musicassette. Aspettiamo il venerdì per ascoltare la &lt;i&gt;iiiiiiiit pareeeeeeeid&lt;/i&gt; di Lelio Luttazzi e, una volta a settimana, Supersonic in radio. Qualche fortunato coi soldini di papà compra i dischi e ha il giradischi. Per cui ci trasmettiamo i testi delle canzoni trascrivendoli da come li ascoltiamo. Franco e Pippo li hanno sul diario e, mentre i professori sono fuori classe, li cantiamo. Il nostro preferito è Battisti coi &lt;i&gt;vestiti con i fiori non ancora appassiti&lt;/i&gt;, con &lt;i&gt;il ricordo che non consola&lt;/i&gt;, con la &lt;i&gt;sensazione di leggera follia&lt;/i&gt;, e, soprattutto, con il suo &lt;i&gt;guidare a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire&lt;/i&gt;. Chiudiamo gli occhi e ci troviamo a volare, volare, volare.&lt;br&gt;Un’altra goccia sul vetro.&lt;br&gt;Serate inoltrate di primavera, seduti sui marciapiedi di una piazza, inebriati dal profumo di zagara, ormai ragazzi che si avviano a essere uomini. Chiacchiere concitate, discorsi interminabili, sogni a occhi aperti, embrioni di valori, amicizie eterne, amori impossibili. Genitori preoccupati per i nostri ritardi, luci che si spengono, finestre leggermente aperte, ancora il profumo di zagara, stesi sui letti a pensare agli ancora freschi discorsi.&lt;br&gt;Un’altra goccia sul vetro.&lt;br&gt;Sembra che viviamo alla giornata. Gli studi stentati, le partite furiose al calciobalilla, le malinconiche festicciole nei garage. E ridiamo, quanto ridiamo! Basta così poco, uno sfotto’ gratuito, Marcello all’inseguimento dell’ennesima fidanzata, uno stupido sgambetto, i miei disegnini di donne seminude, il nasone di Bob Rock. E ridiamo.&lt;br&gt;Ma in ognuno di noi cresce un uomo con le sue ambizioni, con il sogno di un lavoro speciale, con la voglia di una società felicemente anarchica, con le prime rabbie per i sorprusi ai deboli, con il desiderio di essere protagonisti in grande.&lt;br&gt;Partiamo per l’università, facciamo scelte diverse e diventiamo grandi in un tempo piccolo.&lt;br&gt;Non ci frequentiamo ma ognuno sa che l’altro c’è ancora, che esiste e che, quando ne hai bisogno, è sempre lì, a disposizione.&lt;br&gt;Quelle rare volte in cui ci incontriamo, anche se parliamo di cose comuni, avvertiamo nell’altro un uomo che ha ancora tante cose da fare nella sua vita. Nessuno si sente sconfitto.&lt;br&gt;Non credo che possiamo ritenerci sconfitti. Sconfitti no. Sconfitto è colui che perde una battaglia o una guerra o una gara e che ha lottato per vincerla. Ma noi? Noi non abbiamo fatto nulla di tutto ciò. Speravamo in tante cose, questo si. Ma lottare, combattere no.&lt;br&gt;E poi quei quattro ragazzini avevano una cosa che li rendeva forti. Erano immortali. E siamo ancora qui.&lt;br&gt;Siamo qui e nessuno dei tre accenna al motivo di questo viaggio. Nessuno ne ha voglia.&lt;br&gt;Arriviamo in paese. Piccolo e con poche case. Franco riesce a trovare subito quella di Pippo. Eccola, la sua auto è parcheggiata davanti alla porta.&lt;br&gt;Ci apre lui, Pippo.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Accidenti quanto ti sei imbiancato, sembri mi zio, mio zio il grande naturalmente!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Ma è in forma e, come sempre, sorridente.&lt;br&gt;Strani abbracci. Ne’ troppo brevi per non essere falsi, nè troppo lunghi per non essere commoventi.&lt;br&gt;Ci accomodiamo in salotto davanti al camino acceso. E, all’improvviso, ci sentiamo tutti più rilassati. Sembra sia passata solo qualche ora dall’ultima volta in cui siamo stati tutti e quattro insieme. E via con gli sfottò. Sfotterci è stata la cosa che ci ha sempre contraddistinti. Come se lo sminuire l’altro, stranamente, diventasse l’elemento che ci rendesse uguali. Nessuno è meglio dell’altro. Ma, contemporaneamente, questa eguaglianza ci rendeva più uniti, uno che ha bisogno dell’altro. Bizzarra questa cosa, ma è stato così, da sempre.&lt;br&gt;Basta pochissimo per sballonzolare la nostra memoria e tirare fuori episodi che ci hanno riguardato. Mi accorgo che molti erano spariti dalla mia mente, anche se, al primo accenno, resuscitano in un attimo. Cavolo, come ho fatto a dimenticarmi di questa cosa?&lt;br&gt;Pippo si allontana un attimo e ritorna con un suo album fotografico. Alcune sono foto che non avevo mai visto. Ti ricordi dove eravamo qui? Ti ricordi di questo compagno di scuola? Guarda come eravamo vestiti da ridicoli. E tu, il solito coglioncello, a fare le corna da dietro.&lt;br&gt;Ci deridiamo. Sembriamo quattro ottantenni rimbambiti che vivono dei ricordi del passato. Ma ci sembra così bello riesumare quegli anni che ce ne fottiamo dell’aspetto patetico della situazione.&lt;br&gt;Poco dopo si apre una porta e ne esce Gina, sua moglie, e le loro due bambine. Ci baciamo sulle guance. Le bambine sono impacciate ma ci sorridono luminosamente. Le baciamo sulla fronte. Pippo capisce il loro imbarazzo e ci parla di loro due, di quanto siano brave a scuola, di una che suona il pianoforte e l’altra disegna paesaggi da favola.&lt;br&gt;Di quanto ne sia orgoglioso non occorre, è palpabile.&lt;br&gt;E, mentre lui ne parla, guardo le bambine. Loro ascoltano solo lui, ma con uno sguardo... uno sguardo... uno sguardo...&lt;br&gt;Ora ci sono! Ora capisco cosa hanno combinato in questo mondo, nella prima parte della loro vita, quei quattro ragazzini!&lt;br&gt;Quello sguardo è lo stesso che ho visto in faccia ai figli di Tanino, ai figli di Franco e ai miei figli. Un pieno di ammirazione, rispetto, apprezzamento, adorazione, fierezza, vanto e, soprattutto, amore. Si, non abbiamo cambiato il mondo, non siamo diventati famosi, non abbiamo inventato nulla. Ma ci siamo fatti amare dai nostri figli. Non è stata affatto una vita inutile, niente affatto.&lt;br&gt;Gina ci va a preparare i caffè. Porta con se’ le bambine che ci risalutano timidamente. Vanno in cucina a studiare o a guardare la televisione.&lt;br&gt;I discorsi si fanno piacevolmente noiosi. Ci chiediamo vicendevolmente notizie di quell’amica o di quel compagno di scuola o di quella, una volta, fidanzata. Parliamo dei nostri lavori, ma con noncuranza.&lt;br&gt;Fumiamo solo io e Pippo. Una dopo l’altra, le sigarette vanno. Lui ha iniziato molto prima di me. E, mentre io vivo ‘sta cosa sempre con un senso di colpa e con la promessa, raramente mantenuta, di smettere, lui mantiene granitica la sua convinzione che il fumo non faccia male.&lt;br&gt;Rimase famosa la sua teoria che, come in tutte le scoperte scientifiche e mediche, qualche giorno si scoprirà che il tabagismo, contrariamente a quanto finora affermato, porti solo benefici fisici. Stiamo ancora tutti lì ad aspettare. E, come sempre, continuiamo a spernacchiarlo.&lt;br&gt;Le ore passano. Dal caffè passiamo ai liquori. Dal fumo passiamo alla politica e tutti concordiamo sul fallimento di chi ci governa. Ma non ci sorprende, nessuno di noi quattro lo ha votato.&lt;br&gt;Fuori è buio già da un bel po’. Ognuno di noi sa che il pomeriggio si è trasformato in sera inoltrata. Tra poco dobbiamo rientrare. Nessuno fa cenno al motivo della visita. Forse nessuno ne ha il coraggio.&lt;br&gt;Poi qualcuno, non ricordo chi, come se si parlasse di banalità chiede della sua salute.&lt;br&gt;E lui, alla stregua di un cronista di informazione medica freddo e distaccato, comincia a snocciolare. Le parole arrivano una dietro l’altra. Nemmeno il tempo di focalizzarne una che ne sopraggiunge un’altra e un’altra ancora. Le nostre menti non riescono a concentrarsi.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Sistema linfatico.... sistema immunitario... globuli bianchi... linfonodi... linfociti... Hodgkin.... non Hodgkin... cellule tumorali... recidiva... stadio I, stadio II... &lt;/i&gt;&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Ma si dice che ormai ci sono molte cure. Alte percentuali di risultati positivi.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Già, radioterapia e chemioterapia? A volte anche combinate? No grazie. Ho assistito a molti pazienti soggetti a queste terapie. Forse funzionano nei casi di tumori ben localizzati, ma nel mio non credo. A volte i linfomi diventano resistenti alla terapia e di conseguenza si passa a dosi alte che distruggono il midollo osseo. Oppure, nella migliore delle ipotesi, si rimane intossicati dai farmaci. Nausea e vomito. Capelli che cadono. Paura e apprensione. Anemia ed eventuali trasfusioni. Si diventa larva umana. E per cosa? Per morire lo stesso col cuore in pace per averle tentate tutte fino alla fine? No, non posso. Non posso per rispetto di mia moglie e delle mie figlie.&lt;br&gt;Quanto può durare ‘sta storia? Un anno? Due anni? Mi piace pensare ai tempi lunghi, facciamo due anni, va. Ebbene in questi due anni voglio stare vicino alle mie bambine. Voglio godermi i loro sorrisi, accarezzarle mentre dormono, accompagnarle la mattina a scuola, andare per i prati con loro.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Ci spiega le sue teorie con quelle sopracciglia alzate, con quegli occhi sgranati e quel sorriso ingenuo.... con quello sguardo che ti dice: elementare no? Semplice, no? Condivisibile, no? Incontrovertibile, no? E noi ad ascoltarlo. Chiaro un cazzo, penso in me. Mi dico: ma noi non eravamo quelli che non si arrendono mai? Come i giunchi, dicevamo, che si piegano ma non si spezzano mai. E invece stiamo in silenzio, non ribattiamo, ci chiediamo fino a che punto sia opinabile la sua scelta. Crescendo abbiamo imparato pure questo: anche le opinioni hanno sfumature, colori meno netti.&lt;br&gt;Cosa dire? Come criticarlo? Dove sta la scelta giusta? E ognuno di noi come la penserebbe al suo posto? Ci ha zittiti.&lt;br&gt;Ci abbracciamo, ci baciamo, ci guardiamo negli occhi senza dire null’altro. Usciamo, saliamo in macchina.&lt;br&gt;Lui e Gina davanti alla porta che ci salutano con la mano alzata.&lt;br&gt;Sembra che anche il macchinone di Franco non si voglia spostare. Lentamente ci avviamo, li affianchiamo e continuiamo a salutarci. Nessuno si vuole girare. Sembrerebbe un volere fotografare questo attimo. Come fosse un addio. Ma, cazzo, nessuno vuole dire addio a nessuno.&lt;br&gt;Viaggiamo in silenzio. Sentiamo all’improvviso tanta stanchezza. Rimuginiamo le ultime frasi di Pippo.&lt;br&gt;E da dentro di me esce un fanculo.&lt;br&gt;Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via la nostra palla di cuoio sfilacciata e consunta.&lt;br&gt;Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via le nostre canzoni di Battisti.&lt;br&gt;Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via le nostre chiacchiere al profumo di zagara.&lt;br&gt;Fanculo, Pippo. Perché vuoi portare via la nostra immortalità.&lt;br&gt;Fanculo, Pippo. Perché... ti voglio bene.
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                <title>BANALE POESIA</title>
                <link>http://alain90.myblog.it/archive/2005/04/16/banale-poesia.html</link>
                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Sat, 16 Apr 2005 10:28:54 +0200</pubDate>
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                    Io qui, tu là&lt;br&gt;Una stanza senza pareti&lt;br&gt;Un luogo senza odori&lt;br&gt;Tra silenzi fragorosi&lt;br&gt;Dentro spazi indecifrabili&lt;br&gt;Un ago e un filo invisibili&lt;br&gt;ricamano lettere&lt;br&gt;disegnano parole&lt;br&gt;concretizzano pensieri&lt;br&gt;Destini incontrollabili&lt;br&gt;Incontri fatali&lt;br&gt;Io scopro te&lt;br&gt;Mi apro a te&lt;br&gt;Io amo te&lt;br&gt;Io qui, tu là&lt;br&gt;Una stanza senza pareti&lt;br&gt;Un luogo senza odori&lt;br&gt;Clic!
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                <title>SCHINAERIZZU</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Fri, 25 Mar 2005 13:46:39 +0100</pubDate>
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                    Immagino che succeda a tutti. In quel coacervo di stanze, camerini, ripostigli, archivi, disimpegni, depositi in cui è suddivisa la nostra mente, un giorno uno degli archivisti aprì quella porta tenuta chiusa a chiave. Già lo stesso rumore lamentoso di cerniere arrugginite denotava la rarità dell’uso di quella stanza. Probabilmente, mentre cercava qualche parola tra le tante una volta sentite e ormai in disuso, una di esse si sarà appiccicata alla suola delle sue scarpe, a sua insaputa. Dopo esserne uscito e avere rinchiuso a doppia mandata la porta, quell’uomo non si sarà reso conto che quella parolina si fosse staccata dalla suola e fosse rimasta da sola in uno di quei vuoti corridoi. E, come una &lt;i&gt;palla pazza&lt;/i&gt; che, sbattendo su una superficie, assume dei rimbalzi strani, cominciò a rimpallare sulle pareti, sul pavimento, sul soffitto.&lt;br&gt;Schinaerizzu-boing.... parete, schinaerizzu-boing.... soffitto, schinaerizzu-boing.... parete, schinaerizzu-boing.... pavimento, schinaerizzu-boing.... parete... e così via.&lt;br&gt;Quella mattina continuava a martellarmi continuamente in testa quella parola: schinaerizzu.&lt;br&gt;Quella parola, o quel nome, mi era familiare da sempre. La diceva mia madre in quei momenti di disperazione e di esasperazione in cui i figli ti portano a dire una minchiata fuori dall’ordinario.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Mi va perdu comu a Schinaerizzu&lt;/i&gt;!!!!&lt;br&gt;Mi vado a perdere, scompaio, sparisco per sempre.&lt;br&gt;Fino a quel giorno non mi ero mai chiesto chi fosse quest’uomo che si volatilizzò dalla faccia della Terra.&lt;br&gt;Ma col tempo si cambia.&lt;br&gt;Da giovane la tua vista è diretta verso le cose grandi. Ideali, sogni, prospettive di vita. Dopo i quarantanni, forse proporzionalmente al decadimento delle attività sensoriali, cominci a vedere le piccole cose. Anche quelle che ti hanno circondato per tutta la vita e che davi per scontate. I gesti delle persone a te care. Le tue consuetudini. I tic abituali. E quei modi di dire che hai sempre sentito dire, avendone capito il concetto ma non essendoti mai posto una domanda sulla loro radice originaria.&lt;br&gt;Schinaerizzu-boing.... schinaerizzu-boing...&lt;br&gt;Chiaramente il primo pensiero fu passare da mia madre. Era lei la fonte di quella battuta.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Ma che vai cercando? Non hai null’altro a cui pensare? Si, è vero che la dicevo io ma ripetevo quel modo di dire avendolo sentito da mia madre&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;Uscii da casa sua deluso.&lt;br&gt;Passai pure dal mio amico Enzo, che è il dirigente dell’ufficio anagrafe del comune, e, dopo una rapida ricerca, vedemmo che non esisteva alcun Schinaerizzu tra i cognomi del paese, e nemmeno qualcuno similare.&lt;br&gt;Schinaerizzu-boing.... schinaerizzu-boing....&lt;br&gt;Mi fermai nel cantiere dove mi aspettavano. Rispondevo alle domande con brevi frasi. Guardavo il lavoro ma lo sguardo andava oltre. Fino a quando il capomastro mi disse:&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Ingegnere, che ha? E’ successo qualcosa? E’ preoccupato?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Per un attimo rimasi amminchialuto, poi capii.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;No, nulla. Nulla di particolarmente importante. Stia tranquillo.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Non riuscivo proprio a scacciare quel pensiero.&lt;br&gt;Salito in auto, quasi inconsciamente mi diressi verso una zona del paese tanto cara nell’infanzia ma tanto lontana dalla memoria.&lt;br&gt;Mi rimaneva l’ultimo tentativo: &lt;i&gt;a za Maricchia a pazza&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;Dovetti lasciare l’auto un po’ distante, perché ricordavo che quel quartiere si sviluppava lungo stradelle, viuzze, budelli, vicoli creati a suo tempo per essere attraversati al limite da qualche mulo o da qualche passante.&lt;br&gt;Mi inerpicai lungo quell’intreccio di ragnatele.&lt;br&gt;Inciampavo tra le sue sconnessioni, nel ciottolato col quale erano composte.&lt;br&gt;All’inizio mi sembrò tutto come lo ricordavo. Ci giocavo sempre durante la mia infanzia.&lt;br&gt;Le stesse case, gli stessi portoni, gli stessi attacchi per le bestie a quattro zampe. Quel buco in ogni portone, &lt;i&gt;u iattarolu&lt;/i&gt;, per consentire al gatto di famiglia di entrare e uscire a suo piacimento. Quelle lame di ferro, ancorate ai lati degli ingressi, per staccarsi il fango dalle suole prima di entrare in casa. Quei rampicanti lungo le pareti.&lt;br&gt;Era la prima impressione, ma non fu così.&lt;br&gt;Il legno dei portoni era scorticato, senza alcuna presenza ormai di vernici. Le ringhiere e le parti in ferro sembravano essersi assottigliate per la troppa ruggine. I muri delle case erano quasi privi di intonaco, ormai sgretolato, lasciando visibile la loro inconsistente composizione di terra e pietre. Le grondaie e i pluviali avevano ormai superato la fatiscenza ed erano rimaste le tracce della loro presenza.&lt;br&gt;Ma quello che più mi colpì fu il silenzio. La totale assenza di vita.Eppure quel quartiere era così popolato!&lt;br&gt;Le donne sedute davanti alla porta a lavoricchiare con le spalle tese verso il tepore solare, o affacciate davanti all’uscio a parlare con la dirimpettaia. I bambini che giocavano e correvano senza alcuna cognizione che esista un limite alle loro energie. Gli uomini assenti, tutti a lavorare fino al tramonto. E poi, tanti animali. Galline che mangiucchiavano i vermetti tra le fessure dei muri, gatti che si abbrustolivano al sole con la loro solita flemma, cani che rincorrevano i bambini vocianti, cavalli quasi immobili a ruminare la paglia.&lt;br&gt;E poi gli odori. La puzza della cacca dei cavalli o delle galline. I profumi che venivano dai focolari. Il gelsomino dei rampicanti. Odori di vita, insomma.&lt;br&gt;Si, tanto silenzio.&lt;br&gt;Arrivai alla fine di quel vicolo in salita, sbuffando e sudando. Sto cavolo di sigarette!!&lt;br&gt;Eccola lì, seduta davanti a casa sua a pulire la verdura, a staccare le foglie di lattuga rinsecchite. Solita veste nera, lisa e quasi luccicante per le troppe lavate e per le troppe stirate. I capelli coperti da un fazzoletto grigio attaccato a mo’ di bandana. Rannicchiata. Incurvata. Piccolissima.&lt;br&gt;Forse fu il rumore dei miei passi a farla girare verso di me. Mi guardò, sforzandosi a focalizzare meglio la mia immagine, il mio viso.&lt;br&gt;Quegli occhi!&lt;br&gt;Quegli occhi nerissimi nel suo sguardo eternamente accigliato, nascosti tra i miliardi di rughe. Pelle incartapecorita appiccicata alle ossa.&lt;br&gt;Quegli occhi che fecero imbalsamare quel bambino che un giorno, condotto dagli altri coetanei che lo accompagnarono a distanza e che lo avevano spinto fin lassù affinché dimostrasse il suo coraggio, arrivò a pochi metri dalla sua casa.&lt;br&gt;Quegli stessi occhi strappati al diavolo e incastrati nella sua faccia.&lt;br&gt;I ragazzini dicevano che quella vecchia megera fosse una strega che, tra l’altro, teneva in casa un feroce animale mitologico, al quale dava in pasto i bambini che catturava.&lt;br&gt;E ci si mettevano pure gli adulti, i quali, per non farci allontanare da casa nelle torride giornate estive, ci impaurivano con la minaccia di essere rapiti da Maricchia a pazza.&lt;br&gt;Quando quel bambino, con il terrore nel cuore ma con l’orgoglio di dover dimostrare di non essere un codardo, si trovò tanto vicino a lei, all’improvviso e di scatto Maricchia fece una smorfia e una specie di gracchiata verso di lui.&lt;br&gt;Mentre gli altri bambini scapparono, o meglio si volatilizzarono, quel bambino rimase impietrito. Gli occhi sugli occhi.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;E tu nun ta scanti di mia?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Silenzio.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Comu ti chiami?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Fu così che si conobbero un bambino e una vecchia (beh vecchia, allora avrà avuto una cinquantina d’anni!). E lei, che raramente parlava con qualcuno, in tutte le volte in cui si rividero gli dispensò consigli sulla vita che lo aspettava, gli raccontò antiche favole, gli fece conoscere e apprezzare le radici della loro cultura. Non si riusciva a comprendere come sapesse tante cose e su quasi tutto il paese e sui suoi abitanti, pur non allontanandosi mai da casa. Ma, nonostante quella raggiunta intimità, quel bambino non volle mai entrare dentro casa ad accertare l’esistenza di quel mostro mitologico mangiabambini.&lt;br&gt;Dopo tanti anni ero lì di fronte a lei. Io, quel bambino.&lt;br&gt;Quando mi riconobbe, il suo viso si aprì, i suoi occhi si illuminarono e la sua bocca si riempì di un sorriso che mise in vista gli unici reperti dei suoi denti, un canino inferiore e due incisivi superiori.&lt;br&gt;Ancora oggi mi chiedo quale forma di patologia mentale ci sia in me, visto che mi appare la bellezza umana meglio riflessa nel viso marchiato da una vita vissuta di un vecchio più che nel faccino perfettino di una fotomodella. E, a ricordare bene, questa patologia è di antica data perché, sin da ragazzino, disegnavo o dipingevo solo volti di vecchi.&lt;br&gt;Ci accomodammo su due sedie in legno impagliate, davanti la sua porta, l’uno di fronte all’altra.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Quannu cia’ finisci di fumari?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Prima o poi cia’ finisciu, za Marietta.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Tra noi non ci sono stati mai preliminari, andavo da lei e sparavo la domanda e lei, senza chiedermi il perché e il come, mi rispondeva e basta.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Schinaerizzu, za Marietta.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Un impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra rinsecchite. Posò lo sguardo sulle sue gambe e si passò le mani sulla gonna, come a volerla stirare o spolverare.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;C’era na vota un poviru cristu ca si chiamava Vastianu Rizzu......&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Rizzo Sebastiano. Un brav’uomo, benvoluto da tutti, gentile, squisito, grande lavoratore. Che in tutta la sua modesta e umile vita commise un solo errore, avere sposato una donna. Ma non una donna qualsiasi, bensì la &lt;i&gt;fitinzia&lt;/i&gt; di una donna. Una bella donna, questo si. Ma ‘ntricusa, parrittera, acida, arrogante, aggressiva, ingiustificatamente snob, antipatica, stupida, volgare e, quello che poi completava l’opera omnia, tappinara-puttana. Bastava che uno le mettesse gli occhi di sopra, automaticamente le si aprivano le gambe. Belli o brutti che fossero. Il farsi un uomo per lei era elemento di conquista, di trofeo, di vanto. E il bello era che lo facesse sfacciatamente. Gli riempì la casa di figli, quasi sicuramente non di quel povero uomo. Gli rinfacciava i pochi soldi che lui portava a casa. Lo umiliava anche di fronte agli altri.&lt;br&gt;Poi, un giorno, Vastianu Rizzo non tornò a casa al solito orario dopo il lavoro. Lo cercarono per le campagne. Lo cercarono nei paesi vicini. Cercarono il suo corpo tra le insenature del sua arido e roccioso appezzamento di terra. Nulla. Scomparso.&lt;br&gt;In paese, nelle putìe di vino, nelle chiacchierate tra comari si commiserava quell’uomo. &lt;i&gt;Ddu mischinu di Rizzu!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Col tempo passò la versione che lui non fosse morto o sparito da smemorato, ma che fosse volutamente scappato dal suo inferno familiare. E nessuno riuscì a incolparlo per questa scelta.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Ddu mischinu di Rizzu&lt;/i&gt;, quel meschino di Rizzo. A differenza del significato negativo che la parola &lt;i&gt;meschino&lt;/i&gt; assume nella lingua italiana, &lt;i&gt;mischinu&lt;/i&gt; in siciliano vuol dire poveretto, persona di cui avere compassione.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Ddu mischinu di Rizzu&lt;/i&gt;, col tempo e col passaparola, fu ruminato e compattato in un’unica parola, &lt;i&gt;schinaerizzu&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;La palla pazza smise di rimpallare. Fu tutto così chiaro. Talmente chiaro che fui quasi deluso, chissà perché, di avere risolto quel caso.&lt;br&gt;Salutai a za Maricchia. Mi baciò in faccia. Con una mano mi sfiorò la spalla. E, mentre ero girato andando via, sentii il suo sguardo su di me. Sentii tanta tenerezza accompagnarmi.&lt;br&gt;Chiamai l’archivista e gli diedi l’ordine di rimettere quella parolina nel suo stanzino.&lt;br&gt;Chissà quando ne uscirà fuori la prossima volta?
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                <title>BOSSI-FINI...... IBRAHIM-AZIZ</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Thu, 30 Dec 2004 11:20:22 +0100</pubDate>
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                    Ci sono personaggi che, per le loro idee, per i loro valori, per la loro chiaroveggenza, riescono a modificare il corso della Storia. E, grazie a loro, i libri di scuola dovranno essere riscritti. E, grazie a loro, l’Umanità è salvaguardata.&lt;br&gt;Due di questi sono, per nostra fortuna e per nostro orgoglio, i signori Bossi Umberto e Fini Gianfranco.&lt;br&gt;Quando quegli sporchi comunisti, pochissimi anni fa, governavano il nostro paese, i nostri due Eroi dichiaravano quanto segue.&lt;br&gt;&lt;i&gt;- I clandestini sono una piaga a cui mettere fine.&lt;br&gt;- Per noi l’immigrazione clandestina è la morte.&lt;br&gt;- Le espulsioni sono un toccasana perché fanno capire alla gente che facciamo sul serio. Una misura necessaria per fronteggiare l’emergenza e guarire una ferita purulenta, una piaga, inferta dai clandestini alle società europee.&lt;br&gt;- Visto che vogliono l’otto per mille, noi ai clandestini gli (sic!) diamo il mille per mille di calci in culo.&lt;br&gt;- Otto per mille? No, mille per mille di clandestini buttati fuori.&lt;br&gt;- Quando penso a quanti stupri e omicidi in meno ci saranno, perché non ci saranno più quelli che li commettono, allora penso che ne è valsa la pena.&lt;br&gt;- Il popolo leghista contro i clandestini: Ci mandano i delinquenti, bisogna buttarli a mare.&lt;br&gt;- Ma lei lo sa che ci sono paesi che svuotano le galere mandandoci qui i delinquenti? Bisognerebbe buttarli a mare.&lt;br&gt;- Il regime ulivista ha deciso di imporre ufficialmente la società multirazziale in Italia ed in Padania, creando il caos e facendo aumentare vertiginosamente il tasso di illegalità.La Legge Turco-Napolitano è una legge che è stata influenzata ed in gran parte scritta dai gruppi di pressione immigrazionisti della sinistra, che vogliono crearsi un enorme serbatoio di voti extracomunitari. Non sono certo mancati gli appoggi di una certa parte del mondo cattolico che, attraverso innumerevoli associazioni “caritatevoli”, hanno attinto a piene mani dai finanziamenti pubblici previsti per le attività di accoglienza e dicooperazione. Rimane sempre la legittima curiosità di conoscere quanta parte di quei soldi sia stata effettivamente finalizzata agli scopi prefissi.&lt;br&gt;- La nostra gente ha il sacrosanto diritto a mantenere e difendere le proprie identità etnico-culturale e religiosa e a non essere ridotta ad una minoranza residuale.&lt;br&gt;- Bisogna salvaguardare la nostra Cultura, le nostre Radici, la nostra Religione, la nostra Tradizione, la nostra Razza!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Per nostra fortuna, grazie al Grande Silvio, il regime comunista è stato sconfitto e i nostri due Eroi hanno scritto una Legge dello Stato che ha sistemato tutto. Meno male!&lt;br&gt;Poi, un mattina di un giorno vicino al Natale, entri nel solito bar, ordini una calda brioche e un cremoso cappuccino. Ti siedi a un tavolino e cominci a sbirciare un quotidiano poggiato lì sopra. Leggi svogliatamente le notizie. E gli occhi ti cadono su un articolo di cronaca. Smetti di masticare la brioche.&lt;br&gt;Ibrahim è un ragazzo curdo-turco di diciassette anni. Dopo una lunga malattia, cinque anni fa gli muore la madre. Il padre si risposa e la matrigna lo picchia. Il padre non lo difende, è indolente e vittima della nuova moglie. I fratelli lo lasciano solo. Ibrahim è oggetto di continui maltrattamenti e completamente indifeso e si affida all'unica persona che gli vuole ancora bene, lo zio paterno. Lo zio gli è affezionato e paga tantissimi soldi alla mafia turca per il viaggio che Ibrahim affronterà da solo, verso la libertà, lontano dalla matrigna che lo odia e non vuole prendersi cura di un portatore di handicap. Si, perchè Ibrahim è un disabile psichico.&lt;br&gt;Dopo un lungo e avventuroso viaggio, Ibrahim sbarca sulle coste siciliane. All’inizio è triste perchè è solo, ha perso tutti gli affetti, compreso quello dello zio che lo amava. Però è libero, lontano dalle angherie.&lt;br&gt;Nel centro di accoglienza della Caritas conosce Suor Giuseppina, donna generosa e battagliera, che lo adotta e lo aiuta a inserirsi.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Ci siamo accorti, attraverso l'interprete, che Ibrahim non era del tutto normale. Lui non diceva una parola. Ci sembrava strano questo ragazzo, ma non avevamo capito il suo dramma, dato che non parlava. Però sorrideva sempre a tutti, a chiunque.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Per capire la sua storia un giorno si avvalgono, come interprete, di Aziz.&lt;br&gt;Anche Aziz è giovanissimo, ha ventuno anni, è curdo, è istruttore di arti marziali. Anche Aziz è venuto in Italia a cercare una vita migliore, la libertà.&lt;br&gt;Aziz ha eletto a fratello Ibrahim. Lo ospita a casa sua. Gli da’ da mangiare.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Mi sento responsabile per Ibrahim. Sono tornato in Sicilia per rinnovare il permesso di soggiorno. Vorrei rimanere qui, se riesco a trovare lavoro in qualche palestra come istruttore per la disciplina di arte marziale che io svolgo. Altrimenti, torneremo tutti a Milano. Certo mi porterò anche Ibrahim.&lt;/i&gt; &lt;br&gt;Aziz non è solo. Con lui sono venuti dei cugini. &lt;br&gt;-&lt;i&gt; Per noi curdi è normale prendersi cura gli uni degli altri. Ibrahim è malato, è solo, chi può avere cura di lui?.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Aziz, a ventuno anni, si ritrova padre e fratello di un ragazzo diciassettenne.&lt;br&gt;Per Natale saranno tutti insieme, non avranno un gran cenone, stapperanno qualche bottiglia di birra e forse faranno una telefonata ai parenti rimasti in Turchia. Ibrahim telefonerà allo zio.&lt;br&gt;Aziz, l'unico che ha più soldi di tutti gli altri, pagherà la cena per tutti. &lt;br&gt;Aziz ha chiesto ad Ibrahim quale regalo di Natale desidera.&lt;br&gt;- &lt;i&gt;Voglio un lavoro, un posto da vivere e la libertà.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Chiudi il quotidiano. Non riesci più a inghiottire la brioche. E pensi.&lt;br&gt;Pensi che, grazie ai nostri due Eroi italiani, questi stranieri non contamineranno la nostra Razza. La nostra Razza... di COGLIONI!
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                <title>UNA CASA</title>
                <link>http://alain90.myblog.it/archive/2004/12/21/una-casa.html</link>
                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Tue, 21 Dec 2004 16:36:58 +0100</pubDate>
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                    Eccomi a cominciare un nuovo lavoro. A inventare.&lt;br&gt;Mi siedo davanti al computer. Apro il programma di grafica.&lt;br&gt;Un foglio di bit da riempire con segni che rappresentino una cosa che non esiste ma che sarà.&lt;br&gt;Una casa, una nuova casa.&lt;br&gt;Ho davanti a me gli appunti presi durante il colloquio con i clienti. Come vorrebbero il loro nido, il piccolo ma grande mondo in cui vivranno per tutta la loro vita.&lt;br&gt;Sogni da materializzare. In fondo anche io sono un mago. Un alchimista. Da elementi poveri e comuni concepire una cosa preziosa.&lt;br&gt;Leggo il primo appunto. &lt;i&gt;Guardare tutte le puntate di..... soap opera!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Ma che ho scritto?&lt;br&gt;Ah, ricordo.&lt;br&gt;&lt;i&gt;- Ingegnere, ha presente la scala della villa di Beautiful nel soggiorno dei Forrester?&lt;br&gt;- Ha presente l’ingresso della casa del proprietario dell’ipermercato di Centovetrine?&lt;br&gt;- Ha presente la cucina della residenza Visconti che Pier Francesco Moretti di Vivere ha comprato e restaurato da poco?&lt;br&gt;- Ha presente la piscina della villa di Un posto al sole?&lt;br&gt;- Ehm... veramente guardo la tv solo la sera, signora. Non guardo le telenovelas.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;La signora mi guarda tra il sorpreso e lo schifato. Come se avessi bestemmiato.&lt;br&gt;&lt;i&gt;- Telenovelas? Ma no, sono soap opera.&lt;br&gt;- Ah, opere per saponette.&lt;br&gt;- Saponette? Ma che dice?&lt;br&gt;- Nulla nulla, mi scusi. Dicevamo?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Non ho preso l’appunto dello sguardo del marito. Ma ricordo alcuni ammiccamenti che mi lanciava di nascosto della moglie. Come dire: &lt;i&gt;la faccia contenta, per favore!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;- Mi raccomando, ingegnere, voglio che la mia sia una casa ammirata e invidiata da tutti.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Pensavo. Ma è la casa in cui vivranno o il simbolo delle loro ricchezze?&lt;br&gt;E ora sto qui a provare, cancellare, riprovare, ricancellare.&lt;br&gt;Una sigaretta dietro l’altra.&lt;br&gt;Non riesco a farmi coinvolgere. Creare, anche su ordinazione, è una cosa che deve piacermi, affascinarmi, coinvolgermi. E invece.....&lt;br&gt;Ecco cosa mi mancava. Un po’ di musica. Clic.&lt;br&gt;Una voce roca e da negro riempie di melodia lo studio. Una coltre di tenerezza mi copre. Parole semplici, versi profondamente banali entrano nei pori della mia pelle e corrono verso il cuore.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Vedo alberi verdi, anche rose rosse &lt;br&gt;Le vedo sbocciare per me e per te &lt;br&gt;E fra me e me penso, che mondo meraviglioso&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;La mente corre indietro verso una vita passata, un’altra vita.&lt;br&gt;Rivedo me stesso seduto davanti a un tavolo coperto da un’incerata con disegni floreali. Un vaso con dei fiori di plastica al centro. Un tavolo che serviva per mangiarvici, per studiarvici, per stirarvici, per cucirvici, per giocarvici, per farvici i conti delle spese mensili, sempre troppe rispetto al magro bilancio familiare.&lt;br&gt;I libri aperti, un quaderno a righe. Scrivo con la testa inclinata verso la mia spalla sinistra, le labbra strette che lasciano uscire la punta della lingua, lo sguardo corrucciato e impegnatissimo.&lt;br&gt;All’altro capo del tavolo vedo mia madre, seduta su una sedia impagliata. Le spalle coperte da uno scialle di lana da lei ricamato. China su delle stoffe e intenta a tagliare, cucire, rattoppare. Le lenti spesse e pesanti dovute al mio parto doloroso. Vestita semplicemente con una leggera vestaglia da casalinga sopra gli abiti. Vestiti da lei cuciti, così come i miei.&lt;br&gt;Dalle labbra serrate su un filo di cotone esce, mormorata, una canzoncina... &lt;i&gt;non ti fidar di un bacio a mezzanotte..... non ti fidar di stelle galeotte.... mezzanotte per amar, mezzanotte per sognar, fantasticar.....&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Entrambi lavoriamo alla luce fioca di una lampadina che pende dalla trave di legno del tetto. Ricordo ancora quel filo coperto da una carta velina color pastello, legata a tratti come si legano i salsicciotti.&lt;br&gt;Un pavimento sgangherato in cotto rosso, sempre polveroso nonostante il continuo lavarlo.&lt;br&gt;Pareti intonacate sconnessamente, dipinte con un latte di malta color azzurrino. Rigonfie e sgretolate alla base per l’umidità.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Vedo cieli blu e nuvole bianche &lt;br&gt;Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura &lt;br&gt;E fra me e me penso, che mondo meraviglioso &lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Vedo chiaramente l’alito che esce dalle nostre bocche trasformandosi in leggere, impalpabili folate di nebbia. La casa fredda e umida. Alzando gli occhi vedo il tetto dal basso. Qualche trave, qualche travetto in legno e poi direttamente le tegole.&lt;br&gt;Ho ancora dentro le orecchie il raschiare di zampette su quelle tegole durante le ore notturne.&lt;br&gt;Un’unica stanza dentro cui passavamo quasi tutte le nostre giornate a casa.&lt;br&gt;In un angolo, diviso dal resto della stanza da un muretto alto un paio di metri e da una tendina a righe, il bagno. Il bagno, insomma, giusto per inserirvi una pilozza e un vaso. Null’altro.&lt;br&gt;Alle spalle un’altra stanza. Non areata e non illuminata da alcuna finestra.&lt;br&gt;La stanza da letto in cui dormivamo noi tutti. I miei genitori, io e mio fratello. Quei letti sui quali nemmeno quattro coperte ci difendevano dal freddo.&lt;br&gt;Un’abitazione freddissima in inverno e caldissima in estate.&lt;br&gt;Un intreccio di odori. Qualcosa che bolle in pentola. La varechina entro cui galleggiavano dei panni. Il fumo di un braciere posato sotto il tavolo.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo &lt;br&gt;Sono anche nelle facce della gente che passa &lt;br&gt;Vedo amici stringersi la mano, chiedendo &quot;come va?&quot; &lt;br&gt;Stanno davvero dicendo &quot;Ti amo&quot; &lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Vedo me stesso finire i compiti, sistemare libri e quaderni. Fermare lo sguardo solo un attimo su mia madre.&lt;br&gt;&lt;i&gt;- Mamma, ho deciso. So cosa voglio fare da grande.&lt;br&gt;- Ah si? E dimmi cosa.&lt;br&gt;- Farò l’ingegnere. Disegnerò case.&lt;br&gt;- Bello! E come mai?&lt;br&gt;- Perché voglio per te una casa bellissima, soleggiata, tiepida in inverno e fresca in estate. Dove ci sarà una vasca da bagno entro la quale potremo stare per ore a scaldarci nell’acqua bollente. Acqua calda che esce dai rubinetti. Dove io e Domenico avremo la nostra stanzetta. Dove tu avrai una cameretta in cui stirare, cucire e, se ti va, leggere un libro da sola. Dove avremo un bel divano dal quale guarderemo tutti insieme la televisione. E dove avremo la televisione.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Vedo mia madre guardarmi con un sorriso colmo di amorevolezza, gli occhi lucidi e dirmi:&lt;br&gt;&lt;i&gt;- E allora sarai ingegnere e io ti aiuterò.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Vedo mia madre alzarsi e venirmi incontro.&lt;br&gt;Vedo mia madre abbassarsi su di me.&lt;br&gt;Vedo mia madre darmi un bacio sulla fronte.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Sento bambini che piangono, li vedo crescere &lt;br&gt;Impareranno molto più di quanto io saprò mai &lt;br&gt;E fra me e me penso, che mondo meraviglioso &lt;br&gt;Sì, fra me e me penso, che mondo meraviglioso&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Ebbene si. Cancello tutto. Ricominciamo daccapo.&lt;br&gt;&lt;br&gt;- Una cucina-pranzo, spaziosa e funzionale. Pareti in giallo che sostiene le funzioni epatiche o in arancio che stimola l'appetito. Divani morbidi ma non importanti, sui quali cadere su dolci pennichelle. Dai quali guardare la televisione mentre i ragazzini romperanno piacevolmente con i loro giochi chiassosi. Sui quali, mentre i figli dormono, loro due faranno l’amore. Un grande tavolo, sul quale qualche amico brillo, nelle divertenti feste di gruppo, salirà a danzare un tip-tap alla Fred Astaire.&lt;br&gt;- Uno studio con alcune pareti piene di libri, fino al soffitto. Mobili in legno intarsiato, color noce, colore caldo. Un camino, sempre acceso in inverno. Pavimenti coperti da morbidi tappeti. Muri con parati gialli e decori in verde o in turchese. Una poltrona comoda, illuminata da un’elegante abat jour, sulla quale lui trascorrerà le giornate tediose a sorridere dell’italiano sgangherato di Catarella, a perdersi nelle stupende e squisite ricette di Pepe Carvalho, a intristirsi delle miserevoli condizioni di Jean Vanjan.&lt;br&gt;- Una veranda, stracolma di hybiscus, gerani, bouganvillea, gelsomini, davanti la casa. Dalla quale riempire lo sguardo, seduti su un divano in vimini imbottito da cuscini, di un giardino pensile arricchito di fiori colorati e profumati, di un panorama ricco di verdi agrumeti e di un orizzonte pennellato dell’arancione di un’alba. Nella quale gustarsi un the freddo e il refrigerio in quelle serate d’estate a osservare le stelle dei paesini posti ai piedi dell’Etna. Posando gli sguardi sul bambino che dorme nella culletta coperta da un velo al riparo delle zanzare.&lt;br&gt;- La loro stanza da letto.... la camera dei bambini.... il bagno......&lt;br&gt;&lt;br&gt;Beh, ora forse va meglio. Mi fermo qui, domani riprendo.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Perché dovrei tradire quel bambino che sognava una casa per la sua mamma?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
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                <title>CORNUTO</title>
                <link>http://alain90.myblog.it/archive/2004/11/02/cornuto.html</link>
                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Tue, 02 Nov 2004 10:18:56 +0100</pubDate>
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                    Che vacca!!!!&lt;br&gt;Che motivo aveva? Non le ho fatto mai mancare nulla, sesso compreso.&lt;br&gt;Ho sempre lavorato, a volte anche di notte, per farle condurre una vita tranquilla e senza patimenti alcuni. Aveva tutto il cibo che voleva. I nostri figli sono sempre stati così manzi.&lt;br&gt;Beh, se è per questo, hanno preso da lei. Così calma, posata. Senza grilli per la testa. E, appunto per questa sua mansuetudine, l’ultima cosa che avrei immaginato era vederla in quella scena. A fare l’amore con un altro.&lt;br&gt;Si, è vero che io non sono mai stato un santo nei confronti dell’altro sesso.&lt;br&gt;Ma, cazzo, io sono un maschio!&lt;br&gt;Ho avuto tante femmine in vita mia. E sono convinto di averle soddisfatte tutte. Ma per me non era un gioco, un divertimento. A volte ero quasi costretto. Ne andava del mio onore. Maschio da monta.&lt;br&gt;E poi a vedere quei culi! Ahhhh...&lt;br&gt;Sono convintissimo che il creatore le ha fatte con quel gran didietro appunto per far godere noi maschi. E io, a vedermeli lì davanti, mentre loro lavoravano o mangiavano o passeggiavano... impazzivo. Era più forte di me. Un saltello e... via! E nessuna di loro mi resisteva. Si fermavano, drizzavano le orecchie, mi facevano spazio e, come a dirmi, accomodati... fai pure. Alcune continuavano le loro cose come se nulla fosse. Altre mugugnavano. Per piacere, pensavo.&lt;br&gt;E poi, non per vantarmi, io sono ben dotato! E, visto che il Creatore, mi ha dato questa virtù, perché non ringraziarlo come dovuto?&lt;br&gt;Ma lei no, non doveva. Lei è femmina. Lei non doveva tradirmi. Vacca!&lt;br&gt;Si, una gran sporca vacca!!!&lt;br&gt;Non me lo meritavo.&lt;br&gt;Tornavo a casa tranquillo, felice di avere trascorso un’altra giornata rispettando i miei impegni. Per strada avevo raccolto per lei un mazzo di fiori di campo. Belli, colorati, profumati. Mi godevo già l’immagine dei figli che mi facevano festa nel vedermi, lei che mi correva incontro e mi abbracciava e baciava. Il suo sorriso, i suoi occhioni paciosi.&lt;br&gt;La vacca!&lt;br&gt;Ho fatto di tutto per non fare rumore, per non avvertirli del mio arrivo.&lt;br&gt;Uno strano silenzio. Nessuna voce dei figli che giocavano o che litigavano, come di consueto.&lt;br&gt;Spinsi leggermente la porta. Mugugni? Sospiri? Gemiti?&lt;br&gt;Spalancai la porta e li vidi.&lt;br&gt;Lei girata di spalle. Lui che le era zompato di sopra. Il suo sesso - cazzo! più grosso del mio! - che entrava e usciva.... entrava e usciva... entrava e usciva... E lei che mugugnava, sospirava, gemeva.&lt;br&gt;Mi caddero a terra i fiori. Rimasi immobilizzato... di ghiaccio.&lt;br&gt;Non era possibile! La mia Camillina!&lt;br&gt;Vacca! Ecco cosa è! Una gran vacca!&lt;br&gt;Poi, poco a poco, il sangue, che sembrava coagulato, cominciò a ricircolare nelle mie vene. Ma tutto in una sola direzione. Verso la mia testa. Il bianco degli occhi cominciò a colorarsi di rosso. Sbuffai.&lt;br&gt;Li ammazzo, pensai, li ammazzo.&lt;br&gt;Sono due animali e come animali devono morire!&lt;br&gt;Stavo per partire verso di loro con tutta la furia che usciva dalle mie viscere, quando il sangue, all’improvviso, cominciò a defluire dalla mia testa. Cominciai a pensare ai miei figli. A cosa sarebbe stata la loro vita senza madre nè padre. Si, senza padre, perché anche la mia vita sarebbe finita in quel momento.&lt;br&gt;Tornai sui miei passi, uscii di casa e vagai per la campagna senza meta, senza alcuna direzione.&lt;br&gt;Mi frullavano tanti pensieri per la testa. Tanti ricordi. Io l’avevo amata, sempre. Ma ora lei..... che vacca!&lt;br&gt;Senza sapere come, mi ritrovai nella piazza principale del paese. Era sera. Era freddo. Tutto deserto.&lt;br&gt;Vidi le sole vetrine illuminate. Quelle di un bar o ristorante. Dai vetri appannati non individuai chi ci fosse dentro.&lt;br&gt;Ecco, pensai, intanto annego il mio dolore nell’alcool.&lt;br&gt;Spinsi la porta con furia. L’anta sbattè violentemente e i vetri andarono in frantumi.&lt;br&gt;Sarà stata quella violenza, saranno stati i miei occhi pieni di furia rabbiosa, sarà stato il mio sguardo da residente degli inferi, fatto sta che tutti i commensali si alzarono impauriti e scapparono in un fuggi fuggi generale. Tra le grida delle signore impellicciate e la tosse degli uomini ai quali era rimasto il boccone in gola.&lt;br&gt;Tutti quei tavoli per terra, le tovaglie rosse cadute, la tappezzeria porpora.... mi fecero ulteriormente imbufalire. Cominciai a spaccare tutto...&lt;br&gt;Poi ricordo solo che entrarono degli uomini in divisa coi fucili in mano. Presero la mira e mi spararono.&lt;br&gt;La furia si bloccò, le gambe non ce la fecero più a reggermi in piedi, le pareti e il soffitto del ristorante cominciarono a girarmi attorno, la vista cominciò ad annebbiarsi e, mentre cominciavo a perdere conoscenza, mi rimase un’ultima scena davanti agli occhi.&lt;br&gt;Lei che godeva ingroppata da un altro maschio. La vacca!!!&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;da La Repubblica del 26 ottobre 2004&lt;br&gt;&lt;b&gt;UN TORO IRROMPE AL RISTORANTE&lt;/b&gt;&lt;br&gt;L'animale ha sfondato a testate la porta del locale&lt;br&gt;Poi ha caricato. I clienti si sono rifugiati al secondo piano&lt;br&gt;Dopo due ore l'animale è stato narcotizzato&lt;br&gt;Il fatto è avvenuto a SAN VITTORE DEL LAZIO (Frosinone)&lt;br&gt;&lt;br&gt;- Stavano cenando al ristorante, ieri sera, e tra una portata e l'altra mettevano a punto lo statuto di un'associazione di avvocati in via di costituzione quando, all'improvviso, hanno visto un toro che incornava la porta d'ingresso. Sono bastate un paio di testate dell'animale imbufalito per spalancarla. Il toro è quindi entrato nella sala de &quot;La divina&quot; (questo il nome del locale) ed ha iniziato ad annusare tutte le portate che si trovavano sui tavoli. Poi, forse disturbato dal fuggi fuggi generale, ha cominciato a caricare sedie, divani e quant'altro capitava al suo passaggio. I quindici avventori ed i proprietari del ristorante, situato ai confini con il comune di Mignano Montelungo, in provincia di Caserta, hanno trovato rifugio ai piani superiori ed hanno così potuto chiedere aiuto ai carabinieri ed al 118.&lt;br&gt;Alcuni clienti, infatti, si sono sentiti male, qualche altro nella fuga ha riportato contusioni. Dopo due ore di lavoro dei vigili del fuoco e di un veterinario dell'Asl, l'animale è stato addormentato e riconsegnato al proprietario, un allevatore che vive poco lontano dal ristorante ed al quale il toro era sfuggito.&lt;/i&gt;
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                <title>MONDI SCONOSCIUTI</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Mon, 11 Oct 2004 20:51:10 +0200</pubDate>
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                    I numeretti del display della sveglia sono l’unica sorgente di luminosità della stanza. Luce blu.&lt;br&gt;Sono riuscito a mantenere il respiro calmo e ritmicamente regolare.&lt;br&gt;Non sento più nessuno che si agiti sui letti.&lt;br&gt;Ormai sarà circa un’ora che sto così. Sveglio a far finta di dormire.&lt;br&gt;Nell’attesa che tutti prendessero sonno.&lt;br&gt;Sposto il lenzuolo da sopra di me e scendo dal letto con delicatezza, muovendomi con la stessa leggerezza di un Arsenio Lupin.&lt;br&gt;Azz... lo schiocco delle ossa dei piedi che toccano terra mi sembra un tuono. Mi fermo così a mezz’aria. Ascolto. Nessuno ha sentito. Continuo.&lt;br&gt;Cammino furtivamente a piedi nudi lungo il corridoio. Do’ una sbirciata nelle stanze dei bambini. Dormono tranquilli tra innocui e innocenti russare.&lt;br&gt;Mi sposto nel buio ma riconosco gli spazi, con le mani davanti a me, come un cieco, tocco le pareti ai miei lati, tocco la porta della cucina, la chiudo dietro di me. Ecco, ora posso accendere la luce.&lt;br&gt;Avevo lasciato i vestiti qui. Era tutto preordinato.&lt;br&gt;Metto sul fuoco la caffettiera da sei tazze. La notte sarà lunga. Mi vesto e mi metto sulle spalle una felpa. E’ ancora estate, ma l’aria fresca della notte potrebbe farmi qualche bella sorpresa.&lt;br&gt;Scarpe di tela con suole in gomma, per attutire i passi.&lt;br&gt;Metto tutto dentro una sacca di plastica. Il thermos, le sigarette, un panino imbottito, due pesche, una bottiglia d’acqua.&lt;br&gt;Chiudo la porta di casa. Non accendo la luce, mi bastano i riflessi dei lampioni della strada. E salgo di sopra. Su in terrazza.&lt;br&gt;Notte bellissima, aria limpida, resa tersa da un leggero venticello che proviene dal mare. Guardo in su. Un lenzuolo nero puntinato da miliardi di lucine. Chissà perché mi ricorda quelle carte stampate con le quali si addobbano i presepi a mo’ di finto cielo.&lt;br&gt;E’ la notte che desideravo. Compreso il miagolio e il piagnisteo dei gatti di strada.&lt;br&gt;Prima di sedermi mi appoggio al corrimano della ringhiera e osservo il paesaggio notturno lontano. L’Etna con la sua cucchiaiata di salsa arancione in cima. Il manto stellato di Catania e dei paesini che la circondano mi appare come un cielo all’incontrario.&lt;br&gt;Tutte quelle lanternine, viste la lontano, mi sono sempre piaciute. Mi hanno sempre trasmesso un senso di pace e di vita. Sin da bambino, vivendo in un paese collinare che si affaccia sulla piana di Catania, la vista di quelle stelline, alla rinfusa (stradine intrecciate) e seriali (ampie strade e viali), mi ha fatto provare sensazioni oggi indescrivibili. E’ anche vero che le feste di paese, patronali o pasquali o natalizie, erano e sono sempre sovrastate da quegli archi luminosi, con incastonate quelle lampadine colorate e a intermittenza, che vengono collocati lungo le vie principali del paese. Ed è anche vero che l’albero di natale e il presepe vengono addobbati con quelle microlucine. Sarà per questo che la vista di tutti quei paesini con stelline notturne mi ha sempre trasmesso una sensazione di vitalità e di festa. La presenza di gente che vive lontano da me, ma come me.&lt;br&gt;Ora mi giro e me lo vedo davanti, a pochi metri. Coperta dal telo, la sua sagoma mi appare come quella di un guardiano delle tenebre.&lt;br&gt;Mi avvicino, sposto il telo. Un telescopio su un treppiedi. Già rivolto verso l’alto.&lt;br&gt;Mi siedo sullo sgabello, poggio il sacchetto per terra e, prima ancora di darmi da fare, mi riempio un bicchiere di plastica di caffè bollente. Lo assaporo con gusto e mi accendo una sigaretta. Inspiro qualche boccata.&lt;br&gt;Bene, ora sono pronto. Avvicino l’occhio al visore. Tengo chiuso l’altro.&lt;br&gt;Eccolo lì, dove lo avevo lasciato la sera prima. Giro la manopola dello zoom. La mia scoperta casuale. Ora vedo meglio.&lt;br&gt;E’ proprio come immaginavo. Un pianeta bellissimo. Colorato e luminoso. Acqua purissima di un azzurro intenso. Boschi verdissimi e ombrosi. Laghi, fiumi, cascate, ghiacciai, montagne, pianure.&lt;br&gt;Ma vedo Loro. Tanti esserini che si muovono, a un primo impatto, in maniera disordinata. Zummo di più. No, non è disordinata. Ognuno, ogni gruppo ha un suo modo razionale di muoversi. Corre, passeggia, lavora, riposa, crea, inventa, costruisce, danza.&lt;br&gt;Una cosa fantastica. Si sono organizzati vivendo insieme. Hanno costruito case, strade, ponti, dighe. Hanno costruito mezzi di trasporto. Anche oggetti volanti.&lt;br&gt;Tolgo gli occhi dal telescopio. Mi verso un altro caffè. Sorrido. Sorprendente come abbiano avuto tanta capacità! Solo con intelligenza e intraprendenza si può costruire tutto ciò. Meraviglioso!&lt;br&gt;Un bel sorso d’acqua. Mi è venuta pure fame. Un bel panino.&lt;br&gt;Mi rimetto in posizione e osservo meglio.&lt;br&gt;Ehi, ma che succede? Ora vedo ancora meglio. Vedo altre cose.&lt;br&gt;Pochissimi di essi hanno ricchezze che basterebbero per vivere agiatamente migliaia di anni. Moltissimi di essi sono poverissimi. Quasi affamati. Vivono di stenti.&lt;br&gt;E stranamente quegli esserini ricchi vogliono esserlo ancora di più. Perché tanta avidità? E se, per raggiungere quello scopo, affamano ancora di più quei miserabili, se ne fottono.&lt;br&gt;E’ assurdo! Eppure la ricchezza che producono tutti insieme sarebbe più che sufficiente per vivere bene su quel pianeta meraviglioso.&lt;br&gt;Hanno diviso il loro mondo in spazi con confini immaginari, si sono inventati dei vessilli colorati e hanno creato la Patria. E chi vive in quello spazio con confini invisibili, anche se il più stronzo è imparagonabile a uno che vive fuori da quei confini, lo hanno chiamato Fratello, Compatriota.&lt;br&gt;Hanno seminato odio verso chi è da loro diverso. Per il colore della pelle, per il Dio in cui credono, per il luogo in cui sono nati o vivono.&lt;br&gt;Si sparano, si uccidono. A volte stermini di intere popolazioni. Sono riusciti, con la loro straordinaria intelligenza, pure a creare armi talmente potenti che possono distruggere, in pochi secondi, milioni di loro simili.&lt;br&gt;Sono sconvolto. Mi allontano dal telescopio come se qualcosa infiammasse i miei occhi.&lt;br&gt;Non mi capacito ad accettare una simile contraddizione. Tanta bellezza, tanta intelligenza, tanta capacità per poi essere sopraffatti da egoismo, avidità, ipocrisia, arroganza. Eppure basterebbe così poco!&lt;br&gt;Raccolgo tutto. Le prime luci dell’alba cominciano a schiarire la notte.Mi sento un buco sullo stomaco. &lt;br&gt;Scendo a casa. Mi spoglio al buio. Mi stendo sul letto.&lt;br&gt;Inspiro profondamente, mi giro di fianco e mi tranquillizzo un po’ pensando:&lt;br&gt;“&lt;i&gt;Meno male che vivo sulla Terra!&lt;/i&gt;”.
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                <title>PRIMO GIORNO DI LICEO</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Mon, 20 Sep 2004 09:21:11 +0200</pubDate>
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                    giovedì, 16 settembre 2004&lt;br&gt;&lt;br&gt;Ho appena lasciato Alain nella sua nuova scuola. E’ il suo primo giorno di liceo. Lo stesso liceo che frequentavo io. Quasi trentanni dopo.&lt;br&gt;Ho voluto accompagnarlo io in auto, anche se è a pochi minuti da casa.&lt;br&gt;Me lo sono visto spuntare tutto azzimato, vestiti nuovi, capelli pieni di gel. Con quel suo ciuffetto tirato all’indietro che gli rende più aperto il volto, più luminoso lo sguardo.&lt;br&gt;Si è seduto e mi ha detto: &lt;i&gt;Ho paura, papà!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Ho sorriso e l’ho sfottuto un po’ per sdrammatizzare.&lt;br&gt;Arrivati davanti alla scuola, mi ha mormorato una cosa in cui speravo ma che non avevo chiesto, perché mi preoccupava la possibilità di toccargli l’orgoglio di giovane ometto.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Papà, puoi scendere? Mi puoi accompagnare fino a lì dentro?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Siamo entrati dentro il cortile della scuola. Mi sono girato intorno con lo sguardo.&lt;br&gt;Quanti fantasmi!&lt;br&gt;Eccomi lì a giocare a calcio, con i libri buttati da parte, durante la ricreazione.&lt;br&gt;Ecco lì Gina che, mentre ero fuori a fare colazione, entrava nella mia classe e mi lasciava messaggi d’amore sul diario.&lt;br&gt;Ecco lì Pippo, nascosto nei bagni a masturbarsi con le donne nude che io disegnavo sugli ultimi fogli dei miei quaderni.&lt;br&gt;Ecco lì Gianna, la più bona della scuola, che cagava tutti meno che me. Ma che tanti anni dopo seppi mi desiderava. Che scemi! Che occasione persa!&lt;br&gt;Ecco lì la professoressa di italiano, che mi fece amare Prevert e che mi rese indifferente Manzoni.&lt;br&gt;Ecco lì il professor Insanguine, novello laureato, che mi insegnò tutto dei limiti, degli integrali, della trigonometria. Dandomi sempre ottimi voti.&lt;br&gt;Ecco lì Mimmo, sempre a comiziare durante gli scioperi inventati. Con i suoi occhiali pesanti da intellettuale pargoletto.&lt;br&gt;Siamo entrati. I bidelli a salutarmi. Poi si sono avvicinati alcuni professori. Miei compagni di liceo, ora docenti. Scappellotti leggeri ad Alain, come benvenuto.&lt;br&gt;Lui tutto rosso, tutto timido.&lt;br&gt;L’ho guardato negli occhi.&lt;br&gt;Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto la prima ragazzina che gli avrebbe sorriso. La prima ragazzina che lo avrebbe voluto bene. La prima ragazzina che lo avrebbe fatto piangere.&lt;br&gt;Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto l’enorme piacere della complicità degli amici. Le delusioni di alcune false amicizie. Le prime strimpellate con la chitarra. La paura di portare a casa un brutto voto. L’orgoglio di portare a casa un bel voto.&lt;br&gt;Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto le grandi passioni di Romeo e Giulietta. Ulisse e Circe, i Proci, il cavallo di Troia. Eurialo e Niso, la Grande Amicizia. La lettura dei grandi classici che gli rimarranno per sempre dentro.&lt;br&gt;Avrei voluto dirgli che tra quelle mura avrebbe conosciuto la gioia nel risolvere un’equazione. I grandi segreti della chimica con i suoi invisibili elementi. La magia dell’universo, con le sue fantastiche stelle.&lt;br&gt;Avrei voluto dirgli tante cose e, invece, ho poggiato la mano sul suo viso. Occhi ed espressione di un cucciolotto impaurito. L’ho tenuta lì delicatamente per un secondo. Gli ho sorriso e gli ho detto: &lt;i&gt;Ciao, bello!&lt;/i&gt;
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                <title>LA PRIMA VOLTA</title>
                <link>http://alain90.myblog.it/archive/2004/09/10/la-prima-volta.html</link>
                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
                                                <category>Sapere e Libri</category>
                                                <pubDate>Fri, 10 Sep 2004 09:36:32 +0200</pubDate>
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                    Cocente estate. Dopopranzo lento e sonnacchioso. Siesta sospirata ma rinviata. Silenzio tutto intorno, strade vuote. Climatizzatore acceso, unico conforto.&lt;br&gt;Come al solito, come sempre, sono solo in studio. Devo completare questo progetto di elipista e relativo hangar entro la fine di agosto. Lavoro ma non mi dispiace. Nessun cliente che rompe. Nessun rappresentante da evitare. E loro, la mia famiglia, in vacanza. Almeno ho la coscienza a posto. Per le mie scelte professionali, loro non sono costretti a rimanere a casa.&lt;br&gt;La mamma mi ha preparato un bel pranzetto. Mi fa sentire un principe, come ai bei tempi in cui, scapolo, vivevo ancora con lei.&lt;br&gt;Ho sentito al telefono poco fa Gae e Alain. Si divertono, sono contenti. E in più mi hanno pugnalato. &lt;i&gt;Ci manchi, papà!&lt;br&gt;&lt;/i&gt;Tenuta da turista. Bermuda cachi, polo Lacoste rossa, scarpe da tennis in tela bianchi. Mi prendo in giro immaginandomi in vacanza. Eh caro vecchio Adriano, che cantavi &lt;i&gt;Azzurro&lt;/i&gt; fantasticando sul tuo giardino tra oleandri e baobab e leoni, come ti capisco!&lt;br&gt;Lo stereo acceso alle mie spalle vibra note musicali ormai ripetute e consumate. Ascolto questo cd da quindici giorni. Bello ma ormai troppo sentito. Fino alla nausea la seconda traccia. Addio Pinuccio. Il tuo compito taumaturgico di smemorizzarmi qualcosa o qualcuno sta per esaurirsi. Passo alla radio.&lt;br&gt;Col telecomando mi sposto lungo le sintonie dell’etere.&lt;br&gt;Giornale radio. Esodi in partenza, esodi in arrivo. Anche gli africani vanno in vacanza, sulle spiagge tropicali di Lampedusa. E poi si lamentano!&lt;br&gt;Il mio idolo gira per lo shopping center in bandana (o era un condom?). Ah quanti sacrifici deve fare questo sant’uomo per farci capire che va tutto così magnificamente bene!!&lt;br&gt;Cambio sintonia.&lt;br&gt;Di nuovo quello che è uscito fuori dal tunnel?? Ma fatti una salutare passeggiata sul lungomare, amico! Uffa!&lt;br&gt;Vorrei solo un po’ di musica distensiva, chiedo molto?&lt;br&gt;Cambio sintonia. Una voce nasale.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;C'è solo un fiore in quella stanza&lt;br&gt;e tu ti muovi con pazienza&lt;br&gt;la medicina è amara ma&lt;br&gt;tu già lo sai che la berrà.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Ueeeee, ciao Edoardo. Quanto tempo?&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Se non si arrende tu lo tenti&lt;br&gt;e sciogli il nodo dei tuoi fianchi&lt;br&gt;che quel vestito scopre già&lt;br&gt;chi coglie il fiore impazzirà.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Mi blocco. Cado in trance. Sul viso mi si modella un sorriso da tonto. Gli occhi vagano lontano nel tempo.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Farà per te qualunque cosa&lt;br&gt;e tu sorella madre e sposa&lt;br&gt;e tu regina o fata tu&lt;br&gt;non puoi pretendere di più.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;La mia &lt;i&gt;Fata&lt;/i&gt; ha fatto sparire lo screensaver della mia mente. Tante icone. La cerco. Eccola lì, appartata. Un’icona a forma di una FIAT 126 intitolata &lt;i&gt;La prima volta&lt;/i&gt;. Muovo il mouse, punto la 126 con la freccetta e ci clicco due volte. Swammmm... si apre un ricordo. Ennesimo flashback.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;E forse è per vendetta&lt;br&gt;e forse è per paura&lt;br&gt;o solo per pazzia&lt;br&gt;ma da sempre&lt;br&gt;tu sei quella che paga di più&lt;br&gt;se vuoi volare ti tirano giù&lt;br&gt;e se comincia la caccia alle streghe&lt;br&gt;la strega sei tu.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Mi ritrovo dentro una vecchia FIAT 126 beige. Quella di mamma. Era una delle prime volte che la guidavo da solo. Qualche marcia sgranava ma riuscivo a spostarmi. Non ne avevo mai avuto bisogno, tanto avevo gli amici automuniti e militesenti che mi trasportavano, ed ero ancora senza patente. Una strada buia fuori dalla periferia del paese. In piena campagna. Cielo terso e stellato. L’aria piacevole di un’estate consuetamente torrida di giorno e inconsuetamente fresca di sera. Al mio fianco Brunella, una bella ragazza. Anzi, una ragazza &lt;i&gt;bona&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;In auto era installata una radiolina dalla quale trasmettevano quel brano.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;E insegui sogni da bambina&lt;br&gt;e chiedi amore e sei sincera&lt;br&gt;non fai magie, né trucchi, ma&lt;br&gt;nessuno ormai ci crederà.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Non era una passeggiata normale. Stava per succedere qualcosa di ‘indimenticabile’. O almeno in quello speravo. Ci avevo lavorato su già da qualche settimana.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;C'è chi ti urla che sei bella&lt;br&gt;che sei una fata, sei una stella&lt;br&gt;poi ti fa schiava, però no&lt;br&gt;chiamarlo amore non si può.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Colpa di Giuseppe. O devo dire grazie a Giuseppe? Con la sua fissa di volermi fare conoscere ragazze, col compito -gravoso?- di farmi dimenticare di lei.&lt;br&gt;Tornavo dagli studi a Milano per le vacanze estive. Mi faceva trovare la tavola imbandita. Comitiva di amici con nuove conoscenze femminili. Scappate al mare, a Taormina, serate in giro per Catania.&lt;br&gt;Ma il suo forte era propinare a qualche ragazza l’arrivo di un suo amico che studiava al Politecnico. Bello, intelligente, simpatico, affascinante, romantico e tante altre cazzatelle del genere. Quasi come una stella cometa li conduceva a me. E il bello era che ci riusciva bene.&lt;br&gt;Nemmeno il tempo di venire a prendermi alla stazione, di salutare mia madre e mio fratello, posare le valigie e, con ancora quella puzza tipica dei treni italiani che ti rimane dentro le narici e sotto la pelle, si partiva al primo appuntamento. Riunione tra amici per organizzare la serata.&lt;br&gt;Quell’estate mi era stata presentata Brunella. Biondina, capelli corti, gran bel seno, sedere granitico, cosce sode, broncio monellesco, fronte accigliata, sguardo ammaliante, ancheggiamento invitante, diciottenne.&lt;br&gt;Mentre mi stringeva la mano, mi analizzava coi suoi occhi ladri. Mi prese le misure, mi valutò e dalla sua perizia tecnico-estimativa ne dovetti uscire con una buona votazione, visto che si mise al mio fianco per tutto il pomeriggio e, mentre il branco passeggiava, non mi lasciò più da solo. Non mi fece molte domande personali, ma parlava comunque con scioltezza del ..... nulla. E la cosa non mi dispiacque. Non avevo alcuna voglia di intavolare discorsi similseri.&lt;br&gt;Giuseppe, Franco, Santo e Pippo seguivano tutta la mia vicenda. Tutta la storia minuto per minuto! Ogni volta che uscivo con Brunella, era obbligatorio incontrarsi in piazza San Rocco, a qualunque ora riuscissi a liberarmi.&lt;br&gt;Erano gli ultimi scampoli di quella stagione della vita in cui ritenevamo più importante l’amicizia maschile rispetto all’amore per una donna. E ci confidavamo tutto. In particolare sui nostri amori o sulle nostre avventure sentimentali.&lt;br&gt;Il contratto non scritto tra loro e me prevedeva l’assoluta esposizione dei fatti a fine serata, comprese le pomiciate, i petting e gli strusciamenti.&lt;br&gt;Ma, anche se la ragazza era considerata una tra le più desiderate del paese, non erano lei e il suo corpo l’oggetto delle ‘morbose’ curiosità dei miei amici. Tutti loro degustavano il &lt;i&gt;GRANDE EVENTO&lt;/i&gt; che stava per avvenire: la mia prima volta!&lt;br&gt;Ebbene si, ero ancora verginello! Così come mamma mi fece, si diceva una volta.&lt;br&gt;Il mio lungo fidanzamento col &lt;i&gt;Grande Amore&lt;/i&gt; era trascorso all’insegna di un grande sentimento. Mi si era inculcata la curiosa convinzione che l’amore mischiato al sesso venisse trasformato in una cosa quasi ‘&lt;i&gt;sporca&lt;/i&gt;’.&lt;br&gt;L’unica forma di educazione sessuale veniva dal tamtam tra amici coetanei, tutti meno esperti di te. Un sesso malizioso. Proveniente perlopiù da letture a occhi sgranati di giornalini o fumetti porno.&lt;br&gt;E le letture classiche di allora ci spiegavano di amori eterei, immateriali, privi o quasi di contatti carnali. Sesso e amore, distinti e separati.&lt;br&gt;Anna Karenina, Madame Bovary, il protagonista de&lt;i&gt; L’educazione sentimentale&lt;/i&gt; di Flaubert -di cui ora non ricordo il nome- avevano si amanti, ma le effusioni amorose si limitavano a baci. Passionali, ma sempre baci.&lt;br&gt;Come diceva Francesca del suo Paolo:&lt;br&gt;&lt;i&gt;Noi leggiavamo un giorno per diletto&lt;br&gt;di Lancialotto come amor lo strinse&lt;br&gt;soli eravamo e senza alcun sospetto.&lt;br&gt;Per più fiate li occhi ci sospinse&lt;br&gt;quella lettura, e scolorocci il viso;&lt;br&gt;ma solo un punto fu quel che ci vinse.&lt;br&gt;Quando leggemmo il disiato riso&lt;br&gt;esser baciato da cotanto amante,&lt;br&gt;questi, che mai da me non fia diviso,&lt;br&gt;la bocca mi baciò tutto tremante.&lt;br&gt;Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:&lt;br&gt;quel giorno più non vi leggemmo avante.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;E noi a chiederci: non lessero più perché facevano ‘altro’ o rileggevano sempre lo stesso passo? Mah. Amletico dilemma.&lt;br&gt;Insomma, che vogliate crederci o no, non avevo mai fatto l’amore. E gli amici avevano scelto per me quell’&lt;i&gt;agnello sacrificale&lt;/i&gt;: Brunella. Una ragazza con già qualche esperienza, quindi smaliziata, non appiccicosamente affettuosa, disinvoltamente disponibile. Ma solo per chi le piacesse, chiaramente.&lt;br&gt;Qualche ora prima, seduti davanti a una granita, gli amici erano stati estremamente generosi nel dispensarmi consigli. O prese per il culo.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Allora, mi raccomando, il pisellino non deve solo entrare e poi finisce tutto lì. Devi muoverti, capito?&lt;br&gt;Ma ti è chiaro dove deve entrare?&lt;br&gt;Sentiteli gli scopatori della domenica! Ma andate a fare in culo, stalloni provinciali da quattro soldi!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;E giù grandi risate.&lt;br&gt;Parcheggiai alla fine di quella strada senza sbocco. Alla nostra destra una profonda cavità lungo la quale nella preistoria scorreva qualche fiume. Alla nostra sinistra un’alta parete rocciosa. Quando ci ripasso, dopo tanti anni, con la luce del giorno mi chiedo se fosse incoscienza l’andarsi a riparare lì sotto, visto il continuo rotolare di massi da quella scoscesità.&lt;br&gt;Sedili non reclinabili. Trasferimento su quelli posteriori.&lt;br&gt;Non impiegammo troppo tempo per arrivare ai baci, alla scoperta dei propri corpi giovani e sodi. Via i vestiti. Eccitazione al top. Uno di fianco all’altra.&lt;br&gt;Poi mi alzai per mettermi di fronte a lei. Le allargai le gambe. Una sua domanda stupida e inutile: che fai?&lt;i&gt; Lo sai cosa faccio, ora vedrai&lt;/i&gt;. Pensai dentro di me. Non oppose alcuna resistenza. Mi chiesi: &lt;i&gt;che minchia di domanda? Come se fosse la prima volta per lei!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Iniziai a entrare quando, all’improvviso, lei fece: &lt;i&gt;Ahi, fa male. Fai piano&lt;/i&gt;!&lt;br&gt;Fa male? Fai piano? Ma che dice? A parte che ho appena aperto l’uscio, e io non sono mai stato fornito di alcunché di eccezionale, ma non avrei dovuto trovare tutto, come dire?, &lt;i&gt;pronto&lt;/i&gt;?&lt;br&gt;La cosa si ripetè sempre più spesso a ogni tentativo, a ogni centimetro.&lt;br&gt;Oh cazzo, e io che credevo di avere la vita facile!!!&lt;br&gt;Ora non ricordo bene come finì, ma una cosa sembrava evidente. Mi fece capire con chiarezza di essere vergine o.... quasi.&lt;br&gt;Nemmeno il tempo di accompagnarla a casa che passai dalla piazza. I deficienti erano tutti lì presenti ad aspettarmi in ansia.&lt;br&gt;Allora? Come è andata? Cosa hai fatto? Ti è piaciuto? Ci sei riuscito? Come ti senti?&lt;br&gt;Aooooo... uno alla volta!&lt;br&gt;Raccontai i fatti e gli inaspettati... dolori.&lt;br&gt;Parlò solo Giuseppe.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Minchia&lt;/i&gt;, disse perplesso, &lt;i&gt;sono le stesse identiche cose che ha detto e fatto con gli altri. Mi sa che la signorina adotta, con regolare consuetudine, lo stesso cliché con tutti. Recitazione ripetuta e imparata a memoria.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Mi guardarono tutti in faccia. Visi seri e volti accigliati. Li guardai uno per uno. E, a un tratto e all’unisono, mi scoppiarono a ridere in faccia.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Ma andate a fare in culo, voi e lei pure&lt;/i&gt;!!! dissi. E scoppiai a ridere anche io.&lt;br&gt;Insomma, la mia prima volta...... preso per il culo!
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                <title>OTTANTANNI</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Mon, 02 Aug 2004 17:58:25 +0200</pubDate>
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                    ore 6,47. Il primo bagliore del giorno riesce a passare tra le barre della persiana. Una flebile luce che riesce a farmi illanguidire l’angoscia della notte.&lt;br&gt;Nella mia vita ho spesso trascorso notti in bianco. Mi organizzavo. Mangiavo qualcosa, prendevo un caffè, fumavo, leggevo un libro. Ma dentro di me avevo sempre un desiderio recondito di vedere quei primi chiarori dell’alba. Una vita che nasceva, un nuovo giorno da vivere intensamente. Mi dava sollievo. E me ne da’ ancora. Anche ora che sono vecchio.&lt;br&gt;E’ da più di un’ora che sto sdraiato sul letto con gli occhi aperti. So che ancora è presto. So che forse ancora devono svegliarsi. Chissà se si ricorderanno che oggi è il mio compleanno?&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 7,00. Spengo la sveglia. Mi ostino a metterla sempre a quest’ora anche se, da anni, mi sveglio molto prima. A volte mi chiedo se sono io a destarla.Vado in cucina a prepararmi un caffè. Metto la caffettiera sul fuoco e mi siedo a guardarla. Accendo una sigaretta. Billo, il mio bastardino, si siede ai miei piedi. Anche lui ormai scodinzola lentamente. Siamo invecchiati insieme.&lt;br&gt;Chi lo avrebbe mai detto che io, tanto allergico agli animali, abbia potuto condividere le mie giornate con un cane? Ma è stato lui a scegliermi.&lt;br&gt;Tornavo a casa, una sera, e mi si è affiancato con naturalezza, come se fossimo amici da sempre. Camminavamo insieme, l’uno di fianco all’altro. Mi guardava dal basso ogni tanto con i suoi occhioni color nocciola. &lt;i&gt;Che ne pensi se ti faccio compagnia? Tranquillo, non chiedo molto. Un po’ di cibo, una casa che mi difenda dal freddo e qualche carezza, se ti va, ogni tanto. Secondo me tu sei un uomo solo, molto solo.&lt;/i&gt; Non ci vidi nulla di bizzarro. Aprii il portone di casa e, tenendogli l’anta aperta, lo feci entrare.&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 7,35. Barba e doccia. Mi spoglio del pigiama. Rimango nudo. Mi guardo allo specchio. Vedo un corpo di un estraneo. Membra flaccide, peli bianchi, pelle chiazzata di macchie color marrone. I miei occhi scendono verso il pube. Un oggetto informe, molliccio, sfatto. Quel coso ha dato vita una volta, ha dato piacere. Poi divenne inutile. Distolgo lo sguardo, provo una certa pudicizia ancora a guardarlo.&lt;br&gt;E che fine hanno fatto i miei muscoli? Ho ancora impresso nella memoria il tempo in cui i miei figli si appendevano ai miei avambracci e li sollevavo come due fuscelli. E loro due ad andarne fieri.&lt;br&gt;Mentre mi rado osservo i miei occhi. Sono gli unici organi del corpo che sono rimasti invariati. Sono sempre gli stessi, dello stesso colore, della stessa vitalità. Magari ora sono occhi tristi, con poca luce. L’unico aspetto del tuo vivere che non riesci a nascondere.&lt;br&gt;A quest’ora saranno già alzati. Preparano la bimba per la scuola. Organizzano la loro giornata. Ancora non hanno chiamato.&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 9,15. Stacco il cellulare dal caricabatterie. Oggi rimarrà sempre acceso e me lo porterò dietro. Chissà? Uscendo lascio accesa la segreteria telefonica.&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 10,05. Esco di casa con Billo. Lo porto a una passeggiata. Faccio un po’ di spesa. Si proprio un po’. Mangio così poco!&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 11,27. La solita visita dal medico. Controllo di routine, lo chiama lui.Ancora non so spiegarmi, e nemmeno lui credo, come questo mio cuore, così debole, frantumato, spossato e malconcio possa reggere e mantenermi in vita.&lt;br&gt;Mentre sono seduto di fronte a lui, a torso nudo, e lo osservo misurarmi la pressione, mi scappa una sciocchezza:&lt;br&gt;&lt;i&gt;Dottore, mi pare che ormai la medicina abbia risolto molti problemi di salute con farmaci appropriati. Mi dica, cosa avete contro il male di vivere?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 15,58. Prendo carta e penna. E scrivo.&lt;br&gt;&lt;i&gt;Mio caro Manuel, vita della mia vita, figlio mio,&lt;br&gt;su questo foglio bianco ho deciso di scrivere quelle parole che non ti ho mai detto e che mai ti dirò.&lt;br&gt;Vorrei tanto chiederti perdono per tutto il male che ti ho arrecato, per tutto l’affetto che tu avresti voluto da me, da tuo padre, e che non ti ho più dato.&lt;br&gt;Solo la notte, mentre tu dormivi e borbottavi nel sonno, io venivo vicino a te, al buio, e posavo delicatamente la mia mano sui tuoi capelli. Avrei voluto svegliarti e abbracciarti e dirti quanto ti amavo, ma poi le lacrime mi riempivano gli occhi, le parole mi si ingorgavano in gola e fuggivo via.&lt;br&gt;Ma è stato tutto così improvviso, penoso, difficile, pesante, amaro, angoscioso, tormentato e, soprattutto, doloroso!&lt;br&gt;Eravamo una bella famiglia. Ero un professionista affermato, ricco. Tua mamma mi amava e io amavo lei. La amo ancora, se è per questo. Voi figli eravate la luce dei miei occhi. La sera, tornando a casa, mi facevate sentire un Dio. Voi due, tu e tua sorella, mi correvate incontro, mi abbracciavate come se non mi vedeste da mesi. La tua mamma mi accoglieva sempre con uno splendido sorriso - la parte di lei che ho sempre amato - mi aiutava a togliermi il soprabito, mi chiedeva come stavo, mi chiedeva come era andato il mio lavoro, mi baciava.&lt;br&gt;E poi venne quel giorno. Un giorno che mi perseguita da anni, da un’eternità.&lt;br&gt;Ero in ufficio, me la godevo per un altro successo di lavoro. In quel momento pensavo a quanto fosse bella la mia vita. Mi chiedevo il perché di tanta fortuna, di tanta felicità. Venne un mio collega col viso troppo serio, troppo scuro. Mi chiamò in disparte dal resto della riunione.&lt;br&gt;Fu una brutta sensazione. Il cuore mi si bloccò. Sentii nell’aria una gelida paura avvinghiarmi.&lt;br&gt;Mi disse che Dolores, tua sorella, era in ospedale. Aveva avuto un incidente col motorino. E non volle dirmi come stava.&lt;br&gt;Quel motorino del cazzo che tante liti aveva suscitato in famiglia. La tua mamma non voleva. E io, con la mia solita indolenza e con la mia solita e imbecille voglia di accomodare tutto, acconsentii all’acquisto. Dicevo a tua madre che avevo educato i miei figli a sapersi comportare sia nella vita che sulla strada.&lt;br&gt;Sapessi quante volte mi sono maledetto per quella stupida infingardaggine!&lt;br&gt;All’inizio provai solo un capogiro. Mi portarono un po’ d’acqua. Mi ripresi e volli che mi accompagnassero.&lt;br&gt;Per strada pensai a mille cose. Alla vostra appena fresca infanzia, ai giochi che facevo con voi. Pregai un Dio del quale non avevo mai avuto alcuna fede.&lt;br&gt;Arrivato davanti alla sala operatoria, vidi il chirurgo uscire dalla porta. Si toglieva i guanti di lattice e muoveva la testa, da un lato all’altro, come dire: non c’è nulla da fare.&lt;br&gt;Tutti mi guardarono e poi sfuggirono al mio sguardo.&lt;br&gt;Nessuno mai potrà capire il dolore, la sofferenza, la pena, lo strazio che può provare un padre a sapere della morte della propria figlia.&lt;br&gt;Mi mancò l’ossigeno, volevo gridare ma non riuscivo, la mia vita finiva in quel momento, tra quelle mura.&lt;br&gt;Oddio, la mia bambina, la mia bambina, la mia bambina!!!!&lt;br&gt;I miei occhi si annebbiarono, mi girò la testa, avvertii solo una fitta alla spalla. E caddi per terra. Il mio primo infarto.&lt;br&gt;Mi svegliai dopo molti giorni. In una camera di ospedale. Intontito mi guardai intorno. Era una bella giornata di primavera. Il sole illuminava tutta la stanza. Dalla finestra, appena aperta, entrava un soffio di brezza e il canto di uccellini.Quando vidi la tua mamma seduta lì al mio fianco. Aveva appoggiata la testa su una mano e credetti che dormisse. Poi alzò gli occhi verso di me. Vidi solo per un attimo una luce di contentezza. Ma svanì immediatamente. Cominciò a piangere a dirotto. Girai la testa verso il soffitto, inspirai forte e mi uscì dalla gola un grido bestiale. Di bestia ferita.&lt;br&gt;Dio, quanto avrei voluto morire in quel momento!&lt;br&gt;Da quel giorno cominciai a odiare il mio corpo. Non potei sopportare la sua debolezza che mi aveva costretto in quel letto di ospedale e non mi aveva dato la possibilità di accompagnare la mia dolce Dolores. Darle l’ultimo bacio.&lt;br&gt;Stavo sempre chiuso in studio. Non volevo mangiare. Fumavo senza tregua. La tua mamma ti teneva lontano da quella porta. A volte ti sentivo piangere, lì dietro. Mi chiamavi, mi imploravi.&lt;br&gt;Ma la mia mente, in maniera maniacale, era solo per lei, per il mio angelo volato via.&lt;br&gt;Tenevo sulle gambe la sua foto e la baciavo. Quell’ultimo bacio che non ho potuto mai darle.&lt;br&gt;Cercai di riprendere la mia attività. Ma non ero più lo stesso.&lt;br&gt;Troppo taciturno, troppo scontroso. Nemmeno la vaga ombra di un sorriso.&lt;br&gt;E tu crescevi. Studiavi. Avevi paura di mettere musica nella tua stanza. Incontravi i tuoi amici sempre fuori casa. E capivi che la tua vita sarebbe continuata senza di me. Come un orfano di padre.&lt;br&gt;Fui crudele quando non volli sapere dei tuoi amori, quando non volli sapere dei tuoi voti a scuola, quando ti laureasti. Crudele perché mi rifiutai di partecipare alla gioia di quegli eventi. Ma la gioia degli altri mi sembrava un affronto al mio dolore. Nemmeno ai tuoi compleanni volli mai partecipare.&lt;br&gt;Stronzo e cattivo fui, ma era più forte di tutto.&lt;br&gt;Venni al tuo matrimonio ma stavo sempre in disparte. Non vedevo l’ora di scappare a casa. Furtivamente mi osservavi. Me ne accorgevo, sai?&lt;br&gt;Poi trovasti lavoro a Roma e non ti vidi per anni.&lt;br&gt;La tua mamma, il mio amore, non poteva più resistere al mio fianco. Era un sacrificio perenne vivere vicino a me. Lei era ancora una bella donna, aveva ancora voglia di vivere. Conobbe un uomo, una brava persona. Non so se l’ha resa felice, ma certamente le ha dato una vita più serena. Ogni tanto ci incontriamo per strada. Mi chiede della mia salute, mi da’ notizie su di te. A volte ci vediamo davanti alla tomba di Dolores. Una volta, lì davanti, mi chiese come facessi a trovare ancora lacrime da versare.&lt;br&gt;Lei non sa che quelle non sono più lacrime per la morte di mia figlia. Piango per l’amore che non ho saputo più dare a lei e a te. Piango perché la mia vita non ha avuto più alcun significato.&lt;br&gt;Tu non hai mai saputo che un giorno andai a Roma. Il mio cardiologo insistette affinché fossi visitato da un suo collega statunitense che in quei giorni si trovava in Italia per un congresso.&lt;br&gt;Riuscii a trovare l’indirizzo di casa tua e ti aspettai sotto casa. Non mi sapevo spiegare il motivo. Cosa cercavo. Cosa volevo da te. Ma mi sentii spinto a farlo.Poi uscisti tu. Bello come un dio greco, elegantissimo, alto. E tenevi per mano Lei. Una bambina, forse di sei o sette anni. Tua figlia. Grembiule e zainetto. Treccine biondissime, occhi azzurri, nasino delizioso. E quel sorriso. Quel fantastico sorriso.&lt;br&gt;Credetti di non resistere. Appoggiai la schiena al muro. Rimasi nascosto dietro l’angolo. Strinsi forte gli occhi. Non volevo piangere ancora.&lt;br&gt;Ma quella bimba, la tua bimba era Lei. Era la mia Dolores.&lt;br&gt;Avrei tanto voluto corrervi incontro, abbracciarvi. Ma non ce la feci. Vi vidi salire in auto e andare via.&lt;br&gt;Ogni tanto telefono a casa tua. Mi basta sentire la tua voce dire ‘pronto’. Mi basta e poi riattacco.&lt;br&gt;Una volta al telefono venne lei, la tua bimba. Mi disse: ciao, tu chi sei? Mi conosci? E io le risposi in maniera incomprensibile per una bambina. Le dissi che l’avevo conosciuta tanti anni prima, prima che lei nascesse e che un giorno avrei voluto incontrarla.&lt;br&gt;Ma il coraggio mi è sempre mancato. Il coraggio di parlare con te, figlio mio. Il coraggio di volere abbracciare tua figlia, di conoscere tua moglie.&lt;br&gt;So che mi hai tanto odiato. Ed è giusto. E’ comprensibile.&lt;br&gt;Ma la vita è troppo strana! Troppo!&lt;br&gt;Il tuo odio - o la tua indifferenza? -  è l’unica cosa che mi tiene vivo, che mi ha sempre trattenuto dal volere mettere fine a questa vita infelice.&lt;br&gt;Finchè non avrò il tuo perdono, io sarò sempre qui, ad aspettarti.&lt;br&gt;Ti amo, anima mia.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;ore 21,14. Ormai è sera. Avverto questa intollerante stanchezza, spossatezza. Ma stasera devo sconfiggerla, non voglio addormentarmi e, magari, non sentire lo squillo del telefono. Mi siedo sulla poltrona, davanti al televisore. Devo rimanere sveglio.&lt;br&gt;Perché so che lui telefonerà.....
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                <title>LE INCERTEZZE DI UN UOMO QUALUNQUE</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 13 Jul 2004 08:46:56 +0200</pubDate>
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                    L’altra sera chiacchieravo con un’amica a proposito delle cose che scrivo. E lei mi diceva che, tra tanti complimenti che possono inorgoglire chi se li sente dire, da quelle parole si intuisce che dietro c’è un uomo sicuro di sè e con nessuna incertezza sulla vita.&lt;br&gt;Ci ho riflettuto nelle ore successive. E ora ci sto male.&lt;br&gt;Possibile che sappia esprimere così male il mio pensiero, le mie emozioni?&lt;br&gt;In effetti mi sono ritrovato a scrivere su di me pochissimo tempo fa. Fino ad allora non avevo mai avuto un diario o qualcosa del genere. Solo relazioni tecniche, calcoli numerici, lettere a enti pubblici e roba del genere.&lt;br&gt;Poi, un giorno dell’autunno scorso, un amico (ciao, jj, Anima Grande!!!) mi invitò a leggere una cosa scritta da lui su un blog. Non avevo idea di cosa si trattasse, ma per gentilezza andai a vedere. E scoprii, grazie a quello che lui scriveva, che è possibile esprimere pensieri, opinioni, sentimenti, emozioni, sogni, con parole scritte, senza sentirsi affatto scrittori di professione. Con parole tue. E così feci, in totale anonimato.&lt;br&gt;Scrissi le prime cose per come mi uscivano fuori. Emozioni di un passato quasi remoto. Storie avvenute anni fa ma che ancora mi facevano vibrare qualcosa dentro. Non so se fosse un bisogno nascosto, ma mi sentii bene a buttarle via da me, a estraniarle in assoluta naturalezza.&lt;br&gt;E poi continuai. L'operazione mi piacque. Ma una cosa mi sembrava importante. Parlare di un uomo qualunque e di fatti comuni che persone normali vivono. Con tutto quello che ciò può rappresentare. Debolezze, simpatie, antipatie, opinioni a volte, e magari spesso, non condivisibili, certezze e... insicurezze. Ecco, insicurezze. Perché un uomo qualunque ne è strapieno.&lt;br&gt;Poi quelle parole dell’amica mi hanno fatto pensare. Forse anche preoccupare. Ho forse descritto un uomo sbagliato? Mi sono lasciato andare a magnificare l’inesistente?&lt;br&gt;Non c’è dubbio che, con gli anni e la relativa esperienza, qualche idea della vita di un uomo te la costruisci. Ma dire che hai trovato la ricetta della vita, questo no.&lt;br&gt;Non ho mai sopportato quelli che ti dicono:&lt;br&gt;&lt;i&gt;Guarda, se io dovessi ripercorrere la mia vita, ti garantisco che rifarei le stesse scelte!&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Oh cazzo, due sono le considerazioni possibili.&lt;br&gt;Primo: sei un perfetto idiota, nel puro senso di ritardato mentale, che non ha capito una mazza delle minchiate, poche o molte non ha importanza, che ha combinato a se stesso e agli altri.&lt;br&gt;Secondo: sei il re dei presuntuosi che, mai e poi mai, ammetterebbe un suo errore e, per questo motivo, continua a fare del male non solo a sè - e questi sono masochismi che dal cielo qualcuno distribuisce oculatamente - ma, soprattutto, a chi li circonda o ha la sfiga di trovarsi nel suo cammino.&lt;br&gt;Ma come si fa, dico io, a dire che le scelte fatte nella propria esistenza sono state tutte, nessuna esclusa, azzeccate con tanto di euforica battuta di mani di Mike Bongiorno? Ma finitela!&lt;br&gt;Possibile che non ci sia un piccolo ripensamento su quelle caponate che mangiavi alle undici di sera e che poi ti facevano passare incubi tipo &lt;i&gt;La notte dei morti viventi&lt;/i&gt;?&lt;br&gt;Possibile che non ci sia un piccolo ripensamento su quella volta in cui hai regalato un cucciolo a tuo figlio, non sapendo che, crescendo, si trasformasse in uno yeti che poi ti ha scacazzato sul tappeto persiano costato un occhio della testa?&lt;br&gt;Possibile che non ci sia un piccolo ripensamento sul fatto che una volta decidesti, per chissà quale balordo motivo, di rovinarti la salute col fumo delle sigarette?&lt;br&gt;Possibile che non ci sia un piccolo ripensamento sul fatto che una volta decidesti di innamorarti di una donna che, per tutto ringraziamento, ti mandò a fare in culo scegliendo un altro e, magari, dirti ‘&lt;i&gt;non ti voglio perdere per sempre, non si può rimanere amici?&lt;/i&gt;’??? Amici? Ma come minchia si può pensare con tanta cattiveria? Vederti tra le braccia di un altro, sapere che con quello ci fai l’amore, intuire che gli dici ‘&lt;i&gt;ti amerò per tutta la vita&lt;/i&gt;’ alla stessa maniera con cui l’hai detto a me fino a poco tempo prima, e poi incontrarsi e dirsi: ‘&lt;i&gt;ciao, amica mia, come stai? ti va di andare a prendere un caffè? ti va di sparare quattro cazzate per strapparci qualche risata?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Ma dai! Non prendiamoci per il culo! Un po’ di pudicizia e di rispetto verso noi stessi, please!&lt;br&gt;Se io dovessi ripercorrere la mia vita farei.... uhm.. li conto.... uno, due, tre,... mille,.... centomila,.... bah... facciamo conto pari... un milione di scelte diverse di quelle che ho fatto finora. E, magari, dopo averle fatte me ne pentirei e ne farei altre ancora.&lt;br&gt;Ai tempi del liceo avevo un amico, Marcello, che soffriva a stare senza una ragazza. Se rimaneva qualche giorno senza fidanzata, entrava in fibrillazione e si dava da fare come un dannato a trovarne qualcuna. Credo che per lui l’importante fosse averne una con la quale sentirsi impegnato, con la quale sentirsi ‘&lt;i&gt;necessario&lt;/i&gt;’. Così facendo immagino che ne avesse conosciute a decine e di essersi fatto una discreta idea sul mondo femminile.&lt;br&gt;Viceversa io ero impacciato. Mi trovavo poco a mio agio con una ragazza. Mi sentivo sotto esame. E tutto ciò rendeva la comunicazione un estremo sacrificio. Col tempo mi accontentai di poche donne e di rarissimi amori. E, quindi, poche esperienze per dare un’ampia valutazione di quel mondo affascinante.&lt;br&gt;Ancora oggi mi chiedo chi dei due l’abbia azzeccata correttamente.&lt;br&gt;E che dire del rapporto tra due persone che un giorno si giurarono amore e rispetto, nel bene e nel male, in salute e in malattia, finchè morte non li separi?&lt;br&gt;Io direi Pippo e Giancarlo. Un amico e un conoscente. Due stili di vita diversi ma significativi.&lt;br&gt;Pippo è un uomo attraente, bel fisico. Gestisce una palestra dove non è difficile conoscere donne giovani o meno, disponibili a un’avventuretta o meno. Ha fascino e un bel sorriso accattivante. Ma, soprattutto, ha fiuto. Ha più fiuto di un cirneco dell’Etna a scoprire la donna che, con un semplice soffio, le possa cadere ai piedi. Di conseguenza è sempre indaffarato a organizzare incontri boccacceschi. E, ogni volta che torna a casa da uno di quegli incontri galanti, si presenta a sua moglie con un bel pacchettino. Un piccolo gioiello, un ninnolo grazioso, un profumo. A volte anche un mazzo di rose. Lei lo accoglie con tanta gioia e se lo abbraccia tutto. Non ho mai capito se lei intuisse le tresche del marito, ma sicuramente ha accumulato un mezzo negozio di gioielleria. Poi la porta sempre in vacanza, almeno quattro volte l’anno. La coccola di fronte agli amici. Quando lei parla, lui la guarda con ammirazione. Lo supera di gran lunga in cultura. La fa sentire importante, insomma. Ma le altre donne ci devono sempre pur essere. E’ la sua vita.&lt;br&gt;Tutto questo fino a due anni fa. Quando, per un brutto incidente automobilistico, lei morì a soli trentotto anni.&lt;br&gt;Non ho mai visto piangere un uomo così come vidi Pippo. Era uno strazio per chiunque lo guardasse. Me lo strinsi forte, quel giorno davanti alla bara della moglie. Mi tremava tutto. Con gli occhi gonfi e pieni di lacrime mi disse: &lt;i&gt;come farò senza di lei?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Solo in quel momento mi resi conto che non avevo capito nulla di lui. Amava davvero sua moglie. Con tutta l’anima. Le altre donne non avevano significato alcunché.&lt;br&gt;Giancarlo è quasi l’opposto di Pippo. E’ dirigente di banca. Puntiglioso, elegante nel vestire, permaloso da far impazzire. A volte penso che i battiti del suo cuore facciano tic-tac tic-tac, come un orologio, talmente correla la sua esistenza alla puntualità. Cazzo, anche per cagare ha il suo orario perfettino. Ventanni fa sposò la ragazza più attraente del paese. Ancora oggi ho la certezza di non avere mai visto una donna più bella di lei. Ma, soprattutto, era un vulcano perennemente attivo. Un mare di entusiasmo.&lt;br&gt;Giancarlo l’ha sempre tenuta come una signora. Ingioiellata, pellicce, abiti firmati. Pettinatura sempre in ordine e alla moda.&lt;br&gt;Ma le ha succhiato tutta quella vitalità. I suoi occhi sono spenti. Non so da quanti anni non le vedo sfuggire quelle grandi risate coinvolgenti che le uscivano dalla sua meravigliosa bocca. Raramente le scappa un sorrisino. Timido e subito nascosto. Quasi fosse un peccato mortale.&lt;br&gt;Nonostante lui fosse un uomo affascinante, elegante e ricco e, sicuramente, non gli sono mai mancate le occasioni per avere altre donne, non l’ha mai tradita. In secula seculorum fidelis.&lt;br&gt;E ora mi chiedo: Pippo e Giancarlo, chi dei due ha fatto bingo?&lt;br&gt;&lt;i&gt;In medio stat virtus&lt;/i&gt;? Mah... me lo chiedo ogni giorno, o quasi.&lt;br&gt;Queste sono solo alcune delle mie incertezze. Potrei parlare del mio lavoro, dell’educazione dei figli, del fare figli o no.&lt;br&gt;Nessuna certezza.&lt;br&gt;A questo punto mi è sorto un altro dubbio.&lt;br&gt;Sono certamente incerto o incertamente certo?&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;P.s.: Prima ho parlato della mia normalità, ora delle mie incertezze. Come ci vado con la demolizione?&lt;/i&gt;
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                <title>LA TUA COSCIENZA</title>
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                <author>noreply@myblog.it (alain90)</author>
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                                                <pubDate>Sat, 03 Jul 2004 12:57:38 +0200</pubDate>
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                    &lt;i&gt;( Una mia cara amica mi ha scritto, e ha scritto a sé stessa, questo pensiero. E mi ha chiesto che le piacerebbe se lo pubblicassi nel mio blog. Io lo pubblico e non solo mi fa piacere ma mi da’ più onore di quello che merito )&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Un pensiero che pian piano ti frulla nella mente, sta divenendo quasi un chiodo fisso. Lentamente, stancamente si insinua, quasi in maniera subdola ed incontrollata.&lt;br&gt;Provi un senso di oppressione e di vulnerabilità che si trasforma in fonte di disagio e di angoscia.&lt;br&gt;Percepisci tutti i tuoi limiti perché sai di non potere gestire le tue emozioni ed i tuoi sentimenti................. ed allora studi le strategie mentali per fronteggiare la situazione che stai vivendo............ ma non trovi appigli, né una risposta efficace, soddisfacente, risolutiva.&lt;br&gt;Tuttavia non ti arrendi, non molli, non demordi........... non vuoi sprofondare nel baratro........... non te lo puoi permettere............. ma ti concedi il lusso di torturarti.&lt;br&gt;Ti sei chiesta tante volte i perché di questa insolita “&lt;i&gt;vocazione al martirio&lt;/i&gt;”...........&lt;br&gt;Ti sei sempre risposta che, in fondo, è una richiesta di aiuto......... a te stessa, prima ancora che agli altri.&lt;br&gt;Ti sei attribuita il ruolo della vittima, alla ricerca spasmodica di risposte che non trovi. Dubbi, incertezze, sensazioni si affastellano alla rinfusa nei meandri della tua mente. Ti senti soffocare............. provi a respirare quasi a volere cancellare questa orrenda sensazione di dolore che ti schiaccia.Non è un dolore fisico, è molto di più. Ed allora il “&lt;i&gt;ruolo&lt;/i&gt;” ti coinvolge, ti affascina perché ti destabilizza. E la cosa non ti dispiace................ non ti dispiace l’Idea di stare al centro, di costituire il centro dei tuoi stessi pensieri e dei pensieri altrui. Ti fa sentire viva, importante, per certi versi irrinunciabile, in una parola indispensabile. L’Idea di non piacerti, di non piacere, l’assenza di interesse, le interpreti come una sconfitta, peggio ancora come un tradimento................&lt;br&gt;Ecco cosa ti frulla nella mente: deluderti, tradire le aspettative e, quindi, soffrire.&lt;br&gt;In fondo ricerchi quell’appagamento mentale, fisico, psicologico che ti manca, che ti è sempre mancato.&lt;br&gt;Ma non dipende dagli altri, dipende da te, soltanto da te.&lt;br&gt;Non ha senso &quot;essere&quot; solo nella misura in cui gli altri ti considerano.&lt;br&gt;“&lt;i&gt;Cerca le risposte dentro di te, non cercarle negli altri. Questi si stancheranno di combattere contro i mulini al vento, capiranno che ciò che vuoi, in fondo, è restare abbarbicata ai tuoi problemi, alle tue incertezze. Sono queste la tua ancora di salvezza, la tua boa nel mare delle tue poche Certezze&lt;/i&gt;”.&lt;br&gt;Chiamalo istinto di sopravvivenza, voglia indicibile ed inconfessata di rimanere a galla, di restare aggrappata a qualcosa che è dentro di te, ma che è anche fuori di te.&lt;br&gt;Quando comprenderai, quando sentirai, quando metabolizzerai, quando saprai gestire le Tue Emozioni e saprai distaccartene, vorrà dire che avrai analizzato con lucida obiettività l’intera tua vita, il cammino che hai finora percorso.&lt;br&gt;Ed allora, solo allora, ti sarai liberata la mente, l’anima, il cuore, il tuo stesso corpo da quel fardello opprimente che non ti consente di assaporare la vita.&lt;br&gt;“&lt;i&gt;Cerca dentro di te&lt;/i&gt;”, sarà la Tua stessa coscienza a salvarTi.&lt;br&gt;&lt;br&gt;azuleja
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